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Due idee di destra per fare la nuova culture war

Il dilemma dei conservatori americani: sgomitare nel perimetro liberale o armarsi per la rivoluzione? Appunti sullo scontro Ahmari-French

15 Settembre 2019 alle 06:04

Due idee di destra per fare la nuova culture war

Foto Reuters

Il valore del dibattito fra i giornalisti pensanti Sohrab Ahmari e David French – un terzo disputatio medievale, un terzo tribuna televisiva e un terzo panel di Cernobbio – non è nello scambio in sé, che non esaurisce alcuno dei problemi che pone né offre all’uditorio una chiara ipotesi interpretativa intorno alla destra che verrà. No: il valore è nella profondità delle questioni che hanno suscitato un dialogo poi inevitabilmente imperfetto. Se sia legittimo, doveroso oppure disdicevole per un conservatore americano sostenere Donald Trump (ogni conservatore può fare l’analogia con il populista che gli tocca in sorte) è in fondo una questione transitoria e che ha una data di scadenza elettorale piuttosto ravvicinata. Più interessante, invece, indagare il rapporto fra vocazione conservatrice e sensibilità libertaria, valutare se e a quali condizioni l’abbraccio al libero mercato può essere stretto mentre si professa una smodata passione per la tradizione, oppure se può una sensibilità cristiana convivere con l’elezione dell’autonomia individuale a stella polare nel firmamento antropologico e politico. In questo campo, distinguere i giudizi prudenziali dai dogmi è cruciale, ma occorre imbarcarsi in un lungo percorso a ritroso per recuperare i fondamentali della posizione conservatrice. Si tratta di miele per le orecchie del “Pensiero dominante”, sempre alla ricerca di tracce di definitivo nel mare increspato del provvisorio. Ahmari e French muovono il primo passo di un percorso di revisione tortuoso ma necessario per inquadrare i tormenti delle destre di oggi, strette fra discipline tradizionali interiorizzate e il chiaro senso, certificato nelle urne, che i pilastri di una certa persuasione conservatrice si stiano sgretolando, e l’intero edificio traballi pericolosamente. Il consenso conservatore, in un certo senso, è “morto”, come dicono gli estensori dell’appello (alla fine dell'articolo troverete l'introduzione ndr) che ha dato via al dibattito, e che riportiamo parzialmente qui sotto. Si tratta di capire se alla morte seguirà una resurrezione. 

 


 

C’è una guerra fra conservatori americani circa il modo di condurre la guerra, nel senso – naturalmente – della guerra culturale, con tutte le complessità e le contraddizioni di cui l’espressione è carica. La faida è di vecchia data, ma è riesplosa alla fine di maggio quando Sohrab Ahmari, intellettuale ed editorialista del New York Post, ha scritto sulla rivista First Things un vibrante saggio intitolato “Contro il David French-ismo”, rapidamente ripreso, vivisezionato, commentato, criticato, usato come spada oppure scudo da un ampio numero di commentatori della destra. L’obiettivo polemico di Ahmari è una strategia, o meglio una persuasione, come da terminologia kristoliana, incarnata a suo dire da David French, intellettuale e avvocato in forza alla National Review, dalle cui colonne guida ormai da anni una serrata, perfino feroce critica a Donald Trump, al trumpismo – qualunque cosa sia – e a tutti i conservatori che sono cascati nella falsa promessa che il presidente potesse essere un valido, benché largamente inconsapevole, rappresentante delle loro istanze. La settimana scorsa Ahmari e French si sono sfidati in un faccia a faccia alla Catholic University of America, una specie di finale degli US open del conservatorismo, arbitrata dall’editorialista del New York Times Ross Douthat. La dimensione personale di questa disputa è totalmente irrilevante: il “Pensiero dominante” preferisce misurarsi con le idee che con le loro incarnazioni storiche, pur sapendo che separare perfettamente le une dalle altre è compito impossibile.

