Vincent Lambert, condannato a morte

Ferdinando Cancelli

Il 42enne è un paziente non in fase terminale che lo diventa perché siamo noi a deciderlo

"Se fosse possibile vorrei che si ricominciasse a idratare e a nutrire mio marito". Dieci giorni dopo l’inizio della sospensione dei trattamenti di sostegno vitale che lei stessa ci aveva chiesto, il paziente era inaspettatamente ancora in vita e la moglie, angosciata, chiedeva di tornare sulla propria decisione. Non sempre infatti le cose vanno come ci si potrebbe aspettare e l’organismo umano, lo sanno bene i medici, in particolare quelli che seguono pazienti molto gravi, può mostrare energie vitali insospettabili. In particolare nel caso di Pierre, affetto da una grave malattia neurologica evolutiva e seguito anche da me all’ospedale universitario di Ginevra, la morte giunse dopo due settimane dalla sospensione di idratazione e nutrizione riuscendo il suo corpo a sfruttare anche quei pochissimi liquidi che venivano infusi per veicolare i farmaci che lo mantenevano sedato.

 

  

Quale sarà da oggi in poi il percorso di Vincent Lambert? Nessuno può rispondere con certezza a questa domanda. Solo alcune evidenze sono certe sul suo caso, proviamo a elencarne alcune. Vincent non era, almeno fino a quando idratazione e nutrizione erano in atto, un paziente in fase terminale di malattia. Era piuttosto un paziente gravemente disabile, quasi sicuramente senza possibilità di miglioramento ma non in fase finale di malattia. Vincent non era un paziente con sintomi disturbanti, almeno fino a quando idratazione e nutrizione erano in atto: non mostrava dolore, non faticava a respirare, non aveva nausea o conati di vomito, non era agitato. Con la sospensione di idratazione e nutrizione vi è il fondato timore che i sintomi compaiano e proprio per tale motivo vengono iniziate terapie contro il dolore e viene mantenuto uno stato di sedazione profonda e continua fino al decesso. Vincent non ha scritto o trasmesso in alcun modo una direttiva anticipata di trattamento: detto in altre parole, non sapremo mai se lui avrebbe voluto continuare o meno a essere nutrito e idratato. Vincent non è inoltre un paziente per il quale i familiari abbiano trovato un accordo, anzi si teme che dietro la battaglia che divide i genitori dalla nuora vi siano motivi che con la malattia di Vincent non c’entrano molto. Vincent è un malato che costa. Poco tempo fa chiedevo ai miei studenti di bioetica se secondo loro costasse di più un malato ben seguito in un reparto di cure palliative o un malato morto: tutti sono stati risvegliati dalla domanda e hanno risposto in modo univoco ricordando l’insegnamento che David Lamb già molti anni fa trasmetteva sulle ragioni economiche alla base delle scelte di politica sanitaria.

  

 

Proviamo a riassumere: un paziente non in fase terminale che lo diventa a causa della nostra decisione, un paziente senza sintomi che probabilmente per morire li avrà e che saremo quindi obbligati a sedare profondamente, un paziente del quale non conosciamo la volontà e per il quale, incuranti della massima in dubio pro vita, preferiamo la morte anche contro il parere dei genitori. Un paziente costoso che tra poco non lo sarà più ma che lascerà un segno indelebile e aprirà una ferita nel cuore dell’impianto stesso della nostra medicina. Diciamo che ci pare di vedere molte ragioni che dovrebbero far tornare sui propri passi prima che sia troppo tardi, ragioni sia di tipo clinico che etico e umano. “Sono il padre di una delle quasi 1.700 persone in una situazione simile a quella di Vincent Lambert – scrive il dottor Philippe Petit sul sito dell’ Union Nationale des Associations de familles de traumatisés crâniens et cérébro-lésés rivolgendosi al Presidente Emmanuel Macron – e tutto questo ci terrorizza”.

  

Vincent Lambert è un paziente, non dovrebbe essere un condannato a morte per il quale si aspetta una grazia presidenziale. La stessa grazia che domani potrebbe non arrivare per molti altri come lui.

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