Vita eterna 4.0

Eugenio Cau

La Silicon Valley è ossessionata dalla possibilità di vivere sempre più a lungo, anche mille anni (davvero). Le barriere da superare, i miliardi da investire, gli scenari apocalittici e una domanda molto pratica

L’imprenditore tecnologico più chiacchierato del momento è Adam Neumann, un ragazzone alto quasi due metri e con i capelli lunghi, che nelle ultime settimane è passato da essere uno dei ceo più ammirati del mondo a essere lo zimbello di tutta la comunità del business. Neumann è il cofondatore di WeWork, l’azienda di coworking che all’inizio dell’anno era valutata 47 miliardi di dollari ed era considerata il fiore all’occhiello del nuovo capitalismo americano. Quest’estate, con grandi fanfare, WeWork ha annunciato il suo debutto in Borsa, ma quando gli analisti sono andati a spulciare tra i documenti fiscali dell’azienda sono scoppiati a ridere: WeWork ha un modello di business che fa acqua da tutte le parti, cresce moltissimo ma perde molti più soldi di quanti ne incassi, e Neumann è apparso come un leader stralunato e approfittatore, che a un certo punto ha perfino incassato sei milioni di dollari vendendo il marchio WeWork alla propria azienda (quando la notizia dell’affare è stata diffusa lui ha annullato tutto per evitare scandali). Lo stile di vita di Neumann è diventato fonte di imbarazzo per l’azienda. In un profilo uscito pochi giorni fa sul Wall Street Journal si legge che un giorno dimenticò su un aereo privato una scatola di cereali così piena di marijuana che il proprietario dell’aereo temette di passare dei guai per traffico internazionale di droga. Neumann va in giro a dire di voler diventare presidente di Israele (è nato lì), ma che la carica che più gli si addice è quella di presidente del mondo. Soprattutto, Neumann sostiene di voler vivere per sempre.

 

“Vivere per sempre” non è un pensiero strambo in Silicon Valley. Da Calico di Google alle sparate di Adam Neumann

Non è un pensiero così strambo. WeWork è una compagnia newyorchese, ma dall’altra parte della costa americana, in Silicon Valley, l’idea della vita eterna è accarezzata e inseguita, un po’ perché chi ha accumulato fortune plurimiliardarie vorrebbe avere il tempo per godersele, e un po’ perché è così che funziona la testa degli imprenditori della Valle: se c’è un problema basta trovare la maniere ingegneristicamente più efficiente per risolverlo, e la morte è soltanto un problema leggermente più complesso degli altri. Nel 2013 Google ha creato Calico, una divisione scientifica che si occupa di benessere e aspettativa di vita, ma che nella retorica interna dell’azienda ha il compito di “risolvere” la morte (riecco l’atteggiamento ingegneristico). A un certo punto, un paio di anni fa, si sparse la voce che il cofondatore di PayPal e di Palantir, Peter Thiel, voleva farsi delle trasfusioni di sangue giovane per favorire il ringiovanimento (era falso, ma la storia sembrò assolutamente verosimile). Le startup di crioconservazione proliferano, e le persone che hanno pagato centinaia di migliaia di dollari per farsi congelare in attesa che la tecnologia sia abbastanza evoluta per trasformarle in semidivinità si contano nell’ordine delle migliaia (alcuni, per risparmiare, potrebbero farsi congelare soltanto il cervello, che sperano di impiantare su un corpo robot con le fattezze di Brad Pitt). Insomma, la Silicon Valley è decisa a risolvere la morte con una montagna di miliardi e qualche algoritmo. Questa forma mentis ha portato a molte disgrazie, per esempio quando si è pensato di poter ingegnerizzare la democrazia liberale, il giornalismo e i rapporti personali – e con la vita e la morte sarebbe meglio evitare di fare troppi giochi. Questo senza nemmeno affrontare il tema più importante: è davvero desiderabile vivere per sempre, migliaia e migliaia di anni? C’è qualcun altro che lo vuole, oltre ai megalomani della Silicon Valley? Per fortuna nella corsa per una morte più lontana – e per una vita migliore – i Sergei Brin e i Peter Thiel e gli Adam Neumann non sono gli unici in gara.

