Il profeta del nazionalismo

Mattia Ferraresi

Intervista con l’intellettuale Yoram Hazony, che vuole rinnovare la destra ripulendo l’idea di patria

L’intellettuale più dirompente e controverso del panorama conservatore internazionale è un uomo di 55 anni con il viso di un ragazzino e degli occhiali tondi senza tempo, personaggio mite fino alle soglie della timidezza, uno che indossa la modestia senza affettazione e dà l’impressione di essere a proprio agio più quando fa domande che quando dà risposte. Durante la conversazione si prende una pausa per chiedere “sto parlando troppo piano?”. Con questo bagaglio di understatment, Yoram Hazony ha lacerato il dibattito fra conservatori in cerca d’identità, stretti fra l’ascesa di uomini forti a trazione autoritaria e la critica a quel liberalismo globalizzante che per una lunga stagione è stato il modello di riferimento anche della destra. Lo ha fatto a partire dal paese in cui è cresciuto, gli Stati Uniti, dove il suo libro-manifesto per una riabilitazione senza nevrosi storiche del paradigma nazionalista è diventato una lettura imprescindibile, e lo prosegue da Israele, il luogo della sua appartenenza identitaria dove vive ormai da molti anni.

 

Molto popolare il suo libro-manifesto per una riabilitazione senza nevrosi storiche del paradigma nazionalista

Ebreo ortodosso e padre di nove figli, Hazony si è formato a Princeton e presiede l’Herzl Institute di Gerusalemme, dove si occupa di finanziare ricerche scientifiche sul suo vasto spettro di interessi, che abbraccia filosofia, storia, politologia, teologia, giurisprudenza, studi biblici. A lungo ha condotto i suoi studi al riparo dal clamore. Si è occupato della politica del profeta Geremia e di Ester, della filosofia delle Scrittura, della leadership di Mosé, della nascita dello stato di Israele, della questione della perfezione di Dio e di altre questioni che afferiscono all’imperfezione degli uomini. Ha tradotto dall’ebraico il libro di Iddo Netanyahu, fratello minore di Bibi, sull’uccisione di Yoni durante l’operazione dell’esercito israeliano per salvare gli ostaggi all’aeroporto di Entebbe nel 1976. Tre anni fa è arrivata la svolta pubblica. Notando che qualcosa di più ampio e profondo di un semplice passaggio fra cicli di leadership si stava muovendo nella pancia del conservatorismo globale, Hazony ha preso a lavorare al libro “Le virtù del nazionalismo”, che di recente è arrivato in Italia, edito da Guerini e Associati. Il libro è stato lo spartiacque fra un prima e un dopo. Da erudito biblista e politologo immerso nei canoni dell’accademia, Hazony è diventato un public intellectual ben equipaggiato di vis polemica e attrezato per destreggiarsi nell’urlante selva dei social. A luglio ha lanciato a Washington l’iniziativa National Conservatism, a cui hanno partecipato molte delle voci più influenti di quella parte del conservatorismo che s’agita per dare un’articolazione intellettuale ai sommovimenti che si sono fin qui manifestati sulla scena politica in modo tumultuoso e umorale. Donald Trump è il padre inconsapevole del tumulto, Boris Johnson il suo figlioccio più sgargiante.

 

Alla conferenza nella capitale americana, che genererà presto anche spin-off europei, ha partecipato un eterogeneo misto di nazionalisti para-trumpiani, libertari, conservatori della tradizione reaganiana, esponenti della destra religiosa e nevertumper. Si andava dall’allora consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, al technolibertario Peter Thiel, dal cattolico direttore di First Things Rusty Reno al moderato riformista Yuval Levin, da David Goldman, già noto con lo pseudonimo crepuscolare di Spengler, alla biografa di Calvin Coolidge Amity Shlaes, dall’araldo degli hillbilly J.D. Vance al direttore dell’antitrumpiana National Review, la storica rivista della destra fondata da William Buckley con l’intento di piantare i piedi davanti alla storia gridando “stop!”.

 

Hazony ha fatto di recente un breve tour in Italia per il lancio del libro, e in quell’occasione ha accettato di conversare in un elegante bar del centro di Milano, davanti a un caffè decaffeinato e a un marron glacé che per ragioni allergeniche non riceverà le dovute attenzioni.

