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I laburisti provano ad analizzare la sconfitta elettorale

Paola Peduzzi

Il Labour inglese crea una commissione per l’autopsia. Il fantasma dei “dieci anni”

Le anime del Labour britannico si uniscono per gettare uno “sguardo profondo” sulla sconfitta elettorale del 12 dicembre scorso e trarne la lezione corretta per non restare fuori dal governo per i prossimi dieci anni (è questo il timore più diffuso, dieci anni in cui ogni slancio, ogni speranza, ogni guizzo si consuma all’opposizione, e sono già tredici anni che va così). La commissione per l’autopsia è stata voluta da Labour Together, un network di attivisti provenienti dalle diverse tradizioni della sinistra inglese, tra cui spicca Ed Miliband, candidato premier sconfitto nel 2015, la seconda di quattro sconfitte di fila (l’ultima vittoria è quella di Tony Blair nel 2005); da Lucy Powell, che guidò la campagna per la leadership di Miliband e quella fallimentare del Labour nel 2015; Shabana Mahmood, parlamentare che rappresenta i sindacati, e Jo Platt, una deputata che ha perso il suo seggio. L’obiettivo è ascoltare, fare tesoro delle tante conversazioni che sono state fatte in questi anni e che ora diventano cruciali per comprendere che cosa è andato storto. I primi a essere ascoltati saranno proprio i 59 candidati laburisti che hanno perso i loro seggi, i più scottati, i più depressi, i più arrabbiati: alcuni di loro hanno già parlato ai giornali, dicono che ogni porta aperta nel canvassing elettorale era una ferita, a volte capitava di arrivare alla fine di una via e pensare “siamo rovinati”.

 

Piano piano il dolore passerà, le analisi saranno più lucide e così davvero – almeno sperano Miliband&Co – sarà possibile definire le cause della sconfitta e di conseguenza le cure per il futuro: l’importante è essere equilibrati, non fare il tifo per una o l’altra versione dei fatti, e per questo l’intento è quello di coinvolgere tutti, dai corbynisti di Momentum fino a Progress, che nacque negli anni Novanta a sostegno del New Labour. Si spera di giungere a una conclusione prima della scelta del nuovo leader del Labour: Jeremy Corbyn ha detto che lascerà il suo incarico, ma i tempi non sono stati ancora definiti – si cerca di decifrare la strategia di Corbyn con il calendario del 2020 in mano: questa commissione andrà avanti fino a metà febbraio, vuol dire forse che la successione non arriverà prima di allora? C’è chi dice che non importa: l’autopsia non servirà a nulla, le lezioni pensose non piacciono a nessuno, lo scontro interno ci sarà in ogni caso, e sarà sanguinoso. C’è chi invece vuol fare in fretta: è Rebecca Long-Bailey, candidata per la leadership della fazione corbynista che già in campagna elettorale girava video buoni per la successione. La Long-Bailey non è considerata una politica carismatica ed empatica, non ha l’aria di una che sappia curare i tormenti laburisti, ma ha il sostegno di Momentum – si dice che il fondatore del gruppo sia già al lavoro per il cambiamento – e ha una vice che invece è molto carismatica oltre che generosa: è Angela Rayner, compagna di appartamento della Long-Bailey che non le si metterà di traverso. Questo è il dream team dei corbyniani, che considerano la sconfitta elettorale soltanto un accidente (il secondo, ma non importa) di una gloriosa conquista del potere che verrà. E tra i moderati che non trovano spazio né nella commissione né nella corsa per la leadership qualcuno sussurra: dieci anni sono forse pochi.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi