Bristol, un murale che invita a votare per il remain nel referendum del 2016 sulla Brexit

La presenza rassicurante di due solidi partiti dietro a Johnson e Trump

Claudio Cerasa

A Londra e a Washington il sistema politico e istituzionale prevede una sorta di camera di compensazione per le isterie delle leadership anti sistema. In Italia, no: dietro i populisti ci sono movimenti sradicati dalla cultura liberale

Sul Foglio di venerdì scorso, Paola Peduzzi ha giustamente segnalato che mai come in questo momento il mondo anglosassone, visto dall’oblò dell’Europa, è parso essere così fuori dal mondo. La Gran Bretagna, giovedì scorso, ha premiato un leader politico fuori dagli schemi come Boris Johnson, diventato a favore della Brexit più per opportunità che per convinzione, che entro il 31 gennaio, come ha annunciato dopo il trionfo elettorale, porterà il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Johnson, un globalizzatore anti europeista che diffida dell’Europa ma non diffida del mercato, si è affermato contro un leader che gli elettori hanno considerato più pericoloso dello stesso Johnson, Jeremy Corbyn, e nei prossimi mesi, e forse nei prossimi anni, BoJo andrà a fare coppia con un leader poco rassicurante, come Donald Trump, che ha buone possibilità di affermarsi a novembre alle elezioni presidenziali non solo grazie ai buoni risultati economici ottenuti negli ultimi quattro anni dal suo paese ma anche per la debolezza dei suoi avversari, che più si sposteranno a sinistra e più lasceranno praterie ai nuovi conservatori, come da profezia sia di Barack Obama che di Tony Blair (il primo, a metà novembre, ha suggerito ai candidati democratici, con un riferimento a Elizabeth Warren e Bernie Sanders, di non spingersi troppo a sinistra con le loro proposte dicendo che “la nostra visione anche se coraggiosa deve affondare le radici nella realtà perché l’americano medio non pensa che dobbiamo buttare giù l’intero sistema e rifarlo”; il secondo già nel 2015 aveva messo in guardia gli inglesi su quanto fosse pericoloso, e “molto da Alice nel paese delle meraviglie”, esportare nel Regno Unito un modello economico ispirato al socialismo sovietico).

  

Il mondo anglosassone non è mai stato, come lo è oggi, così ostaggio di istinti anti sistema, di politiche protezioniste, di partiti votati alla chiusura. Ma allo stesso tempo, pur con mille difficoltà, pur con mille contraddizioni, pur con mille criticità (per fortuna del Regno Unito, Johnson non è Trump, non è un ingegnere del caos, semmai, come scritto sabato da Giuliano Ferrara sul Foglio, del caos è un artista, ed è al servizio del popolo in quanto membro cospicuo dell’establishment), i due paesi dell’occidente maggiormente esposti alla demagogia populista sono quelli che sembrano avere al loro interno una buona quantità di anticorpi utili a governare la febbre populista.

 

In entrambi i casi, sia quando si parla di Regno Unito sia quando si parla di Stati Uniti, gli elettori sanno che all’interno di questi paesi, per quanto possa essere estremista il leader a cui il popolo ha offerto pieni poteri, esistono due meccanismi strutturali che costituiscono una sorta di camera di compensazione delle isterie delle leadership anti sistema. Una prima camera di compensazione è quella costituita da un sistema istituzionale solido che non si limita a declinare i suoi meccanismi di check and balance semplicemente rendendo impossibile al capo di un paese l’esercizio del suo potere (e dando magari pieni poteri alla magistratura). Una seconda camera di compensazione, se vogliamo ancora più interessante, è quella che coincide con la natura di alcuni peculiari soggetti politici che si trovano dietro il modello Trump e il modello Johnson. Forse ne avrete sentito parlare: si chiamano “partiti politici”.

 

Diversi leader populisti, primo fra tutti Matteo Salvini ma non solo lui, hanno tentato di trasformare il tandem di governo Trump-Johnson nel simbolo di una nuova egemonia e di una nuova e inevitabilmente vincente stagione di politici non allineati. Ma tra la storia di Trump (front runner del Partito repubblicano: 165 anni di storia) e quella di Boris Johnson (front runner del Partito conservatore: 185 anni di storia) e quella per esempio di Salvini e di molti follower del nazionalismo europeo c’è una differenza importante che non si può non mettere in rilievo: un conto è avere un paese guidato da un leader populista che in un paese dotato di buoni meccanismi di check and balance si trova a capo di un partito iscritto nel solco della storia dei difensori della democrazia liberale; un altro è avere un paese guidato da un leader populista che in un paese dotato di difettosi meccanismi di check and balance si trova a capo di un partito personale non iscritto nel solco della storia dei difensori della democrazia liberale.

 

C’è insomma qualcosa tutto sommato di rassicurante nel fatto che l’affermazione di due populismi diversi alla Boris Johnson e alla Donald Trump sia avvenuta e stia avvenendo in paesi che hanno la fortuna di avere dietro di loro partiti strutturati capaci di costringere a compromessi veri e a mediazioni toste anche i leader più irregolari del mondo.

 

Il buon funzionamento del sistema sta nei contrappesi, non nelle virtù o nei vizi del leader di turno, e viceversa il cattivo funzionamento di un sistema lo si riscontra laddove esistono populisti alla guida di movimenti sradicati dalla cultura liberale, che si muovono all’interno di strutture istituzionali costruite per non permettere a nessuno di decidere e che vivono in un contesto in cui il potere legislativo viene calpestato dal potere giudiziario. Il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno oggi leadership imprevedibili e per certi versi pericolose. Ma il fatto che quelle leadership siano emerse all’interno di grandi partiti che da sempre difendono la società aperta offre agli osservatori qualche ragione in più per pensare che grazie alla presenza dei partiti la realtà alla fine sarà inevitabilmente più forte di ogni forma di populismo.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.