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Gli ideologi di Bolsonaro

Tre scrittori, scrive American Affairs, hanno influenzato la destra brasiliana a partire dagli anni '90, quando il paese assaporava il ritorno della democrazia

2 Settembre 2019 alle 09:53

Gli ideologi di Bolsonaro

Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro durante la cerimonia di commemorazione del National Volunteer Day a Brasilia (foto LaPresse)

Esiste un movimento intellettuale che ha favorito l’ascesa dell’attuale presidente del Brasile Jair Bolsonaro? Qual è la storia di questo movimento, quali sono le sue figure principali e in cosa credono? Sono tre gli scrittori che hanno influenzato il pensiero della destra brasiliana a partire dagli anni 90: Bruno Tolentino, Olavo de Carvalho e Ernesto Araújo. Bisogna tornare indietro di trent’anni per comprendere il pensiero che sostiene l’ossatura ideologica dell’Amministrazione Bolsonaro, nel periodo in cui il Brasile assaporava il ritorno della democrazia dopo vent’anni di dittatura.

 

Tolentino, il poeta dissidente

 

Bruno Tolentino nasce nel 1940 in una famiglia aristocratica di Rio de Janeiro. E’ cresciuto in compagnia di illustri letterati brasiliani, parlando più il francese e l’inglese che il portoghese. Con l’inizio della dittatura in Brasile, a 24 anni partì per l’Europa e ci restò due decadi. Qui diventa padre di due figli, stringe amicizie con importanti poeti – tra cui Giuseppe Ungaretti – tiene lezioni all’università di Bristol e Essex e dirige una piccola casa editrice a Oxford. Si invischia in un giro di spaccio per ripagarsi i debiti, e nel settembre del 1987 viene recluso in prigione dopo essere stato scoperto con un chilo di cocaina in valigia. Verrà spedito in Brasile cinque anni dopo, dove Tolentino troverà, suo malgrado, un’élite culturale spostata a sinistra, molto vicina al Partito dei lavoratori. Inizia così per il poeta brasiliano un periodo intenso di pubblicazioni: intavola una diatriba con uno dei maggiori poeti nazionali, Haroldo de Campos, nel tentativo di mettere in cattiva luce il suo movimento poetico, il concretismo. Il movimento di Campos, in voga fin dagli anni 50, metteva enfasi sulla forma delle parole, sulla loro disposizione sulla pagina, più che sul significato dei poemi. Ciò, per Tolentino, era inaccettabile.

 

Tolentino pone una questione fondamentale: qual è la natura della civiltà brasiliana? E’ erede del Portogallo, o è più vicina all’America?

Nel 1998 Tolentino mette il paese di fronte a una questione fondamentale: qual è la natura della civiltà brasiliana? E’ un erede del Portogallo, e quindi influenzata culturalmente da Roma, o è più vicina all’America? Negli anni 20 il poeta Oswald de Andrade, scriveva che il Brasile è un paese culturalmente indipendente, “originale”, che si appropria delle altre culture a suo piacimento, in quella che è una simbolica forma di “cannibalismo”. Lo stesso pensava Tolentino. Ma questa domanda ha sempre avuto una valenza politica. Il presidente João Goulart aveva cercato di stringere legami con Cina e Cuba prima del colpo di stato del ‘64, e anche alcuni dei presidenti militari che lo avevano succeduto si tenevano alla larga dagli Stati Uniti. Ma per Tolentino un paese culturalmente occidentale come il Brasile doveva allinearsi con gli americani e l’Europa. Intanto un uomo più giovane seguiva con entusiasmo l’attivismo intellettuale di Tolentino: Olavo de Carvalho, il primo ad applicare il pensiero del poeta brasiliano alla filosofia e alla politica.

