Questo capitalismo è truccato, è tempo di una riforma radicale

Mario Ricciardi

Se vogliono fermare populismo e autoritarismo, liberali e socialisti devono cambiare il sistema politico ed economico

Chi segue Martin Wolf sa bene che l’autorevole editorialista del Financial Times non è un apologeta del capitalismo contemporaneo. Subito dopo lo scoppio della crisi, e in modo sempre più articolato a partire dalla pubblicazione di “The Shift and the Shocks: What We’ve Learned – and Have Still to Learn – From the Financial Crisis” (Penguin, 2015) le sue riflessioni sui limiti del neoliberalismo, e sui danni che esso ha fatto alla liberaldemocrazia, hanno avuto un peso crescente nel modificare l’opinione di importanti esponenti del mondo finanziario, delle imprese e della politica.

  

 

Oggi, a più di dieci anni dal fallimento di Lehman Brothers, l’idea che sia necessaria una riflessione approfondita sui limiti del capitalismo non è più considerata eretica, almeno non nel mondo di lingua inglese. Si può essere in disaccordo sui rimedi – e da questo punto di vista Wolf, come il giornale per cui scrive, rimane saldamente ancorato alla tradizione liberale – ma non sulla necessità di fare qualcosa. L’aspetto interessante del nuovo intervento di Wolf, di cui si sta discutendo in queste ore, è che alla diagnosi si accompagna l’individuazione di alcuni nodi problematici (debole competizione, flebile crescita della produttività e sistemi fiscali con troppe vie d’uscita per alcuni privilegiati) su cui si dovrebbe intervenire contrastando il potere delle rendite. Queste proposte appaiono nel contesto di un’iniziativa editoriale che impegna la testata per cui Wolf scrive – è intervenuto anche il direttore, Lionel Barber – e si presenta come l’inizio di una campagna di stampa (che peraltro segue iniziative analoghe prese nei mesi scorsi dall’Economist). Una sorta di “chiamata alle armi” in difesa di un capitalismo sano. Perché queste testate si muovono proprio ora, a diversi anni dallo scoppio della crisi, e quando i suoi effetti più perniciosi sembrano, almeno in alcuni paesi, in via di (sia pur lento) superamento?

 


Martin Wolf individua alcuni problemi del sistema economico (debole competizione, scarsa crescita della produttività e sistemi fiscali con scappatoie). Ma quella a cui stiamo assistendo non è una crisi del capitalismo, è piuttosto una crisi del difficile ma lungo matrimonio tra capitalismo e democrazia liberale


 

La spiegazione più probabile, che si evince dalle cose che molti studiosi hanno scritto in questi anni (penso a Branko Milanovic, a Joseph Stiglitz o a Jan Zielonka, per fare solo alcuni nomi), è che la crisi non ha avuto solo un effetto finanziario e sulle economie reali, ma ha anche scosso la fiducia nell’equità delle istituzioni che appartengono alla struttura di base della nostra società: i mercati, ma anche le istituzioni politiche. “The game is rigged”, come si legge sempre più spesso su striscioni di protesta in giro per il mondo occidentale. Come ha osservato Adam Tooze, non è un segreto che viviamo in società dominate da imprese che agiscono in un regime di oligopolio, ben lontano dal modello di concorrenza perfetta, ma la crisi, e soprattutto il modo in cui l’hanno fronteggiata i governi su entrambe le sponde dell’Atlantico, ha messo a nudo, senza più ipocrisie, le priorità dei decisori politici. Uno spettacolo difficile da mandar giù per regimi democratici.

 

 

La scoperta che quella che abbiamo è, per riprendere il titolo di un libro di qualche anno fa, “The best democracy money can buy” ha dato forza al risentimento di larghe fasce della popolazione, che si è allontanata dai partiti tradizionali, visti come complici dell’inganno, per farsi tentare da nuove offerte politiche, alcune della quali decisamente di segno populista, sia a sinistra sia a destra. L’enfasi sulla volontà del popolo, sulla contrapposizione tra classi dirigenti e cittadino comune, è stata presa al sul serio, nonostante la sua scarsa credibilità, perché aveva il pregio di individuare al contempo un colpevole indicando una via di uscita. C’è poco da stare allegri, però, se questi esperimenti di “populismo di governo” falliscono, perché nel clima attuale la reazione non è di ritornare ai vecchi, più affidabili e competenti, politici. Al contrario, in molti paesi stiamo assistendo a una spirale di radicalizzazione (a una Palin segue un Trump) che non lascia sperare nulla di buono per il futuro.

 

Possiamo immaginare che problemi di questo tipo siano risolti soltanto attraverso interventi economici? Mi sembra improbabile. L’economia è certamente parte del problema, e come suggeriscono Wolf e tanti altri può essere anche parte della soluzione, ma non è sufficiente. Quella cui stiamo assistendo non è una crisi del capitalismo, ma piuttosto una crisi (forse fatale) del difficile ma lungo matrimonio tra capitalismo e democrazia liberale. Un’unione con i suoi difetti, come tutti i matrimoni, ma che ha dato anche grandi opportunità per migliorare la propria vita a entrambi i coniugi.

 

Che fare dunque? In linea molto generale credo si debba ragionare su tutte le misure che potrebbero alimentare il senso di inclusione senza percorrere la scorciatoia dell’identità etnica, del revanscismo nazionale, del “primi noi”. Questo non è facile perché in un’economia globalizzata, fatta in parte di scambi immateriali e di “catene del valore”, buona parte degli strumenti macroeconomici su cui si appoggiavano le tradizionali politiche redistributive non sono più accessibili, o hanno perso buona parte della loro efficacia. Si può ragionare su quella che gli economisti chiamano predistribuzione, ovvero sulla struttura istituzionale che fornisce la cornice per le attività economiche, ma questo richiede un consenso molto ampio. Le difficoltà, tuttavia, non mi pare siano una buona ragione per rinunciare al tentativo. Questo è forse il valore di fondo dell’appello di Wolf. Se l’alternativa è l’autoritarismo vale comunque la pena di provarci.

 

Ma per avere una ragionevole probabilità di successo non si può evitare di mettere in discussione la struttura di potere che consolida e difende le posizioni dominanti nei diversi settori dell’economia. Un nuovo contratto sociale non può limitarsi a fotografare l’assetto di potere esistente, altrimenti sarà un patto iniquo. La speranza è che questa battaglia per un capitalismo sano sia combattuta da una nuova alleanza tra liberali e socialisti, tra un nuovo liberalismo sociale e un nuovo socialismo liberale. Questa mi pare sia la sfida di domani.

 

Mario Ricciardi, Università di Milano e direttore della rivista Il Mulino

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