 

“In quanto israeliano, sono cresciuto all’interno del nazionalismo. E’ necessario tornare a parlarne in modo costruttivo”

Si parte dalla sua riabilitazione del nazionalismo, categoria che genera un certo nervosismo in un dibattito politico affollato di spettri autoritari. Per Hazony, il nervosismo è ingiustificato e occorre un percorso di razionalizzazione per poter affrontare il tema in modo equilibrato: “In quanto israeliano, sono cresciuto all’interno del nazionalismo, e in questi ultimi anni ho potuto constatare che in molti paesi c’è una grande necessità di tornare a parlarne in modo costruttivo”, dice Hazony, che offre una definizione: “Il nazionalismo è un punto di osservazione, portatore di un principio fondativo, secondo cui è preferibile che il mondo sia organizzato in nazioni libere di svilupparsi e di decidere autonomamente del proprio destino. Questo significa essenzialmente che le nazioni hanno il potere di definire la propria tradizione legale, politica e culturale. L’opposto di questa visione è quella che io definisco imperialista, intendendo il termine in un senso moralmente neutrale. Al contrario dell’idea nazionalista, la visione imperialista sostiene che la pace e la prosperità sono più facilmente raggiungibili quando un singolo corpo di leggi e un solo insieme di principi regolativi si estende a più nazioni possibile. Entrambe le visioni hanno le loro virtù e i loro limiti, ma quello che io sostengo è che il mondo organizzato secondo il principio nazionale sia migliore delle alternative. Non dico dogmaticamente che sia l’unica forma possibile o desiderabile, ma più modestamente ritengo che sia quella che storicamente ha generato più pace, giustizia e ricchezza”.

 

L’opposizione fra le due concezioni ha radici antiche: “I romani erano imperialisti che, ad esempio, non capivano e non amavano gli ebrei, perché questi volevano avere una nazione indipendente. Pensavano per questo che fossero strani. L’indipendenza dell’Inghilterra, con cui inizia il nazionalismo moderno, afferma un principio nazionalista sullo sfondo dell’universalismo imperiale spagnolo. Dal XVI secolo l’idea della nazione si è affermata coma paradigma dominate, e questo processo è continuato, in modo certamente tortuoso e non univoco, fino alla Seconda guerra mondiale”. Hazony sostiene che, nonostante la stessa Gran Bretagna si fosse nel frattempo organizzata imperialisticamente, il principio nazionalista è rimasto sostanzialmente intatto fino al XX secolo. “Dopo le Guerre mondiali – continua l’intellettuale israeliano – i mali commessi dall’imperialismo tedesco sono stati letti come prove della necessità di liberarsi delle nazioni indipendenti. I liberali del Dopoguerra hanno sostenuto con successo la tesi secondo cui gli orrori delle guerre erano da imputare in ultima analisi alla forma dello stato-nazione. E’ nata così l’idea di allentare i confini nazionali, di creare una struttura di governo europea, magari come preludio a un governo mondiale già vagheggiato all’inizio del secolo, e che questo avrebbe risolto i problemi del mondo. A mio modo di vedere è stata una falsa attribuzione della colpa, perché i totalitarismi del Novecento e i loro orrori non discendono dall’impostazione nazionalista. Questa lettura è diventata tuttavia prevalente, ed è stata articolata in modo così efficace che già negli anni Sessanta era comunemente diffusa l’idea che essere nazionalisti significasse essere malvagi. In un periodo molto breve sono stati quasi dimenticati i benefici di un sistema che aveva regolato il mondo per secoli, e che nella realtà dei fatti rimaneva ancora la cornice di riferimento in cui si muovevano i popoli”.

 

Prima delle Guerre il pensiero liberale agiva dentro uno schema retto da pilastri ereditati da tradizioni in conflitto con il liberalismo

I nostri anni sono segnati dal dibattito intorno alla natura e al destino del liberalismo, il macro-tema dentro al quale si snodano tutte le controversie specifiche, dalla Brexit all’aggressività di Vladimir Putin, dall’America First di Trump al populismo identitario dell’Europa dell’est. Ma il dibattito è anche segnato dall’incertezza intorno al significato esatto del termine “liberalismo”, alla ampiezza del sistema di pensiero che è messo sotto pressione da destra e da sinistra, e al rapporto con quell’ideale nazionalista di cui Hazony celebra le inconfessabili virtù. L’intellettuale israeliano tenta di fare ordine: “C’è una tradizione filosofica liberale-illuminista che include filosofi come Cartesio, Hobbes, Locke, Rousseau, Kant, e poi arriva fino ai giorni nostri con intellettuali come John Rawls e Robert Nozick. Quella tradizione è molto complessa e piena di variazioni al suo interno: per capirla occorre osservare i principi fondativi sui cui tutti questi pensatori tendono a concordare. Osservo tre assiomi comuni. Il primo: gli uomini sono esseri perfettamente liberi e uguali. Secondo: esiste una forma universale della ragione. Se gli esseri umani usano correttamente la ragione, arriveranno alle stesse conclusioni. Terzo: gli obblighi politici si fondano sul consenso. Ora, in questi fondamenti ci sono molti aspetti che possono essere definiti ‘liberali’, ma a mio modo di vedere una società governata su questi principi in modo tendenzialmente coerente è stata messa in atto soltanto nel Ventesimo secolo”. In altre parole, Hazony sostiene che prima delle Guerre mondiali gli elementi del pensiero liberale agivano dentro uno schema retto da pilastri concettuali ereditati da tradizioni in conflitto con il liberalismo. “Ogni precedente evento – continua l’intellettuale – come ad esempio la pace di Vestfalia, che oggi viene rappresentata come un’espressione dell’idea liberale, ha avuto luogo all’interno di una cornice profondamente cristiana e nazionalista. Quello che è successo a partire dalla Seconda guerra mondiale è che il nazionalismo e la religione sono stati eliminati dalla discussione, e si è innestata una forma più pura di liberalismo che non era mai esistita prima. Quando parlo criticamente di liberalismo, alludo dunque a questa forma novecentesca che ha eliminato le appartenenze nazionali, religiose e tribali, non a quello che c’era prima”.

