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“Eutanasia e suicidio assistito sono una sconfitta per tutti”

Papa Francesco interviene nel dibattito dopo il caso di Noa Pothoven: “La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi”

5 Giugno 2019 alle 13:44

“Eutanasia e suicidio assistito sono una sconfitta”

Non è stata eutanasia, quella le era stata negata. Noa Pothoven la ragazza olandese di 17 anni che domenica è morta nella sua casa schiacciata dall'incapacità di sopportare il trauma di diverse violenze sessuali subite fin dall'età di 11 anni, si è lasciata morire. A un certo punto ha deciso di smettere di mangiare e bere. E i genitori, insieme ai medici, hanno deciso di non forzarla. Così almeno ha raccontato la corrispondente di Politico Europe, Naomi O'Leary, dopo aver parlato con Paul Bolwerk, giornalista che ha seguito l'intera vicenda a partire dal 2018. 

 

 

Ognuno potrà decidere, liberamente, se questa forma di suicidio assistito sia più o meno grave dell'eutanasia. Potrà immedesimarsi con i genitori, provare a capire perché, a un certo punto, hanno preferito lasciar morire loro figlia. Di certo c'è che Noa Pothoven è morta. E questa, per usare le parole di Papa Francesco, è “una sconfitta per tutti”.

 

 

Non è la prima volta che il Pontefice interviene sul tema dell'eutanasia e del suicidio assistito. Lo aveva fatto quando i medici inglesi avevano deciso di staccare la spina al piccolo Alfie Evans e, ugualmente, aveva detto la sua sul caso del francese Vincent Lambert. Due vicende che hanno avuto sull'opinione pubblica effetti diversi da quella di Noa. Forse perché, per qualcuno, esistono vite più degne di essere vissute.

 

Eppure, come ha dichiarato all'Adnkronos, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Vincenzo Paglia, “non ci possiamo adeguare a fare il lavoro sporco della morte: siamo di fronte ad una sconfitta, così distruggiamo i principi di affetti e solidarietà. Certamente ha avuto una storia amaramente difficile, di abusi, anoressia, depressione ma quel che è avvenuto è che, di fronte a queste situazioni, non riusciamo a fare il lavoro della vita e ci adeguiamo a fare il lavoro sporco della morte. E' quel che deve scuoterci rispetto a questo fatto che ci fa parlare di sconfitta”.

 

“Non illudiamoci - ha proseguito - che una legge risolva problemi così complessi e radicati sull'umano. C'è un problema di cultura senza la quale il resto rischia di essere deresponsabilizzato con il tema della fragilità umana. Come se la fragilità dovesse essere imputata come colpa. Io personalmente il lavoro sporco della morte non lo voglio fare: qualsiasi gesto in tal senso è un arretramento. La distruzione dei principi di affetto e di solidarietà. Rossana Rossanda, grande amica di Lucio Magri che decise di andare a morire in Svizzera, ricordò che nonostante fosse favorevole all'eutanasia non sarebbe mai riuscita a perdonare l'amico Lucio perché aveva fatto un gesto senza pensare al dolore che avrebbe arrecato con la sua perdita. 'Questo vuol dire - ricordò la Rossanda- che l'amicizia non conta nulla'. Questo è il punto nodale. Anche il 'non ce la faccio più' è una domanda di aiuto”.

  

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