Chick-fil-A ha resistito ai boicottaggi, ma non alla lusinga della rispettabilità

Mattia Ferraresi

Il fast food elimina le donazioni agli enti scorretti. La catena simbolo della culture war cede alle pressioni Lgbt (ma non per soldi)

Roma. In America il marchio Chick-fil-A è talmente legato alla culture war che Kanye West nel suo ultimo album gli ha dedicato una canzone. S’intitola Closed on Sunday, perché i 2.400 ristoranti della catena di pollo fritto chiudono la domenica per santificare le feste, come aveva voluto il fondatore S. Truett Cathy, patriarca di una famiglia di battisti della Georgia che ha costruito dal nulla un impero del fast food. Chick-fil-A è diventato oggetto delle ire progressiste nel 2012, quando è venuto fuori che la fondazione legata alla catena faceva donazioni ad associazioni in favore della famiglia tradizionale e aveva sostenuto politici contrari al matrimonio fra persone dello stesso sesso, peccato d’opinione esacerbato dalle dichiarazioni del ceo, Dan Cathy: “Prego che Dio abbia pietà della nostra generazione e dell’atteggiamento arrogante di chi ha l’audacia di ridefinire che cos’è il matrimonio”, aveva detto.

  

La presa di posizione ha scatenato un meccanismo di boicottaggi e controboicottaggi ormai codificato nell’epoca della moralizzazione del business. La peculiarità è che Chick-fil-A aveva scelto la strada della difesa della propria identità cristiana, posizione che ha tenuto per anni, prima di capitolare qualche giorno fa.

 

Lunedì i vertici dell’azienda hanno annunciato che non faranno più donazioni ad alcune associazioni impegnate nella difesa della famiglia tradizionale, e d’ora in poi concentreranno le loro azioni filantropiche sull’educazione, l’accoglienza ai senzatetto e il contrasto alla povertà. Paradossalmente, il primo destinatario di fondi depennato dalla lista è la Salvation Army, organizzazione internazionale d’ispirazione metodista che si distingue innanzitutto per la lotta alla povertà, ma per l’ortodossia lgbt le sue iniziative sono invalidate dalle convinzioni della congregazione sulle unioni fra le persone dello stesso sesso. Che l’esercito della salvezza distribuisca pasti e provveda posti letto senza curarsi dell’orientamento sessuale di chi bussa alla loro porta è un fatto irrilevante per gli attivisti. Così come era irrilevante che Chick-fil-A avesse dichiarato che nei suoi store chiunque viene servito e trattato con rispetto e dignità.

  

Il caso della catena della Georgia non c’entra nulla con quello del pasticciere del Colorado che si è rifiutato di guarnire una torta nuziale per una coppia omosessuale, non si tratta di subordinare le prestazioni commerciali a convinzioni religiosamente motivate. Si tratta più semplicemente del modo in cui una fondazione privata, legata a un’azienda altrettanto privata, decide di impiegare i fondi destinati alla filantropia. Gli attivisti lgbt da anni spulciano le carte di Chick-fil-A per trovare prove di presunte pratiche discriminatorie: il giornale progressista ThinkProgress ha scritto che nel 2017 la catena ha donato quasi due milioni di dollari a enti considerati anti gay, caratterizzazione che Chick-fil-A ha finora respinto, tenendo il punto. Ora anche l’azienda simbolo della battaglia culturale ha deciso di adeguarsi.

 

La particolarità della vicenda è che Chick-fil-A non aveva alcuna ragione economica per cedere alle pressioni. La lista delle aziende intimidite e minacciate nella bottom line per le opinioni di chi le guida è lunga, ma Chick-fil-A non vi compare. È la terza catena di fast food americana, il suo giro d’affari è in crescita, i profitti se la passano bene. Però ha avuto difficoltà ad espandersi in aree urbane liberal, a New York è stata accolta con vesti stracciate e boati, a Boston il sindaco ha impedito che aprisse, i deputati locali di San Antonio e Buffalo hanno bloccato l’apertura negli aeroporti e il progetto di entrare nel mercato europeo non s’accorda bene con l’adesione al dettato biblico sugli orientamenti sessuali permissibili. La sopravvivenza economica di Chick-fil-A non dipendeva dalla genuflessione al dogma progressista, ma l’accettazione nel consesso globale del business rispettabile sì. Il giornalista e intellettuale conservatore Rod Dreher ha scritto: “La vera valuta di cui si parla qui non sono i soldi, ma la rispettabilità della classe media. Questa sarà negata ai cristiani che rimangono fedeli agli insegnamenti biblici sulla sessualità”.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.