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“L’identità è a caccia di nemici immaginari e così distrugge le democrazie”

Il nuovo libro di Douglas Murray sulla guerra di tutti contro tutti

8 Settembre 2019 alle 06:12

“L’identità è a caccia di nemici immaginari e così distrugge le democrazie”

Foto LaPresse

Roma. “Stiamo attraversando un grande disordine di massa”. Douglas Murray, commentatore inglese, ateo, gay e liberal-conservatore, due anni fa aveva scalato le classifiche della saggistica britannica con “The strange death of Europe” (tradotto in tutto il mondo, in Italia da Neri Pozza). A metà settembre, Murray torna in libreria con “The madness of crowds” per le edizioni di Bloombsbury. “In pubblico e in privato, le persone si comportano in modi sempre più irrazionali, febbrili, simili a branchi”. Mentre vediamo i sintomi di questo comportamento, non ne rintracciamo le cause.

 

Secondo Murray stiamo attraversando un’era postmoderna in cui sono crollate le grandi narrazioni. Al loro posto è emerso il desiderio di correggere i torti percepiti e la società è diventata tribale e, come mostra l’intellettuale inglese, le sue vittime stanno aumentando. “Abbiamo vissuto un periodo di oltre un quarto di secolo in cui sono crollate tutte le grandiose narrazioni sulla nostra esistenza”. Il cristianesimo è caduto per primo. Poi è stata la volta delle grandi ideologie. “Tuttavia, la natura detesta il vuoto. E le persone nelle ricche democrazie occidentali non potevano semplicemente rimanere le prime nella storia a non avere alcuna spiegazione su quello che stiamo facendo qui e nessuna storia con cui dare uno scopo alla propria vita”.

 

E’ sorto così uno “stato di indignazione permanente” e “una guerra costante contro chiunque sembri essere dalla parte sbagliata”. La sorprendente velocità di questo processo è stata principalmente causata dai giganti della Silicon Valley. “L’interpretazione del mondo attraverso la ‘giustizia sociale’ e la ‘politica di gruppo dell’identità’ è probabilmente lo sforzo più audace e completo dalla fine della Guerra Fredda di creare una nuova ideologia”. La politica dell’identità ha spezzato la coesione in occidente. “Questa atomizza la società in diversi gruppi di interesse in base a sesso (o gender), razza, preferenza sessuale e altro”. La politica dell’identità incoraggia le minoranze a organizzarsi e ad attaccare. “Frasi un tempo oscure come ‘Lgbtq’, ‘privilegio bianco’, ‘patriarcato’ e ‘transfobia’ sono improvvisamente sentite ovunque. È come se, dopo aver elaborato ciò che voleva, la nuova religione impiegasse un altro mezzo decennio per capire come imporsi ai non credenti. E lo ha fatto con uno spaventoso successo”. 

 

E’ una retorica che aggrava le divisioni esistenti e ne crea di nuove. “Invece di mostrare come possiamo andare tutti d’accordo, le lezioni dell’ultimo decennio sembrano esacerbare la sensazione che in realtà non siamo molto bravi a convivere. Una serie di fili elettrici è posta su tutta la cultura”. Tutto si è inacidito. Il compianto filosofo politico Kenneth Minogue parlava della “sindrome di San Giorgio in pensione”.

 

Dopo aver ucciso il drago, il guerriero si ritrova a vagare per la terra in cerca di combattimenti più gloriosi. “Alla fine, dopo essersi stancato di cercare draghi sempre più piccoli, si ritrova a vibrare la sua spada a mezz’aria, immaginando draghi”. Oggi la vita pubblica in occidente è piena di chi va a caccia dei propri draghi immaginari.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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