Il caso dei dati sanitari affidati a Google mostra quanto poco ci fidiamo di Big Tech

Eugenio Cau

Quando Mountain View si lanciò per la prima volta nel mondo della sanità, le reazioni furono positive. Ora invece tutti credono alla versione dei critici

Milano. Ecco una testimonianza ulteriore, se ce ne fosse bisogno, di come la reputazione delle grandi aziende americane di internet in una manciata di anni sia passata dal livello “totale adorazione” al livello “ci fidiamo più dei politici che di voi”. Quando Google si lanciò per la prima volta nel mondo della sanità, le reazioni furono eminentemente positive. Nel 2013 l’azienda rese pubblico Calico, un grande progetto di ricerca che aveva come obiettivo quello di “risolvere la morte”, e in pochi sollevarono obiezioni. Certo, l’ambizione di Google grondava di hybris e mostrava il distaccamento molto particolare che c’è tra la Silicon Valley e il resto del mondo, ma al netto della megalomania nessuno criticò eccessivamente le intenzioni di Google. Questa compagnia bellissima che ci ha dato le email gratis e la possibilità di cercare su internet tutto quello che vogliamo adesso vuole provare a darci anche la vita eterna – perché no?

 

Fast forward. Questa settimana il Wall Street Journal ha scoperto che Google ha stipulato un contratto con Ascension, il secondo più grande fornitore di servizi medici d’America, per ottenere i dati medici di decine di milioni di americani. Il “Progetto Nightingale”, così si chiama, è cominciato in segreto un anno fa. Ci lavorano circa 150 impiegati di Google che hanno accesso a decine di milioni di informazioni mediche che comprendono: nomi e dati anagrafici dei pazienti, diagnosi, risultati dei test di laboratorio, registri ospedalieri e molto altro. L’intenzione è quella di usare l’intelligenza artificiale per elaborare i dati e trovare nuove strategie di cura che possano facilitare il lavoro dei medici e aiutare i pazienti. Peccato che né i medici né i pazienti di Ascension fossero a conoscenza della raccolta enorme dei loro dati (Google successivamente ha scritto che i “clinical leaders” di Ascension avevano notizia del programma).

 

Dopo lo scoop del Wall Street Journal, il dipartimento della Salute americano ha aperto un’indagine, anche se è molto probabile che l’accordo tra Google e Ascension sia legale – negli Stati Uniti, in Europa sarebbe tutta un’altra questione. Google sostiene che la questione sia tutta panna montata: Ascension ha semplicemente spostato i suoi dati sul servizio cloud fornito dall’azienda, come migliaia di altre aziende nel mondo fanno in continuazione, anche quelle che si occupano di sanità. I critici sostengono invece che l’accordo sia l’ennesima prova della rapacità della Silicon Valley, che non si fa scrupoli quando si tratta di incamerare dati preziosi – e i dati sanitari sono tra i più preziosi di tutti. Ecco il segno del cambiamento del tempo: tutti hanno creduto alla versione dei critici. E’ successo lo stesso qualche giorno prima, quando Google ha comprato Fitbit per 2,1 miliardi di dollari, e il commento più comune è stato: Google ha acquisito la società che fa braccialetti e orologi smart non per interesse industriale, ma perché vuole risucchiare i preziosissimi dati su abitudini, attività sportive e condizioni di salute di milioni di persone.

 

Ma forse la novità più importante riguarda il fatto che a rivelare al Wall Street Journal dell’accordo tra Google e Ascension è stato un whistleblower. Un impiegato di Google che lavorava al progetto Nightingale e che a un certo punto ha ritenuto che quello che stava succedendo fosse così inaccettabile da doverlo rivelare ai giornali. Due giorni fa il whistleblower ha anche scritto un editoriale sul Guardian in forma anonima, per spiegare le sue ragioni: pensavo di lavorare per una buona causa, per aiutare pazienti e malati, e invece stavo facendo razzia di dati senza il loro consenso. Ecco la differenza tra big tech qualche anno fa e big tech oggi: i progetti di business vengono spifferati dalle gole profonde, come un Watergate qualsiasi.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.