 

Secondo uno studio di Bank of America Merril Lynch letto in esclusiva dal Foglio, il mercato della tecnologia applicato alla salute varrà nel 2025 oltre 600 miliardi di dollari. Paradossalmente, i campi più promettenti e più eccitanti, quelli da cui ci possiamo aspettare maggiori progressi, non sono i “moonshot”, le imprese fantascientifiche di chi vorrebbe vivere per sempre, ma il lavoro costante degli scienziati, che negli ultimi decenni hanno fatto la vera rivoluzione. Se nel 1900 l’aspettativa di vita mondiale era di 31 anni, oggi è più che duplicata a 72 anni, sebbene con molte differenze tra paesi poveri e paesi più ricchi. L’apporto di tecnologie come l’intelligenza artificiale, l’utilizzo dei big data e le nanotecnologie porterà a un’accelerazione che aumenterà l’aspettativa di vita mondiale, ma si occuperà anche di un altro compito, forse più importante: consentire alle persone di aumentare il tempo di vita in piena salute. Prima di risolvere la morte, bisogna arginare la vecchiaia.

 

Ma quando si troveranno nuove cure per migliorare la salute o allungare a oltranza l’aspettativa di vita, le passerà la mutua?

Per esempio: la rivoluzione della genetica. Il genoma umano è stato sequenziato per la prima volta nel 2003, relativamente poco tempo fa, e il costo di quella prima impresa fu  di 2,7 miliardi di dollari. Nel 2014, sequenziare il genoma di una persona costava 1.000 dollari, e si stima che nei prossimi anni costerà appena cento dollari e si impiegherà un’ora soltanto per fare qualcosa che fino a dieci anni fa era ancora fantascienza. E’ una diminuzione di prezzo del 99,999 per cento, che darà accesso a una quantità di dati enorme e preziosa: si stima che entro il 2025 2,5 miliardi di persone avrà il proprio genoma sequenziato. Questo potrà servire a creare nuovi farmaci, e soprattutto a creare terapie e percorsi di prevenzione personalizzati per ciascun paziente. Tra gli avanzamenti più importanti in questo campo, ovviamente, c’è la famigerata tecnologia Crispr, una tecnica di modificazione genetica molto potente che per ora è stata utilizzata sugli esseri umani soltanto da un ricercatore cinese molto controverso. Crispr può essere usato per migliorare sensibilmente la vita sulla Terra, può creare piante ogm che migliorano i rendimenti in agricoltura o prevenire la diffusione della malaria modificando il genoma delle zanzare, ma è una tecnica che tanti ricercatori considerano troppo potente per essere usata alla leggera. La gigantesca mole di dati prodotti dal sequenziamento del genoma è soltanto una parte dei dati che possono essere usati dalla ricerca. Secondo lo studio di Bank of America Merril Lynch, un terzo dei dati generati nel mondo viene dall’ambito della salute, e avere più dati, se usati bene, può aumentare l’accuratezza delle diagnosi.

 

La vera rivoluzione tecnologica legata alla vita umana sta però in un neologismo coniato esattamente dieci anni fa: l’obiettivo principale degli scienziati in questo momento è quello della “amortalità”, che non significa vivere per sempre, ma mantenere la stessa qualità della vita fino alla vecchiaia. Il termine è stato inventato dalla studiosa Catherine Meyer ed è diventato celebre quando nel 2009 la rivista Time lo inserì tra le dieci idee che cambieranno il mondo. Meyer lo descriveva così: “Una caratteristica che definisce l’amortalità è vivere alla stessa maniera, con la stessa energia e consumando le stesse cose dalla fine dell’adolescenza fino alla morte”. Messa così sembra un progetto distopico, ma in realtà è relativamente semplice: ha poco senso aumentare l’aspettativa di vita se questo significa allungare la durata di una vecchiaia debilitante. Meglio concentrarsi sull’aspettativa di buona salute, comprimendo il periodo debilitante, e poi a quel punto potremo vivere tranquilli oltre i cent’anni. La differenza tra “healthspan” (che si può tradurre in maniera approssimativa come aspettativa di buona salute) e “lifespan” (che è l’aspettativa di vita) è sempre più importante e apprezzata dai ricercatori, e anche dagli economisti: significa che le persone possono lavorare per più tempo, consumare per più tempo, e magari bilanciare un po’ il gran squilibrio demografico che costringerà sempre meno giovani a pagare per sempre più pensioni.