 

Carvalho, il cospirazionista filosofo

 

Carvalho era un critico trotzkista del regime militare. Letterato marginale, negli anni 90 si era spostato a destra ed era entrato nella cerchia di Tolentino. Carvalho era preoccupato che gli intellettuali vicini al Partito dei lavoratori stessero valorizzando i discorsi sull’etica per indebolire il presidente di centro-destra Fernando Collor. Provò a scrivere un saggio di critica all’attitudine della sinistra intellettuale, che però ben presto si trasformò in un tentativo di raccontare la storia del pensiero occidentale. La polemica non decollò mai, a differenza di quanto successe con Tolentino, ma ebbe lo scopo di inaugurare i successivi assalti di Carvalho contro l’establishment brasiliano. Sebbene l’opera di Carvalho fosse ritenuta particolarmente ingenua e contraddittoria, gli valse un discreto successo politico. Con la progressiva marginalizzazione di Tolentino – a cui nel ‘96 viene diagnosticato l’Aids – Carvalho cresce di popolarità, anche grazie a editoriali pubblicati su diversi giornali e ad alcuni saggi, come “The collective imbecile” del 1997 e “The minimum you need to know to not be an idiot” del 2013. Con gli anni si moltiplicano le vendite dei suoi libri e Carvalho si costruisce anche un seguito online. Nel 2005 si trasferisce in Virginia, dopo aver dichiarato di aver perso fiducia nel Brasile. Lì sostiene il conservatorismo tipico del sud degli Stati Uniti, e si fa ritrarre con fucili da caccia e cappelli da cowboy. Qual è il profilo generale del pensiero di Carvalho? Possiamo parlare di conservatorismo, misto a una critica libertaria del socialismo, che convive con il sospetto che le forze del mercato possano minare lo stato-nazione. Le posizioni dell’autore sono un mix di dettagli inverosimili e argomentazioni mediocri. Ad esempio, sostiene che quanti si ribellano contro l’omosessualità abbiano il diritto di esprimere la propria repulsione in quanto l’omosessualità è solo una forma di soddisfacimento del desiderio. Ma ciò che lo caratterizza – ancora di più delle sue tesi cospirazioniste e delle volgarità – è la veemenza con cui si scaglia contro i suoi critici, i quali sono ritenuti idioti, analfabeti, cerebrolesi.

 

Carvalho grazie al suo stile aggressivo e al suo seguito online è riuscito a conquistare anche Bolsonaro – il cui figlio frequenta i suoi seminari. L’intellettuale conservatore ha pubblicato diversi video su YouTube durante la campagna elettorale, in cui difendeva le controverse posizioni di colui che sarebbe diventato da lì a poco presidente del Brasile. Bolsonaro ha voluto premiare la sua fiducia dandogli la possibilità di scegliere due ministri per il nuovo gabinetto. Uno dei due è il ministro degli esteri Ernesto Araújo, un altro esponente di spicco della destra brasiliana.

 

Araújo, il diplomatico polemista

 

Araújo può vantare un curriculum credibile, in linea con la classe dirigente brasiliana. Figlio di un ex procuratore generale, dopo essersi laureato in arti liberali riesce ad entrare all’Istituto Rio Branco, la scuola di formazione per l’élite diplomatica brasiliana, l’Itamaraty. La carriera diplomatica è stata sempre ben vista dai giovani dalle classi agiate. E’ una fonte ingente di reddito e si presta ancora oggi come lavoro diurno per uomini di lettere – anche Tolentino rivelò di aver desiderato da giovane di dedicarsi a quel mestiere. Per decenni Araújo ha servito fedelmente governi di sinistra e nel 2008 pubblicò un libro in cui difendeva l’approccio multilaterale di Lula in politica estera. Poi, nell’autunno del 2017, pubblica un saggio di trenta pagine sulla rivista ufficiale dell’Itamaraty dal titolo “Trump e l’Occidente”. Nel saggio spiega che Trump è il “passaggio dell’Ave Maria della civiltà occidentale” – il “passaggio dell’Ave Maria” è un termine usato nel football americano per designare un passaggio disperato con poche possibilità di riuscita. Il nesso con il presidente americano è un discorso di Trump del 2017 in cui si esaltava la resistenza del popolo polacco. Araújo prende spunto dal discorso del presidente americano per criticare il cosmopolitismo e scrivere una breve quanto imprecisa storia dell’occidente. Secondo il diplomatico brasiliano la rivoluzione francese ha ostacolato lo sviluppo delle nazioni europee, i cui leader desideravano un mondo senza confini. Araújo è convinto che le nazioni occidentali abbiano perso la fiducia in se stesse, mentre Trump sarebbe l’uomo della provvidenza che può rilanciare l’occidente. Un pensiero non troppo estremo. Ma bisogna dare un’occhiata al suo blog per farsi un’idea del personaggio. In un post Araújo difende la propensione popolare alla superstizione – quella che porta a credere agli ufo e all’“uomo nero”. All’opposto di questa visione, secondo il diplomatico, c’è la sinistra, la quale viene paragonata a un freddo razionalismo che limita la natura umana e la impoverisce. È arrivato addirittura a dichiarare che “il nazismo era di sinistra”, collezionando non poche critiche a livello internazionale. Araújo auspica la formazione di un’alleanza tra liberali e conservatori che possa salvare il paese dalla sinistra. E secondo lui il governo Bolsonaro rappresenta proprio questa alleanza; un esecutivo che allo stesso tempo difende il libero mercato e la nazione, le libertà individuali e la famiglia.

