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Vincent Lambert, l'omicidio di un innocente

E’ morto ieri in Francia Vincent Lambert, dopo la sospensione per via giudiziaria di cure e alimentazione (contro la volontà dei genitori). Redeker ci spiega perché il 42enne tetraplegico è diventato “il capro espiatorio della nostra barbarie”

11 Luglio 2019 alle 18:57

Vincent Lambert, “il capro espiatorio della nostra barbarie”

foto LaPresse

Roma. E’ morto ieri mattina alle 8.24 nell’ospedale centrale di Reims, nel nord della Francia, dove era ricoverato da anni. Si è conclusa così la vita di Vincent Lambert, il tetraplegico 42enne cui i medici, per ordine di un tribunale, avevano sospeso da dieci giorni alimentazione e idratazione. Di “crimine di stato” e “vergogna per la Francia” hanno parlato i genitori, Viviane e Pierre Lambert, dopo anni di battaglie e testimonianze. Papa Francesco ha denunciato la “civiltà che elimina le persone”. “Lo stato francese è riuscito a compiere l’impresa: uccidere Vincent Lambert”, ha scritto Michel Houellebecq sul Monde, attaccando la ministra della Sanità Agnès Buzyn. “L’ospedale aveva altre cose a cui pensare che mantenere in vita degli handicappati”, ha spiegato l’autore delle “Particelle elementari”. Secondo Houellebecq, Lambert “non era in fin di vita, ma viveva in uno stato mentale particolare, del quale sarebbe onesto dire che non ne sappiamo praticamente nulla”. E ancora: “Mi è difficile liberarmi della fastidiosa impressione che Vincent Lambert sia morto per colpa di una mediatizzazione eccessiva, per essere diventato un simbolo suo malgrado; si trattava, per la ministra della Sanità, di farne un esempio. ‘Di aprire una breccia’, come si dice, ‘di fare evolvere le mentalità’”. Altrettanto duro il cardinale Robert Sarah, che ha chiamato Lambert “martire, vittima della spaventosa follia degli uomini del nostro tempo”.

 

Robert Redeker, filosofo, editorialista del Figaro e Marianne, già membro del comitato di redazione della rivista sartriana Les Temps modernes e autore del recente libro “Eclisse della morte” (Queriniana), legge il caso Lambert con la teoria di René Girard del capro espiatorio. “Lambert è vittima di una certa ideologia progressista”, dice Redeker al Foglio. “Ma c’è anche qualcos’altro: è la condanna a morte applicata a una persona innocente. E questa è la definizione esatta del capro espiatorio. Girard ha spiegato che il capro espiatorio deve essere innocente; il suo omicidio, dice Girard, assicura un momento di unità alla società. Questo è esattamente quello che è successo qui. La Francia ha abolito la pena di morte per i colpevoli. Ma non per i malati. E questo omicidio è legato alla scristianizzazione assoluta del nostro paese. E il tutto mascherato dietro al progressismo. Le persone credono che uccidere un paziente sia un progresso, è il senso della storia”.

 

La chiesa cattolica in questa vicenda è apparsa assente, timida, in ritirata. “In Francia la chiesa è così fraintesa che è diventata sempre più cauta. I migranti sono i nuovi santi dell’Europa postcattolica, Vincent Lambert aveva il torto di essere francese, bianco, il capro espiatorio perfetto. ‘Il deserto sta crescendo’, ha scritto Nietzsche. E’ il progresso del nichilismo. Il nichilismo che deruba tutto, a cominciare dalla morte. La morte come qualcosa di fisico viene rimossa dalla vita di tutti i giorni. Nel caso di Vincent Lambert, la morte è per l’opinione pubblica qualcosa di astratto, irreale. Tutti condividono più o meno la stessa ideologia dominante”.

 

Nel suo libro, Redeker spiega che questo rifiuto della morte, questo “sguardo purificato dalla cecità generata dall’idea di progresso”, è legato alla nuova questione antropologica: “E’ l’idea che le generazioni future non abbiano debiti nei confronti di chi li ha preceduti e generati. Dobbiamo rimuovere tutti i debiti, tutti i riconoscimenti. Senza morte, non c’è cultura, storia, evoluzione, generazione, genitore, bambino. E’ la terribile illusione di credere che una generazione possa nascere da sé”.
Dietro la filantropia dei sostenitori dell’eutanasia si maschera una feroce misantropia. “Il nostro secolo non ama più l’uomo quando è malato. Il nostro secolo non lo sopporta più. Eccoci incapaci di sostenere lo sguardo dell’agonia. Non vogliamo più che la morte, la malattia, la sofferenza, l’agonia, ci guardino negli occhi. Rivolti verso di noi, i loro sguardi ci interrogano sulla condizione umana, trapassano la nostra intimità psicologica, spingendoci verso i bordi della riflessione metafisica. Eterni adolescenti drogati da euforia permanente, umani inebetiti incollati agli schermi, sappiamo solo sfuggire a questo confronto con la finitudine”. Da qui il favore che suscita, da noi, l’eutanasia? “Paradossalmente, nella sua giustificazione dell’eutanasia, l’uomo contemporaneo esprime l’immortalismo transumanista poiché si tratta, in questo gesto, dell’affermazione che l’unica vita degna di essere vissuta è la vita incorruttibile, sana. In altre parole: la vita potenzialmente immortale. La vita ritenuta meritevole dell’immortalità. L’eutanasia, molto stranamente, forse paradossalmente, nella misura in cui non tollera nient’altro che la vita ritenuta degna d’essere vissuta, è proprio una negazione della morte. L’eutanasia è una rivolta contro la morte. L’eclissi della morte è l’emblema dell’angoscia dell’uomo contemporaneo. Ne costituisce un’amara componente. Se Nietzsche ha visto la ‘morte di Dio’, non ha in compenso capito nulla del cristianesimo, del suo amore per la carne, per la materia come carne. Senza dubbio è perché si decristianizza e, per di più, perché il cattolicesimo si trasforma a poco a poco in un protestantesimo etereo, perché il nostro tempo ha in odio la materia. La materia ripugna all’igienismo, questo fanatismo della nostra epoca, ripugna alla vita ordinata come lo stile di una linea netta di un fumetto. Ma dobbiamo morire per avere figli, nipoti. Dobbiamo morire per diventare padre, madre; dobbiamo morire perché nascano figlie, figli. Senza la morte, l’arte d’essere nonno, cara a Victor Hugo, non avrebbe avuto modo di perfezionarsi sulla scena del mondo. Senza questa oscura compagna, ritenuta come la nostra orrenda nemica, nessuna forma di vita familiare potrebbe sussistere. La morte è il prezzo che l’umanità è condannata a pagare per accedere alla più umana delle vite, ai più umani dei sentimenti. Non possiamo essere uomini che all’ombra delle tombe”.
Dicevamo della chiesa. Se questa appare intimidita, chi difenderà la vita umana in occidente? “Sarà la chiesa o sarà la barbarie. Ma una barbarie di tipo nuovo, postmoderna, che non si è mai vista nella storia”.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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