 

Soltanto a questo punto, dopo aver fatto tesoro dei progressi della genetica e dell’utilizzo dei big data in medicina, e dopo essersi concentrati sulla “healthspan”, si può cercare davvero di capire come arrivare a vivere più a lungo, e forse perfino per sempre. Finora l’obiettivo tanto cercato in Silicon Valley sembra fuori dalla nostra portata. Alcuni studi celebri, tra cui quello realizzato da Jan Vijg e altri nel 2016, sembrano mostrare che c’è un limite alla longevità umana, che non supera i 115 anni e che soltanto in pochissimi casi arriva oltre i 120 anni. La persona più anziana di cui si abbiano notizie si chiamava Jeanne Calment ed è morta a 122 anni. Mentre dal 1900 a oggi l’aspettativa di vita è più che raddoppiata, lo stesso non è successo per il limite massimo dell’estensione della vita: oltre ai 125 anni non si va.

 

“Amortalità” significa mantenere lo stesso stato di salute dalla fine dell’adolescenza fino alla morte, riducendo la vecchiaia

Alcuni futurologi fanno un salto di fede e sono convinti che l’umanità riuscirà a superare questa barriera nei prossimi decenni. Ray Kurzweil, uno dei più famosi futurologi americani, sostiene che gli uomini riusciranno a risolvere la morte entro il 2030, grazie a un fenomeno che lui chiama “legge dei ritorni accelerati”. Nel caso della biomedicina funziona così: oggi l’aspettativa di vita mondiale aumenta di un anno ogni otto anni circa. Kurzweil è convinto che entro il 2030 gli avanzamenti tecnologici saranno tali che l’aspettativa di vita aumenterà di un anno ogni anno, e dunque che allo scadere di ogni anno ci sarà donato un altro anno di vita, all’infinito, fino a raggiungere una durata della vita indefinita (che è un termine più corretto di “immortalità”, perché se si cade dal ventesimo piano si può ancora morire). Il gerontologo Audrey de Grey è un altro ottimista e sostiene che la prima persona al mondo che arriverà a vivere mille anni è già nata e cammina (o gattona) tra noi.

 

Queste possibilità estreme sono molto criticate. Kurzweil è lo stesso che sostiene che entro il 2045 saremo arrivati alla singolarità tecnologica (significa: l’intelligenza artificiale sarà intelligente tanto quanto gli esseri umani, se non di più), ma la maggior parte degli esperti del campo rifiuta questa data come troppo ottimistica di molti decenni, se non di qualche secolo. Lo stesso vale per l’idea di avere una vita infinitamente lunga entro un decennio. Ma come dicevamo: la Silicon Valley sta pompando miliardi nella speranza di vivere per sempre, e magari nel giro di qualche anno succederà qualcosa che nessuno è in grado di prevedere.

 

Lo studio di Bank of America Merrill Lynch, che ovviamente ha occhio per gli investimenti, vede un gigantesco giro d’affari in questa ricerca della salute eterna. Ci sono startup su cui investire, campi di ricerca a cui rivolgere l’attenzione, interi mercati che si stanno forgiando sotto ai nostri occhi, come per esempio quello dei sostituti vegetali o chimici della carne, che consentono una dieta più sana senza rinunciare all’hamburger. Ma lo studio presenta anche un lunghissimo elenco di controindicazioni, che è spaventoso come il bugiardino dei medicinali, quando elenca tutti i danni statisticamente remoti che può provocare l’aspirina.

 

Un mercato da oltre 600 miliardi di dollari, secondo una ricerca esclusiva di Bank of America Merrill Lynch

Una tra le controindicazioni più rilevanti è la disuguaglianza. Mettiamo che un bel giorno  si trovi l’elisir di lunga vita, o che una serie di cure innovative consenta di arrivare a novant’anni nel corpo di un quarantenne aitante. Passa tutto la mutua? Oppure potrà beneficiarne soltanto chi potrà pagare a caro prezzo? L’intellettuale Yuval Noah Harari teme che le scienze della salute diventeranno nei prossimi decenni una delle ragioni di disuguaglianza strutturale sul pianeta, e che il mondo sarà diviso tra chi potrà pagarsi vite biologicamente perfette e chi no. C’è un ovvio problema etico, specie per quanto riguarda le tecniche genetiche e specie per la tecnica Crispr, la quale pone anche un problema di sicurezza: con Crispr è facile creare armi biologiche molto pericolose. C’è un problema di sovrappopolazione. E infine, al di là della filosofia e dell’etica, resta un enorme problema pratico: ma chi ce lo fa fare di vivere per sempre?

  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.