  

Il cuore del disaccordo fra Ahmari e French riguarda la possibilità per i conservatori, e in particolare per i cristiani, di prendere parte in modo significativo ed efficace al dibattito pubblico su alcune questioni rilevanti che vengono normalmente raccolte sotto il termine-ombrello culture war: protezione della vita, matrimonio e famiglia, espressione dell’esperienza religiosa nello spazio pubblico e così via. Ahmari dice che questo tipo di presenza conservatrice e cristiana nelle società liberali così come sono organizzate nel presente non è più possibile; French sostiene invece che si può. Il primo invoca una strategia di rottura, uno scontro frontale; il secondo vuole invece una restaurazione dei principi liberali, correttamente intesti, che garantiscono la libertà anche dei cristiani di manifestare, in parole e opere, il loro credo. Il primo legge l’emergere di Trump come segno delle contraddizioni interne al conservatorismo, un invito a superarle per cercare una nuova sintesi; il secondo come un temporaneo impazzimento del sistema che va curato riportando lo status quo ante, quando la composita famiglia conservatrice era unita nell’abbraccio del paradigma reaganiano. La questione ha ricadute politiche immediate: una parte appoggia la rottura trumpiana come segno incoraggiante e possibile apertura di una nuova fase – certamente belligerante – mentre l’altra la avversa come supremo tradimento di un impianto che garantiva le possibilità espressive di una minoranza culturale che era stata, un tempo, maggioranza. Ma la dimensione politico-strategica poggia, in fondo, sulla disputa intorno alla compatibilità o meno fra il cristianesimo e la società liberale. Ahmari sostiene la radicale incompatibilità, French postula una naturale armonia. A questo livello, non si tratta di un problema esclusivamente americano, né legato al fattore contingente di chi abita la Casa Bianca: è tema di portata occidentale. Notare bene: i duellanti sono sostanzialmente d’accordo sul merito delle questioni cruciali, dall’aborto all’eutanasia, dal matrimonio gay alla prospettiva del poliamore, dalla libertà religiosa ai cosiddetti diritti riproduttivi. Dissentono su come portare avanti certe idee nell’arena. Eppure – e qui sta la complicazione – nello svolgersi del dibattito si scopre che metodo e merito non si possono completamente distinguere.

 

Ahmari scrive che l’unica via possibile è “combattere la guerra culturale con lo scopo di sconfiggere il nemico e di godere del bottino nella forma di una piazza pubblica riorientata verso il bene comune e, in ultima istanza, verso il Bene Supremo”, mentre il suo avversario della National Review “crede che le istituzioni di una società tecnocratica di mercato siano zone neutrali che dovrebbero, in teoria, accomodare tanto il cristianesimo tradizionale quanto i modi libertini e le ideologie paganizzanti che vi si oppongono”. E’ in nome di questa posizione che French ha passato una vita a difendere nei tribunali cristiani discriminati in ambienti ultra-secolarizzati per le loro convinzioni. Altro che istituzioni neutrali, ribatte Ahmari, l’impianto di garanzie della società liberale sta rivelando il suo pregiudizio nei confronti di certe idee, e questo sta modellando una società che incoraggia l’educazione all’ideologia transgender nelle biblioteche pubbliche e impedisce ai pasticceri di obiettare alle richieste nuziali di coppie omosessuali. Il dubbio di Ahmari è che questo pregiudizio fosse già scritto nell’origine dell’impianto liberale, e la recente accelerazione verso nuove sensibilità sociali abbia soltanto svelato ciò che già c’era.

 

Si può perimetrare, se non addirittura afferrare, il contenuto di questa specie di pregiudizio? Ahmari lo fa, scandalizzando tutti i davidfrenchisti espliciti o latenti: l’autonomia individuale. “Anche se è culturalmente conservatore – scrive – French è politicamente liberale, il che significa che la sua stella polare è l’autonomia individuale: considera la protezione dell’autonomia come il principale, se non l’unico scopo dello stato. E qui sta il problema: anche il movimento con cui ci scontriamo esalta sopra tutto la libertà individuale. Il suo scopo ultimo è assicurare il massimo spazio alla volontà soggettiva di definire ciò che è vero, buono e bello, contro l’autorità della tradizione”. Perciò, prosegue Ahmari, dicono: “Per realizzare la piena autonomia dovete affermare le nostre scelte sessuali, le nostre trasgressioni, il nostro potere di sfigurare i nostri corpi e ridefinire cosa significa essere umani, e la vostra disapprovazione in questo ci impedisce di sentirci compiutamente autonomi”. Ed ecco squadernato il cortocircuito che ha dato origine alla disputa: “Il liberalismo che massimizza l’autonomia è normativo, a suo modo. Perciò rappresenta l’interiorizzazione, e il compimento, della visione del mondo di French. Ed è così che il davidfrenchismo finisce in trappola”.

 

La conseguenza più immediata è che French e i frenchisti credono di potere combattere la culture war in termini, appunto, di cultura, ponendo nel libero mercato delle idee che si trovano in questo momento storico in posizione di minoranza. Ahmari e i suoi seguaci vogliono invece opporsi all’intera struttura del mercato delle idee. Criticano il campo da gioco e il regolamento, non il punteggio della partita. La loro obiezione è radicale: l’autonomia individuale che è il fulcro della struttura liberale contiene già una visione del mondo incompatibile con quella di chi intende rifondare il conservatorismo. E’ una divergenza fra paradigmi antropologici e politici, non soltanto un litigio sulle strategie.

