Bernie Sanders (foto LaPresse)

La tentazione di Bernie

Lo strano fascino dei cristiani per il candidato socialista Sanders e il dilemma fondamentale sul futuro della laicità americana

I cristiani americani fanno il tifo per Bernie Sanders? Il Washington Examiner, foglio conservatore di inclinazione sensazionalistico-scomposta, ha fatto sull’argomento un titolo al solito iperbolico: “Ecco i tradizionalisti cattolici che sostengono Bernie”. Segue un’inchiesta fra i giovani tradizionalisti della periferia di Washington che circolano con il messale di Pio V sotto un braccio e The Capital and Ideology di Thomas Piketty sotto l’altro. Fra una messa in rito antico e una prolusione in lingua sul Doctor Angelicus, hanno capito che votare Sanders, che in questo momento è il frontrunner nelle primarie democratiche, è la scelta più coerente per un cattolico. A tal punto giustificata da renderla l’unica alternativa sensata nell’ambito della sinistra. Significa che alle elezioni generali di novembre voteranno Sanders, se sarà il candidato dei democratici, ma in caso contrario voteranno per Trump. Quando chiedono loro le ragioni della decisione, citano a memoria il passo di un saggio scritto da Benedetto XVI nel volume Senza Radici, pubblicato in America dalla rivista cristiana First Things nel 2006: “Il socialismo democratico era ed è vicino alla dottrina sociale della Chiesa ed ha, in ogni caso, dato un contribuito notevole alla formazione di una coscienza sociale”.

 

L’idea è che fra tutti i candidati, compreso il presidente in carica, il neosocialista del Vermont è quello che si avvicina di più alla concezione del “bene comune” promossa dalla dottrina sociale della chiesa, cosa che precipita, in termini di agenda politica, nel Medicare for All – la copertura sanitaria universale – nel sostegno ai sindacati e nell’aumento delle tasse per i ricchi. In questi aspetti, dicono, Bernie promette di realizzare una visione della giustizia sociale in qualche modo convergente con quella della chiesa. O almeno più convergente della confusione nazionalista-corporativista di Trump e del liberalismo moderato di sinistra al quale si riferisce un elettorato numericamente ampio ma che è conteso fra molti, troppi candidati. Un altro elemento conciliante riguarda la politica estera, dove gli istinti isolazionisti di Sanders e la volontà di mettere in pratica quel disimpegno americano che Trump ha annunciato più che altro a parole sono elementi di un certo interesse per una parte significativa dell’elettorato religioso.

 

Non sfugge ai cattotradizionalisti per Bernie il profondo contrasto sulle questioni sociali ed etiche. Il Senatore ha detto nel modo più chiaro possibile che “essere pro choice è una parte assolutamente essenziale dell’essere un democratico”, togliendo ogni dubbio circa la legittimità di essere contemporaneamente democratici e pro life (quattro anni fa aveva fatto campagna accanto anche a democratici pro life, gli ultimi superstiti di una specie che da allora si è estinta). A gennaio, mentre centinaia di migliaia di americani marciavano nella capitale per la March for Life, lui ha twittato: “Abortion is healthcare”. C’è poi la questione della sua affiliazione religiosa, fatto tradizionalmente e simbolicamente rilevante per la pur secolarizzata classe dirigente americana. Lui ha detto di essere orgoglioso della sua eredità ebraica, ma allo stesso tempo ha mostrato di non avere alcuna affiliazione religiosa specifica, cosa che lo allinea alle statistiche generali sulla religiosità degli americani: per la prima volta nel 2019 i “no-religion” hanno raggiunto la stessa quota della popolazione di cattolici ed evangelici.

 

Come si conciliano queste posizioni con le simpatie sandersiane fra i cattolici tradizionalisti? Semplicemente, non si conciliano. Il ragionamento, per dirla in maniera teologica, è apofatico: Sanders, concentrato sui temi economici, sulla critica al capitalismo, sulla ricostruzione del sistema di welfare e sulla lotta alle disuguaglianze, non metterà troppa enfasi ideologica sulle questioni sociali, e se ne starà tutto sommato ai margini di quella culture war che peraltro è ormai stata archiviata con una schiacciante, diffusa vittoria della sensibilità progressista e secolarizzata. Nessun presidente, prosegue il ragionamento, potrà realisticamente pensare di cambiare lo Zeitgeist e il conseguente impianto legale su questioni come l’aborto e la famiglia, dunque tanto vale affidarsi a un vecchio socialista con cui si possono trovare assonanze sulla critica all’individualismo capitalista e la necessità di proteggere i più deboli. Se esiste una traduzione di Realpolitik in latino, questo è il momento di tirarla fuori.

