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Non parliamo di Noa, parliamo di noi. Perché un fatto ci spaventa così

Una ragazza olandese di diciassette anni è "andata" ed è stata lasciata andare. Un fatto che cambia la nostra idea di amore e di prendersi cura

7 Giugno 2019 alle 06:10

Non parliamo di Noa, parliamo di noi. Perché un fatto ci spaventa così

Gustav Klimt, Morte e vita, 1910/1911, olio su tela

Non voglio parlare del dibattito sull’eutanasia, nemmeno delle notizie false o non verificate. Di fronte al fatto in sé, sono bagatelle per un’altra volta. Non voglio parlare nemmeno di Noa, ma di noi. (Spoiler: siete liberi di passare al prossimo articolo). Voglio parlare di noi – della community in cui siamo tutti giornalisti, politici, o quantomeno abbiamo tutti un account su cui dire la nostra; ma credo che la prima plurale riguardi in questo caso chiunque – e di come ci siamo messi di fronte a un accadimento. Una ragazza olandese di diciassette anni, che sono stati un monte di dolore, si lascia morire nella (libera) coscienza che non ci sia altra uscita. Il punto non è se aiutata, e neppure medicalmente aiutata, per legge o contro legge. Il punto è, semplicemente, questo: è andata, ed è stata lasciata andare. Anche dai genitori, da chi le era in qualche forma vicino. E’ grossa. Una cosa grossa. I nostri vecchi dicevano in dialetto ‘l’è spèssa”, ha uno spessore poco maneggiabile. Era la parola per le sciagure, il più delle volte l’unica che sapevano dire. L’è spèssa è per ciò che non ha misura né rimedio.

 

Delle implicazioni di questa vicenda si può dibattere come si vuole, ma un’altra volta. La cosa che penso io, ma è venuta su a poco a poco, di fronte ai commenti e a come la prendevano i giornali, è soltanto che è grossa e non ci si può nascondere dietro a un dito, sperando che indichi la faccia più rassicurante della luna. Lasciarsi morire per un’impossibilità a vivere in cui nessuno ha saputo, potuto, voluto penetrare, unito al lasciare andare attonito o devastato, certo non giudicabile da nessuno, non è un “caso limite”. Uno di quelli su cui solitamente si puntellano opposte strategie morali o politiche. No, è un punto di non ritorno, un’ultima desolata Thule del perché, e come, si vive. Riguarda noi, personalmente e collettivamente. E il motivo (o la giustificazione: a volte serve trovare delle giustificazioni) per cui siamo al mondo, e nel mondo. Che ci stiamo con un’attitudine rapace o felice, corsara o gentile, non importa. Ma ci siamo.

 

Invece mi ha colpito questo: un atteggiamento difensivo, il dito che si sforza di parare il colpo della luna. Bipartisan, se volete. Da un lato coloro che, anche sbagliando all’inizio, ma anche poi emendandosi, tendono a riportare questo macigno che ci si para davanti agli occhi alla prospettiva del dibattito eutanasico. E’ anche il punto di angolazione di questo giornale, non privo di elementi. Dall’altra parte – e non è che mi sembri più grave, non è la questione: ma mi sembra molto più rivelatore – i tanti che hanno insistito sul punto “non è stata eutanasia” e sul punto della fake news. Faccende interessanti pure queste, ma hanno parlato soltanto di quello. Evidentemente (o almeno è parso rivelatore a me) perché queste persone hanno anche loro capito che quella cosa è troppo grossa. Il primo è stato Marco Cappato: credo abbia intuito che legare le sue battaglie a una cosa spèssa come questa, non era il caso. Così molti hanno provato a riportare, a loro volta, la faccenda su un terreno più conosciuto, consono: l’offensiva oscurantista delle fake news, o la libertà di scelta.

 

Ma è possibile, è decente? La morte di Noa è un fatto che segna il punto di non ritorno di una doxa sociale in cui l’autonomia inviolabile della persona, il suo safe space psicologico e clinico e giuridico è tale che la stessa parola amore da lei usata – la parola di relazione che ha costruito la nostra antropologia almeno da duemila anni – non è più valida. Si “lascia andare”. E con la parola svapora non tanto la nozione di vita indisponibile, altra bagatella per un altro dibattito, ma qualsiasi prendersi cura capace, o che abbia la pretesa, di entrare in contatto con l’altro. Si dovrebbe avere il coraggio di dire che è accaduta una cosa grossa, che non riguarda una ragazza piena di dolore, o gli olandesi, o i preti o Cappato. Riguarda come e perché viviamo, o persino scriviamo. Troppo grossa per parlar d’altro.

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Commenti all'articolo

  • mristoratore

    07 Giugno 2019 - 13:01

    Credo che il senso di questa riflessione di Crippa sia proprio la necessità di dover evitare proprio i suoi 2 punti: (1) è giusto perché ognuno è libero di fare di sé quello che vuole, (2) la vita umana è sacra e non può essere lasciata all'individuo. Beati (!) coloro che invece, semplicemente, sono convinti di (1) o di (2)

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  • emiliosisi

    07 Giugno 2019 - 08:08

    Gentile Crippa, credo abbia ragione nel dire che è una cosa grossa, ma non capisco il senso della sua riflessione. La vita è sempre stata e continuerà ad essere una cosa grossa. La IGM e la IIGM e la Shoa sono cose grosse e lo è stata la morte di mio zio che ha cercato di fuggire da un campo di prigionia inglese in India, ucciso perché altri italiani prigionieri come lui lo hanno denunciato. Si discuta della scelta di Noa rispetto al concetto di libertà che ci appartiene come cultura e che abbiamo come individui. E' tutto un terreno nuovo, questo, su cui non esiste sdegno morale pregiudizievole: occorreranno tanta discussione e tante esperienze e tanti errori, ma ciò che occorre evitare è (1) è giusto perché ognuno è libero di fare di sé quello che vuole, (2) la vita umana è sacra e non può essere lasciata all'individuo. E' lo stesso discorso dell'amore che si continua a vedere sganciato dalla volontà di potenza. E di tante altre cose.

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