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I roghi populisti in Amazzonia

In Brasile e in Bolivia è la cattiva politica “per il popolo” a soffiare sugli incendi

28 Agosto 2019 alle 06:09

I roghi populisti in Amazzonia

foto LaPresse

“Il disastro dell’Amazzonia? E’ colpa di una infernale combinazione tra governi populisti e gli interessi di Pechino, che spingono a distruggere la selva per ampliare la frontiera agricola e rifornire la Cina. Attualmente soprattutto di soia e di carne, e in prospettiva anche di altri prodotti. Nel Brasile di Bolsonaro come nella Bolivia di Evo Morales. Solo che, siccome Evo Morales si è costruito a livello internazionale questa immagine di uomo di sinistra difensore della Madre Terra, contro Bolsonaro arrivano proteste da tutto il mondo; contro lui no. Il risultato è che la Bolivia sta deforestando a un ritmo cinque volte superiore del Brasile. Giusto protestare contro Bolsonaro, ma più ancora bisogna protestare contro Evo Morales”.

 

A fare la denuncia è Cecilia Requena Zarata: docente universitaria, candidata per il Senato alle prossime elezioni boliviane, e soprattutto una delle esponenti storiche più note dell’ecologismo in Bolivia. “In prima linea da almeno trent’anni”, tiene a ricordare al Foglio. Inizia dunque a spiegare il problema da un punto di vista tecnico. “Quella che in spagnolo chiamiamo ‘roza y quem’' è una tecnica di coltivazione molto antica, che i popoli indigeni stessi dell’Amazzonia usano da millenni. Si brucia un pezzo di foresta, e nello spazio ripulito si coltiva. Gli indios erano però pochi in un territorio immenso, e dopo qualche anno si spostavano da un’altra parte. Così la selva aveva il modo e il tempo di rigenerarsi”. In effetti è un tipo di tecnica agricola che usano popoli indigeni non solo in Amazzonia ma anche in altre parti del mondo. In inglese è definita “shifting cultivation”: l’agricoltura che si sposta. Lo spagnolo “roza y quea” significa “sarchia e brucia”, mentre in italiano esiste un termine tecnico di etimo incerto: debbio.

 


Il populista di destra Bolsonaro e il populista di sinistra Evo Morales si somigliano molto quando si tratta di bruciare la selva. Il presidente della Bolivia non riceve attacchi perché è di sinistra, ma è ugualmente populista e da lui l’incendio è catastrofico uguale


 

Il problema, però, è che questo sistema in Amazzonia lo utilizza oggi il grande agrobusiness: su larga scala, e senza spostare periodicamente le coltivazioni. E così la selva è distrutta in modo permanente. Come ci spiega Cecilia Requemna Zarate, “in realtà non si tratta di un sistema più economico di altri sistemi che richiedono ad esempio meccanizzazione. Per non parlare di altri sistemi ad ancora meno impatto che sta cercando di diffondere la Fao, come quello che in spagnolo è chiamato ‘labranza zero’”. In inglese, “sod seeding”: semina su terreno non lavorato. “Però la ‘roza y quema’ è più semplice, e sopratutto si basa sull’inerzia culturale. La gente è abituata a un certo modo, e non vuole fare la fatica mentale di apprendere altri tipi di approccio che potrebbero essere anche più redditizi, e rispetterebbero la selva”.

 

Bruciando l’Amazzonia, dunque, in questo momento si apre il terreno soprattutto per coltivare soia e produrre carne. “La palma da olio asiatica non è ancora arrivata, ma può arrivare da un momento all’altro. La domanda cinese è una domanda senza fondo di fronte alla quale non tiene niente”. L’analisi che stanno facendo in questo momento i media europei è sull’”effetto Bolsonaro”. In questa chiave Macron ha pure investito il G7. Ma i giornali latino-americani si stanno invece soffermando sulle foto dallo spazio che mostrano un’area di Bolivia in fiamme quasi più vasta di quella brasiliana: per non parlare di aree di Perù, Ecuador e Paraguay. Dopo che Bolsonaro aveva infine deciso di mandare le Forze Armate a fronteggiare le fiamme domenica anche Evo Morales ha ammesso che è in corso un’emergenza, accettando l’aiuto internazionale e sospendendo la sua campagna elettorale.

