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Perché abbiamo iniziato a regalare la nostra esperienza a Google e Facebook

L’edizione italiana del saggio di Shoshana Zuboff

5 Ottobre 2019 alle 06:06

Perché abbiamo iniziato a regalare la nostra esperienza a Google e Facebook

La copertina de "Il capitalismo della sorveglianza" di Shoshana Zuboff, in libreria dal 10 ottobre (foto LaPresse)

Roma. “Ci chiamano users, utenti, e chiamandoci così ci definiscono solo in relazione a loro, i loro prodotti, i loro servizi, i loro device, i loro sistemi”, dice Shoshana Zuboff, docente di Harvard e autrice del saggio “The age of surveillance capitalism”, appena arrivata in Italia per un ciclo di conferenze in occasione della pubblicazione dell’edizione italiana: “Il capitalismo della sorveglianza” (Luiss University Press), in vendita dal prossimo 10 ottobre. Ecco, quei “loro” sono Google o Facebook, attori – scrive Zuboff – di “un nuovo ordine economico che sfrutta l’esperienza umana come materia prima per pratiche commerciali segrete di estrazione, previsione e vendita”.

 

L’esperienza è diventata materia prima con cui confezionare prodotti (dati, quindi informazioni) e ogni volta che usiamo uno dei preziosi servizi di queste aziende – basta un banalissimo motore di ricerca – accettiamo più o meno inconsapevolmente di cedere a terze parti la nostra esperienza sotto forma di dati. Negli anni la cessione di esperienza ha assunto anche contorni video-ludici. Si pensi a Pokemon Go, un videogioco di tipo free-to-play basato su realtà aumentata geolocalizzata con Gps uscito nel 2016. Il gioco consiste nell’andare a caccia di Pokemon – sparsi per città, case, negozi – con il proprio cellulare e in cambio di tutti i dati che regaliamo alla società che ha prodotto Pokemon Go o a terze parti ci viene offerta nientemeno che la possibilità di divertirci. Ma a che cosa serve questa mole enorme di dati, stipata in qualche server di società delle quali non sappiamo assolutamente niente anche se loro, le aziende, sanno praticamente tutto di noi? A produrre informazioni sul nostro comportamento. “Alcuni di questi dati – scrive Zuboff – vengono usati per migliorare prodotti o servizi, ma il resto diviene un surplus comportamentale privato, sottoposto a un processo di lavorazione avanzato noto come ‘intelligenza artificiale’ per essere trasformato in prodotti predittivi in grado di vaticinare cosa faremo immediatamente tra poco e tra molto tempo”. 

 

Già lo scrittore di fantascienza Philip K. Dick nel 1956 con il racconto “Rapporto di minoranza”, dal quale è stato tratto anche un film con Tom Cruise, aveva immaginato un futuro in cui la polizia Precrimine è in grado di sventare crimini prima che possano essere commessi. In assenza di precog (precognitivi) come nell’universo di Dick, le aziende oggi devono fare leva sulla nostra collaborazione alla costruzione di un elaborato sistema di dati e informazioni dal quale estrarre elementi sui nostri comportamenti futuri. L’impietosa e persino inquietante analisi di Zuboff è molto interessante perché coglie il senso della vita digitale di oggi. Per anni ci siamo illusi, di fronte alla quantità di servizi “gratis” (che gratis non sono) offerti su Internet, che noi anonimi utenti fossimo al contempo i clienti e il prodotto di quello che l’accademica di Harvard definisce capitalismo di sorveglianza. “Noi siamo le fonti del fondamentale surplus del capitalismo della sorveglianza: l’oggetto di un’operazione di estrazione della materia prima tecnologicamente avanzata sempre più inesorabile. I veri clienti del capitalismo della sorveglianza sono le aziende che operano nel mercato dei comportamenti futuri”. Fin qui, tutto bene. Tuttavia, a quello che dice Zuboff vorremmo opporre qualcosa in difesa della libertà concessa dal tanto vituperato sistema capitalistico. Che Internet non sia libero e a disposizione di tutti esattamente come sognava la comunità di idealisti che l’ha fatto nascere e prosperare, non è una più una notizia; che il rischio maggiore sia la creazione di nuovi pseudo monopoli fondati sulla concentrazione delle informazioni nelle mani di uno solo o di pochissimi è altrettanto evidente. Internet ha reso possibile la velocizzazione del processo di individuazione che probabilmente era già in corso sotto altre forme da tempo (in politica con la dissoluzione delle ideologie, in religione con la secolarizzazione). Il mercato ha cercato di dare una risposta ai bisogni, nuovi, della società, fornendo risposte che la politica non ha saputo dare. Il capitalismo è stato perfetto? No, come spiega Zuboff. Ma questo è esattamente ciò contro cui la pubblica opinione dovrebbe combattere, soprattutto una pubblica opinione che vede nel capitalismo, nella competizione e nel libero mercato non una malattia. A leggere e ascoltare Zuboff invece sembra che non possa esistere una forma di capitalismo in grado di evitare le storture che lei giustamente denuncia. 


Sabato 5 ottobre alle ore 18 Shoshana Zuboff, autrice del libro “Il capitalismo della sorveglianza” (Luiss University Press), sarà a Internazionale a Ferrara, il festival di giornalismo organizzato dal settimanale Internazionale e dal Comune di Ferrara. Dal 4 al 6 ottobre nella città estense si attendono più di 250 ospiti.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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