 

Aspettando re Sebastiano

 

In Brasile probabilmente l’ideologia dominante non è la sinistra, né il liberalismo e il positivismo, bensì il sebastianismo. Re Sebastiano era un re portoghese morto in battaglia in Marocco. Il fallimento del tentativo di conquistare il Marocco aprì la strada a ottant’anni di dominio spagnolo del Portogallo. Il mito vuole che il re non sia morto in battaglia: è invece pronto a tornare per scacciare gli spagnoli. Questa speranza messianica ora vive in Brasile, dove Bolsonaro è visto dai suoi sostenitori come un re Sebastiano che, atteso per lungo tempo, ora è giunto per salvare il paese. Araújo ha esposto questo parallelismo nel suo discorso di insediamento. La sua visione del futuro del Brasile è sebastianista: c’è sempre una forza esterna che agisce sulla nazione per condurla alla salvezza. Il “passaggio dell’Ave Maria” di Trump può risollevare la civiltà occidentale in declino, mentre Bolsonaro può salvare il Brasile dalla deriva della sinistra. In entrambi i casi non c’è un vero e proprio piano di azione: lo stato è morto, e subisce l’azione di un attore predestinato. Gli altri due ideologi della nuova destra brasiliana invece non sono sebastianisti. Preferiscono volgere lo sguardo verso un passato mitizzato. Sono più pessimisti sul futuro del Brasile e credono nelle potenzialità del Brasile di ieri. Non a caso Carvalho non è un aperto sostenitore di Bolsonaro, non ne proclama la sua fedeltà in pubblico. Per lui l’ascesa di Bolsonaro è solo un avvenimento di poco più positivo di un governo di sinistra. Il meglio che ci si può aspettare in una situazione che resta drammatica per il paese.

 

Una speranza messianica. Bolsonaro è visto dai suoi sostenitori come un re Sebastiano che ora è giunto per salvare il paese

Il sebastianismo in politica, per quanto sia diffuso, incorre in tre criticità: prima di tutto, le persone non sono d’accordo su chi debba ricoprire il ruolo di re Sebastiano. Potrebbe essere Lula e non Bolsonaro, questo dipende dall’elettorato. Poi, il ruolo di re bisogna meritarselo. Basta poco per far crollare la popolarità di un capo politico, e un leader che voglia presentarsi come nuovo Sebastiano non può permettersi di sbagliare. Basti pensare a come le accuse di corruzione abbiano compromesso la popolarità dell’ex presidente Lula. Ma anche Bolsonaro rischia di cadere in fallo, per via delle recenti rivelazioni sul traffico di droga tra ufficiali militari e degli scandali sulle collaborazioni illegali tra pubblici ministeri e giudici nelle indagini sulla corruzione. La terza criticità è che, come dimostrano questi eventi recenti, non esistono gli uomini della provvidenza in politica. O meglio: il sebastianismo è incompatibile con un una forma di governo repubblicana. E forse è proprio questo il problema della politica brasiliana, che si è accentuato negli ultimi anni: non esiste alcun salvatore per il popolo brasiliano. (Traduzione di Samuele Maccolini) 

 

*Questo articolo è stato pubblicato ad agosto su American Affairs

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