 

L’idea è che il neosocialista del Vermont è quello che si avvicina di più al “bene comune” promosso dalla dottrina sociale della chiesa

Se si esce dalla minuscola bolla dei tradizionalisti intervistati dall’Examiner, la questione si ancora fa più seria e complicata. I cattolici, e più in generale i cristiani americani, potrebbero trovare in Sanders una specie di alleato, un leader che non osteggia i credenti sulle questioni fondamentali legate alla fede e alla sua rappresentazione nello spazio pubblico, mentre contemporaneamente propone una piattaforma economica e fiscale almeno parzialmente compatibile con una visione cristiana del mondo? E’ una domanda non peregrina alla quale lo stesso Sanders dovrà cercare di dare una risposta nel caso in cui riuscirà a ottenere la nomination democratica. I sondaggi dicono che la maggioranza dei giovani democratici fra i 18 e i 29 anni è con lui, e questo include anche giovani cristiani che non hanno una chiara dimora politica. All’interno di questo mondo, generalmente affiliato ai valori e alle parole d’ordine della sinistra, circola un’argomentazione pro-Sanders che consuona con quella architettata dagli arciconservatori di rito tridentino. Dice: poiché il vero avversario della visione cristiana del mondo è il liberalismo, con la sua forza spersonalizzante e il suo culto per il mercato globalizzato che tante iniquità ha inflitto alla nostra epoca, allora tanto vale rifugiarsi sotto l’ombrello di un socialismo all’americana, più o meno una socialdemocrazia scandinava, e lavorare su quello, mettendo in secondo piano i punti di frizione con un candidato che non può non essere progressista sui temi sociali, ma magari non darà priorità a quelli. Questo argomento è formulato con particolare efficacia da Elizabeth Bruenig, opinionista millennial del New York Times e supporter di Bernie, che sostiene “un tipo di socialismo democratico orientato principalmente alla demercificazione del lavoro, alla riduzione delle vaste disuguaglianze portate dal capitalismo e alla rottura del giogo del capitale sulla politica e sulla cultura”. Altri fattori a sostegno dell’alleanza fra Bernie e i cristiani sono stati presentati da Matthew Sitman, giornalista di Commonweal, rivista della sinistra cattolica: “Nessuna agenda economica di qualunque altro candidato è allineata quanto la sua con gli insegnamenti sociali della chiesa. E’ il candidato che sostiene di più i sindacati e crede che ciascuno abbia diritto alle cure sanitarie, a un lavoro e a una casa. Con il sostegno al Green New Deal, mostra di condividere le preoccupazioni di Papa Francesco sul climate change. Crede nell’accoglienza di immigrati e rifugiati, ed è il candidato della pace: nessuno come lui è intenzionato a sfidare il consenso prevalente in politica estera che ha causato morte e distruzione”.

 

Come si conciliano queste posizioni con le simpatie sandersiane fra i cattolici tradizionalisti? Non si conciliano

Bernie sa bene che questo tipo di convergenze potrebbero aprire nuovi spazi elettorali, e già quattro anni fa, quand’era il candidato che gridava contro il sistema delle primarie disegnato per far vincere l’inevitabile Hillary Clinton, si è procurato un incontro en passant con Francesco, ricavandone lo spunto per sottolineare le somiglianze: “Essere socialista, nel senso in cui lo intende il papa e lo intendo io, significa dire che dobbiamo fare del nostro meglio per alleviare le sofferenze umane, vivendo in un modo che non faccia crescere le disparità”. Non si è soffermato troppo sul fatto che per il Papa “l’ideologia marxista è falsa”, cosa che non s’accorda proprio a meraviglia con i recenti elogi sandersiani del regime di Fidel Castro, che aveva un ottimo programma di alfabetizzazione (l’equivalente dei treni in orario del Ventennio). Si sa che la politica procede per parole e opere, ma soprattutto per omissioni. Queste erano e sono ancora le ragioni per cui un cattolico di sinistra potrebbe finire per feel the Bern, ma ora stanno anche diventando le ragioni di alcuni cristiani di destra.

