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Prendersi cura, ma non negare la morte

L’etica, la religione, la pietas e il rischio di rifugiarsi nella magia

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

12 Luglio 2019 alle 10:14

Prendersi cura, ma non negare la morte

Vincent Lambert

Di Michel Houellebecq non so bene cosa pensare, di solito non ci penso. Sul Monde, mentre Vincent Lambert ancora era vivo, ha messo nero su bianco la sua fastidiosa impressione che sia morto perché diventato “un simbolo suo malgrado”. Si trattava, per lo stato, “di farne un esempio. ‘Di aprire una breccia’, come si dice, ‘di fare evolvere le mentalità’”. Ha ragione. Scrive anche che “l’ospedale aveva altre cose a cui pensare che mantenere in vita degli handicappati”, ed è il giudizio culturale (politico) più pesante, coglie il segno di una incapacità – o non volontà – di cura. O meglio una trasformazione, dopo più o meno tre millenni, avvenuta nella nostra civiltà sul concetto di cura, di prendersi cura.

 

Vincent Lambert, l'omicidio di un innocente

E’ morto ieri in Francia Vincent Lambert, dopo la sospensione per via giudiziaria di cure e alimentazione (contro la volontà dei genitori). Redeker ci spiega perché il 42enne tetraplegico è diventato “il capro espiatorio della nostra barbarie”

 

Ma questo è soltanto un corno del problema. L’altro riguarda la cura della vita. E tende a sfuggire, non so se a Houellebecq, di certo a tanti bioeticisti segnatamente di formazione “religiosa”, la cosa in sé: quando un essere vivente, vegetale, animale o umano non è più in grado di alimentarsi e idratarsi, muore. Per gli umani è somma tragedia, e da sempre tutte le civiltà la affrontano come possono. I nativi americani abbandonavano i loro vecchi sul sentiero, col sacchetto degli amuleti, in attesa della sorte; credo avvenisse in molte popolazioni nomadi. La vedova di Naim, che piange per il figlio unico morto, piangeva perché sarebbe rimasta abbandonata e sarebbe morta di stenti. Senza mezzi per bere e mangiare. Gesù le disse “donna, non piangere”. Ci fu Ippocrate, ma se nei due millenni passati, e fino a ieri, la nostra cultura dell’accompagnamento alla morte ha fatto progressi, con buona pace di tutti è un portato del cristianesimo. Ma nemmeno nella sua pietas più sublime il cristianesimo può confondere il prendersi cura con la negazione della natura.

 

E qui entra il problema della libertà. Far morire una persona per far risparmiare la Asl non è evidentemente libertà: chiunque dovrebbe poter decidere di voler essere tenuto il più a lungo possibile qui, oppure anche il contrario. Non tutta la cura medica è un prendersi cura. Non deve sovrapporsi a un’idea religiosa che sconfina nella negazione della morte, che è magia.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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