 

“Sì, ma per anni ha attaccato ecologisti e ambientalisti, peggio di Bolsonaro. Con lui presidente, la coca ha iniziato a essere coltivata in ben sei parchi nazionali”, denuncia Cecilia Requena Zarate. “Al di là delle loro ovvie differenze, su questo punto il populista di destra Bolsonaro e il populista di sinistra Morales si assomigliano molto. Bolsonaro è appoggiato dalla grande agroindustria. Morales era un sindacalista cocalero la cui base tradizionale erano i piccoli contadini delle Terre Alte, ma da un po’ di tempo le Terre Alte hanno cominciato a votargli contro. In particolare i Dipartimenti di La Paz e Cochabamba, in passato sue roccaforti. Morales si trova in una fase difficile, perché la Costituzione gli vietava di ricandidarsi una quarta volta. Lui ha indetto un referendum per modificarla, lo ha perso, ma il Tribunale costituzionale ha detto che poteva candidarsi lo stesso, perché il divieto avrebbe costituito una violazione al suo ‘diritto umano’'’ all’elettorato passivo. Ha bisogno di appoggi, e allora si è riappacificato con la grande agroindustria delle Terre Basse dell’est, che in passato gli erano state ostili. In particolare nei Dipartimenti di Santa Cruz e Beni, limitrofi col Brasile, dove c’era stata addirittura una forte repressione nei confronti dell’opposizione locale, accusata di separatismo. In più ha fatto una riforma agraria clientelare che ha distribuito terre forestali ai sostenitori del governo, dando poi loro il diritto a bruciare la selva”.

 

Altra spiegazione tecnica: “In passato la selva era foresta in tre modi. Primo: l’esistenza di aree protette. Non era un sistema perfetto, ma a qualcosa serviva. Secondo: i territori comunitari di origine. Terzo: i piani del suolo che ne stabilivano la destituzione d’uso. Per l’allevamento, per l’agricoltura estensiva, per l’agricoltura intensiva, a vocazione forestale. Ma il 9 luglio Evo Morales ha emanato quel Decreto 3973 in base al quale i titolari di un diritto proprietario recentemente acquisito pur in terre a vocazione forestale sono legalmente autorizzati a smontare a fini di agricoltura e allevamento fino a 20 ettari a famiglia”.

 


Foto LaPresse


  

E così hanno iniziato a bruciare a tutto spiano. “Molti di coloro a cui hanno dato questa concessione non sono neanche contadini. C’è un grave scandalo su almeno un migliaio comunità fittizie che sarebbero state create in un paio di anni apposta per usufruire del permesso a deforestare. I record di deforestazione in Bolivia erano 350-400.000 ettari. Adesso siamo schizzati a un milione di ettari. E non abbiamo finito. Sta bruciando la Chiquitania: non un bosco amazzonico in senso stretto ma un bosco secco della conca amazzonica, nella zona dove stavano le Missioni dei Gesuiti. Brucia il Pantanal, al confine col Paraguay. Bruciano altre zone al nord e al sud. Sa cosa dice il vicepresidente Álvaro García Linera?”. Ex-guerrigliero. Considerato un grande intellettuale di sinistra. “Sì, bell’intellettuale! Le sue frasi: ‘la Bolivia ha diritto allo sviluppo, non possiamo fare i guardaboschi dei gringos’. ‘La Bolivia ha troppi alberi’. ‘Gli ecologisti sono contro lo sviluppo e l’eliminazione della povertà’”.

 

Probabilmente non le dice quando parla in Europa. “Comunque ci sono anche grandi interessi agroindustriali brasiliani che sono presenti anche in Bolivia. E così alla fine la deforestazione di Bolsonaro e quella di Evo Morales si saldano. La differenza è che mentre in Brasile si muove solo il grande capitale in Bolivia c’è un processo che potremmo definire di democratizzazione della produzione di soia. Un esercito di piccoli produttori, che però sulla deforestazione fanno blocco con i grandi”. In Brasile è stato ammesso un aumento della deforestazioni del 65 per cento in un anno. In Bolivia staremmo sul 300 per cento. “Hanno proclamato ‘Difensore della Madre Terra’ Evo Morales: io lo definirei piuttosto un ecocida!”.