  

*Riportiamo l’introduzione dell’appello “Against the Dead Consensus” uscito a marzo e firmato da decine di intellettuali conservatori americani che contestano la strategia sterile con cui la destra ha accettato di fatto la capitolazione nella battaglia culturale. 

Le elezioni del 2016 hanno mostrato divisioni ideologiche profonde, e a lungo nascoste, fra gli intellettuali conservatori americani. Alcuni di noi hanno sostenuto con convinzione l’ascesa di Trump. Altri sono stati sostenitori riluttanti. Altri ancora si sono opposti alla sua candidatura, hanno adottato l’etichetta di “Never Trump” e in alcuni casi hanno appoggiato Hillary Clinton. Eppure due anni più tardi diciamo a una voce: non si può ritornare al consenso pre-Trump che è collassato nel 2016. Ogni tentativo di rivitalizzare il fallimentare consenso repubblicano che ha preceduto Trump sarebbe scellerato e dannoso per la destra. Diamo onore al merito: il consenso conservatore ha avuto un ruolo eroico nella sconfitta del comunismo nel secolo scorso, promuovendo la prosperità interna e l’espansione di un ordine internazionale basato sulle regole. Nella sua stagione migliore, il vecchio consenso ha difeso i diritti naturali degli americani e la “trascendente dignità della persona umana, immagine visibile del Dio invisibile” (Giovanni Paolo II, Centesimus Annus) contro i soprusi dei regimi totalitari. Ma anche durante la Guerra fredda, il conservatorismo troppo spesso ha seguito la stessa stella polare del liberalismo – l’autonomia individuale. L’idolatria dell’autonomia ha paradossalmente alimentato la stessa tirannia che i conservatori dicono di detestare. La filosofia pubblica dell’America oggi si fonda sul “diritto di ciascuno di definire il proprio concetto del mistero della vita umana”, come ha scritto il giudice Kennedy, il conservatore libertario per eccellenza, nel confermare il diritto costituzionale all’aborto [...].. Certo, il vecchio consenso ha formalmente professato la sua fede nei valori tradizionali. Ma non è riuscito a ritardare, figurarsi ad invertire, l’eclissi di verità permanenti, la stabilità della famiglia, la solidarietà nelle comunità e molto altro. Si è arreso alla pornificazione della vita quotidiana, alla cultura della morte, al culto della competizione. Troppo spesso si è inchinato a un velenoso multiculturalismo. Di fronte allo squillante “No!” degli elettori a queste forze centrifughe, i conservatori del consenso si sono irrigiditi sulle loro certezze. Hanno elevato giudizi prudenziali a sacri dogmi. Questi dogmi – libero commercio, libertà di movimento attraverso ogni confine, small government come fine in sé, avanzamento tecnologico come panacea – hanno impedito il dibattito sulla natura e lo scopo del vivere comune. I conservatori del consenso hanno smesso di indagare le questioni ultime. Ma noi non smetteremo.

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    15 Settembre 2019 - 19:48

    Il documento riportato in calce è agghiacciante per la sua negazione dei diritti individuali e delle libertà fondamentali. Una via di mezzo fra il clericalismo illiberale di Pio IX (Sillabo) e le teorie naziste. Il conservatorismo Usa si conferma come branca delb pensiero totalitario.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    15 Settembre 2019 - 16:51

    Al direttore - Bell'analisi di Mattia Ferraresi. Andiamo al sodo: siamo al nodo della lotta tra Papa e Imperatore. Tra Canossa e Avignone. Tra il Faraone e i Sacerdoti. Ogni cultura, religiosa o laica che sia, contorni opportunistici compresi, non può prescindere dalla ricerca della sua egemonia. Roba vecchia. Ma credo che gli intellettuali dei due schieramenti e quelli avversari tra loro, nelle rispettive parti, sappiano benissimo che queste accanite dispute sono gli ineludibili pilastri portanti dei loro diversi pensieri. Ove, ipotesi metafisica, una parte divenisse cultura, costume e morale universale, l’uomo e la sua pretesa di assurgere a Stella polare, potrebbero chiudere bottega, definitivamente. Terra terra: lunga vita ai Trump da una parte e ai Sander dall'altra. Variabili per gradi ma complementari, necessari come gli angoli di un triangolo. Amen,

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