 

Parte del vasto programma intellettuale di Hazony è promuovere l’idea che per rivitalizzare il conservatorismo oggi occorre riallacciarlo alla concezione nazionalista da cui si è distaccato. Per questo osserva con un qualche grado di favore anche i sommovimenti sovranisti più beceri e inarticolati: sono a suo dire sintomi della necessità di un cambiamento. Anzi, di un ritorno alle origini. “Negli Stati Uniti, in Inghilterra e in molti altri paesi emergono movimenti, fra loro anche molto diversi, che tentano di dire che la forma che il liberalismo ha preso dal Dopoguerra in poi non è sostenibile. Il presupposto su cui si regge quel sistema è uno stato di rivoluzione permanente che tende a eliminare tutto ciò su cui si fonda la vita di un popolo: la religione, l’appartenenza culturale, la famiglia, il sacro, la differenza sessuale, la specificità della lingua. In Europa sono stati eliminati dal discorso pubblico tutti i riferimenti alla tradizione biblica e cristiana, con l’idea che si potesse creare il mondo immaginario di John Lennon. L’Unione europea ha sostituito Dio con il liberalismo, con analogo dogmatismo, e per giustificare la sostituzione ha invocato ragioni tecniche. Il nuovo nazionalismo è una reazione a tutto questo, e credo che sia inevitabile che i conservatori seriamente impegnati con le proprie idee si orientino in quella direzione. Questo non significa che approvi questo o quel partito: ma capisco molto bene le esigenze a cui tentano di rispondere”, dice Hazony.

 

“L’Unione europea ha sostituito Dio con il liberalismo, con analogo dogmatismo, e ha invocato ragioni tecniche”

Come si combinano queste tendenze con l’eccezionalismo americano, con l’idea della “nazione indispensabile” che esprime un ideale universalista? “Intanto va notato che tutte le nazioni, da sempre, credono di essere eccezionali, cioè di essere in qualche modo indipendenti dalla logica delle appartenenze nazionali. L’America è nata dallo scontro fra due partiti. I federalisti concepivano gli Stati Uniti come una potenza nazionalista, mentre il partito di Thomas Jefferson abbracciava un altro ideale, sostenuto dal liberalismo astratto di Locke. Fino alla Seconda guerra mondiale l’America si è concepita come una nazione fondamentalmente cristiana, quindi determinata da caratteristiche particolari. Nel Dopoguerra la postura è cambiata, ma qualcosa della precedente concezione si è mantenuto fino alla fine della Guerra fredda: è stato con il collasso dell’Unione sovietica che l’America ha modificato i suoi principi fondativi per autoproclamarsi garante di un nuovo ordine mondiale”, spiega Hazony, che vede nel confuso ritorno al discorso nazionalista – coinciso con l’elezione di Trump – una svolta molto più profonda della leadership politica che in questo momento la incarna e rappresenta.

 

Una delle possibili obiezioni all’analisi di Hazony è che il superamento del nazionalismo avvenuto nel secolo scorso è un fatto irreversibile. Il termine “irreversibile” tocca un nervo scoperto: “Irreversibile è soltanto una dottrina universale, cioè che vale per tutti gli esseri umani di tutti i tempi, in eterno. Non credo che esista una dottrina politica che possa sostenere questa pretesa. Preferisco affidarmi alla tradizione conservatrice anglo-americana, fondata sula concezione di Edmund Burke, che vedeva la politica come un tentativo imperfetto e sempre rivedibile. E’ la pietra angolare del conservatorismo. Non sappiamo esattamente quali misure funzionano e quali non funzionano: occorre provare, sbagliare, correggersi. In quest’ottica, non c’è nulla di irreversibile”.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.