 

I cattolici americani sono generalmente divisi a metà fra democratici e repubblicani. Una lieve maggioranza ha votato per Trump nel 2016, ma nel frattempo molte cose sono cambiate. Gli evangelici si muovono solitamente in modo più compatto nell’ambito conservatore, e all’ultima tornata più dell’80 per cento ha dato il voto a Trump. Ma anche il mondo evangelico ha avuto i suoi scossoni: congregazioni si sono sfilate, riviste si sono ribellate, chiese hanno denunciato il moralmente insostenibile Trump, al quale pure concedono il merito di avere nominato due giudici della corte suprema di osservanza conservatrice. Cattolici ed evangelici, insieme, fanno quasi la metà della popolazione.

 

Bernie sa che un certo tipo di convergenze apre spazi elettorali. Quattro anni fa si è procurato un incontro con il Papa

C’è però una controargomentazione che tende a moderare la fascinazione dei cristiani per Bernie, e riguarda l’idea di laicità che il senatore neosocialista abbraccia. Che ruolo è permesso all’esperienza religiosa nell’ambito educativo e sociale? In che modo, in una società pluralista, si contempera il principio della libertà religiosa con quello dell’uguaglianza di tutte le persone di fronte alla legge? Sono domande non di profilo esclusivamente teorico in un momento in cui si discute se un pasticcere si possa rifiutare di guarnire una torta nuziale per una coppia omosessuale, se le scuole di ispirazione confessionale possano scegliere i professori che vogliono, se gli ospedali nati dalle congregazioni religiose siano tenuti a disporre, verso dipendenti e pazienti, misure che violano coscienza e precettistica di chi guida l’impresa e così via. C’è una frase da dolcetto della fortuna che sintetizza la differenza fra laicità americana e quella europea, figlia della Rivoluzione francese: in America la separazione fra stato e chiesa è nata per difendere la chiesa dallo stato, in Francia per difendere lo stato dalla chiesa. Da questa discrasia è nata da una parte una laicité che non permette l’esibizione pubblica di simboli religiosi, dall’altra un modello fatto di esenzioni, eccezioni e compromessi per esperienze religiose che chiedono di essere riconosciute e rispettate non solo quando praticano il culto nei templi, o quando pregano nel segreto della coscienza, ma anche quando agiscono nella società. L’accusa dei cristiani che temono la fascinazione dei propri correligionari per Bernie è proprio su questo punto. Dicono che il senatore promuove una forma di laïcité che si esprime innanzitutto nel Medicare for All, la riforma con cui intende europeizzare il sistema sanitario: nella prospettiva di riforma è prevista l’abolizione dell’Hyde Amendment, il dispositivo che impedisce di finanziarie con soldi pubblici federali l’aborto. Di fatto, la riforma impedirebbe l’esistenza di ospedali di ispirazione religiosa che intendano perseguire una armonizzazione fra coscienza e legge, secondo la concezione della laicità americana enunciata nel Primo emendamento. Sanders è anche a favore dell’Equality Act, un disegno di legge contro la discriminazione che dovrebbe integrare il Civil Rights Act del 1964. Uno degli effetti della legge è quello di impedire, di fatto, alle scuole d’ispirazione religiosa di scegliere il personale sulla base di criteri compatibili con la propria coscienza. Uno squarcio della laïcité di Bernie si è visto nel 2017, quando, durante l’audizione per la nomina di Rusell Vought come numero due all’Office of Management and Budget, lo ha attaccato con foga impressionante perché aveva detto che i musulmani “non conoscono Dio perché hanno rifiutato Gesù Cristo suo figlio, e dunque sono condannati”. Per Bernie era un chiaro caso di “incitamento all’odio” e “islamofobia”; per l’interessato si trattava semplicemente del suo credo cristiano. E per lo stato laico, che promette di applicare rigorosamente principi di non discriminazione e allo stesso tempo vieta per dettato costituzionale (articolo VI) un “test religioso” per chi accedere a un incarico federale? E’ un’altra domanda importante per Bernie e per gli elettori cristiani attratti dalla candidatura di un (altro) picconatore dell’ordine liberale.

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