 


Bruciare la foresta per produrre soia. La domanda cinese è una domanda senza fondo di fronte alla quale non tiene niente. “La Bolivia ha troppi alberi, non siamo i guardaboschi dei gringos” dice il vicepresidente boliviano con fama di intellettuale


 

La soia è anche uno dei fronti della guerra dei dazi tra Trump e Xi Jinping. Può essere la sua recrudescenza all’origine di questo boom della deforestazione in Bolivia e in Brasile? La Cina cerca in America latina la soia che non vuole più comprare negli Usa? “Il fattore Cina è un fattore di sempre maggiore importanza. La Cina sta ora utilizzando l’America del Sud così come sta utilizzando l’Africa, risucchiandovi risorse naturali senza posa. Proprio in piena emergenza incendi il nostro ministro degli Esteri Diego Pary annunciava tutto giulivo che la Bolivia inizia a esportare carne in Cina. Non danno particolari, ma è un accordo tra due governi autoritari che fanno quello che gli pare in mancanza assoluta di trasparenza. La Cina sta investendo da noi in maniera massiccia, è il nostro maggior creditore bilaterale, e i cinesi fanno traffici di tutto i tipi. Fanno attività mineraria distruggendo tutto, trafficano oro con circuiti collegati anche al traffico di persone, contrabbandano armi. Per loro la Bolivia o il Venezuela sono partner ideali, perché non ci sono controlli democratici. I crediti cinesi non sono come quelli della Banca Interamericana di Sviluppo, che chiedono il rispetto dei diritti umani, degli indigeni, dell’ambiente. Gabriela Zapata, la ex-compagna di Evo Morales che è stata condannata a 10 anni dopo un grave scandalo di malversazione, lavorava appunto per una impresa cinese. Le imprese cinesi vengono, prestano soldi, e il governo boliviano assegna loro senza licitazione i contratti sulle maggiori opere di costruzione e infrastruttura. Una volta ottenuto il contratto queste società lo subappaltano a imprese boliviane, pagandole poco. E impiegano massicciamente lavoratori cinesi di cui si dice che siano detenuti. Pagati anche loro poco, o forse addirittura non pagati, in condizioni di schiavitù. Ovviamente queste imprese cinesi si scontrano con i sindacati boliviani. Non è che da noi la tutela del lavoro sia mai stata un gran che, ma i nostri sindacati sono sempre stati molto combattivi. Questa alleanza strategica con un governo autoritario è terrificante, perché magari anche un’impresa italiana che investe in Bolivia può fare cose terribili, ma allora puoi sempre rivolgerti a un giornalista o a un parlamentare italiano, e scatenare uno scandalo. Lo stesso se l’impresa è tedesca o statunitense. Ma che puoi fare con i cinesi? Stato e imprese in Cina sono la stessa cosa, ed è questo il modello che al nostro governo piace”.

 

Non solo la Cina, peraltro. Quasi a celebrare Chernobyl, il governo boliviano ha poco fa stipulato un importate accordo nucleare con Putin. . . “Ma certo! Putin, Cina, Iran, Erdogğan, Maduro. . . Ai populisti basta che un governo sia autoritario per farli felici! In un paese che sarebbe un paradiso per le energie rinnovabili come la Bolivia, il governo ha firmato due trattati internazionali con la Russia, dandole l’esclusività per tutto quanto riguarda l’energia nucleare. Da notare che la Costituzione boliviana proibisce non solo la produzione, ma addirittura lo spostamento di materiale nucleare in territorio boliviano. Ma come per il divieto di rielezione questo regime agisce nell’illegalità più totale. Non hanno avuto il coraggio di annunciare una centrale nucleare, ma parlano di un centro nucleare con un reattore di ricerca, un impianto a raggi gamma per sterilizzare e un ciclotrone. Il tutto a El Alto: una città molto povera. Il ciclotrone dovrebbe stare vicino a un ospedale: non ci sta! Hanno annunciato per il futuro una centrale nucleare, ma una centrale nucleare richiede moltissima acqua, e El Alto è uno dei posti più aridi che si possa immaginare. Sta vicino al Lago Titicaca, ma non è che una centrale nucleare possa prendere acqua dal Titicaca! Questa vicenda non è molto facile da decifrare, a meno di non pensare all’uranio. La Bolivia ha uranio, anche se si tratta di un tema molto segreto. La mia ipotesi è che i due accordi servano solo a Putin a contrabbandare uranio senza registrarlo. Forse nell’interesse anche dell’Iran”.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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Commenti all'articolo

  • joepelikan

    28 Agosto 2019 - 09:09

    Ma non avevamo concordato che l'"emergenza incendi" sotto Bolsonaro è una fake news e che gli incendi sono più o meno gli stessi degli anni scorsi?

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