Manifestazione a Parigi della France insoumise. “Stiamo assistendo a una battaglia titanica tra due visioni del mondo in conflitto”, ci spiega Patrick J. Deneen, autore di “Why liberalism failed”

Il trionfo liberale

Giulio Meotti

“Abbiamo creato le condizioni per l’ascesa del nostro peggior incubo. Il populismo è figlio del successo del liberalismo”. Intervista a Deneen

Chiaramente Patrick J. Deneen ha ragione su certe cose, il declino della famiglia, gli attacchi al cristianesimo, la mancanza di fiducia in istituzioni chiave e lo sgretolamento del tessuto sociale sono problemi reali e in peggioramento. La demanda è se ha ragione sulla causa di questi problemi”. Così scriveva a giugno William McGurn sul Wall Street Journal in un lungo colloquio con l’autore del libro dell’anno in America, “Why Liberalism Failed”, pubblicato dalle edizioni universitarie di Yale. Il politologo Patrick J. Deneen nel libro tira una bomba a mano contro “l’idea di maggior successo degli ultimi 400 anni”, come la definisce l’Economist nella sua recensione. Il successo del libro non era affatto scontato, specie per uno studioso di Tocqueville come Deneen, docente all’Università di Notre Dame. Nell’incipit del libro andava apposto un “trigger warning”, uno di quegli avvertimenti sui contenuti sensibili in voga nei campus americani: “Lettura che mette in forte crisi liberal e conservatori”. Deneen ha definito “la vittoria assolutamente risicata di Donald Trump” come “l’ultimo respiro esalato da un conservatorismo moribondo”. Mandato in stampa prima dell’elezione di Trump, Deneen nel libro sostiene che l’ordine liberale era condannato a fallire sin dal principio, o meglio, che ha fallito proprio perché ha avuto successo. “Il liberalismo ha fallito non perché si è dimostrato inefficace, ma proprio perché ha mantenuto fede alle sue promesse. Ha fallito perché ha funzionato”. Barack Obama ha detto che il libro é “intellettualmente stimolante” e che “offre analisi convincenti”, prima di notare che “sono in disaccordo con gran parte delle conclusioni dell’autore”.

 

“Why Liberalism failed” è il libro dell’anno in America. Anche Obama lo ha letto (“non condivido, ma è stimolante”)

Era dai tempi di James Burnham, il trotzkysta passato alla National Review di William F. Buckley jr. che a destra non compariva un libro sulla crisi liberale di tale portata ed eco (Burnham scrisse il “Il suicidio dell’occidente. Un saggio sul significato e sul destino del liberalismo americano”). Con Deneen è arrivato il momento di fare il punto sulla crisi che ha travolto la politica e la cultura occidentali, in America come in Europa. Esiste ancora la possibilità di essere conservatori classici o il populismo ha fagocitato tutto? E il liberalismo è ancora possibile a sinistra, o come il populismo ha diluito il conservatorismo standard così il progressismo ha assimilato la classica posizione liberal? E in che modo liberalismo e populismo si nutrono a vicenda? “Oggi il ‘conservatorismo classico’ è percepito come una filosofia principalmente per le élite che gestiscono il ‘Conservatism, Inc.’, gruppi di riflessione finanziati soprattutto da interessi commerciali” dice Deneen al Foglio. “Questo segmento di popolazione è sempre più privo di una base elettorale. Il ‘populismo’ si pone come l’affermazione di un conservatorismo nuovo, non solo contro un progressismo sempre più aggressivo, ma contro un conservatorismo che si è reso compatibile con il globalismo che distrugge la tradizione. In questo senso il ‘populismo’ non è una ‘sostituzione’ del conservatorismo, ma la sua prevedibile riapparizione in un’epoca sprezzante”.

 

“Sono fenomeni interconnessi: crisi nella famiglia, dei confini, della sessualità e del debito intergenerazionale”

Secondo Deneen, la crisi liberale ha innescato il populismo. “Le contraddizioni del liberalismo sono diventate evidenti anche per l’osservatore casuale, arrivando oggi non solo a una critica filosofica, ma a una reazione e a un rifiuto da parte nelle cabine elettorali. La filosofia fondamentale del liberalismo insiste sul fatto che qualsiasi barriera alla libertà individuale debba essere respinta e superata. Di conseguenza, vediamo un attacco a due istituzioni non liberali che persino i liberali precedenti avevano capito che erano essenziali per il successo del liberalismo: la nazione e la famiglia. La nazione era l’unità politica in cui fu concepito l’ordine politico liberale. La filosofia della libertà individuale del liberalismo richiedeva quindi un certo limite a quella libertà, sotto forma di patriottismo, sacrificio di sé per il bene della nazione e un’identificazione con un luogo. O, nel caso della famiglia, il liberalismo aveva riconosciuto, anche se con dispiacere, che la famiglia era una condizione fondamentale della prosperità umana e la fonte della continuità generazionale, sebbene i suoi primi filosofi fossero ambivalenti riguardo all’autorità dei genitori e alla scelta delle relazioni familiari. Nel tempo, questi ‘limiti’ alla realtà sono stati assaltati dalla dedizione del liberalismo verso la libertà individuale. Sia la nazione sia la famiglia vengono considerate sempre più incompatibili con la libertà individuale, entrambe necessitano di essere ‘superate’ soprattutto attraverso gli sforzi degli elementi più progressisti della società. Si vuole creare un mondo senza confini e senza figli e riconosciamo che i due devono andare insieme. La disgregazione delle norme e delle istituzioni familiari, comunitarie e religiose, in particolare tra quelle che beneficiano meno dell’avanzata del liberalismo, non ha portato il liberalismo a cercare di ripristinare tali norme. Ciò richiederebbe sforzo e sacrificio in una cultura che ora diminuisce il valore di entrambi. Piuttosto, ora molti cercano di schierare i poteri statalisti del liberalismo contro la propria classe dominante. Il liberalismo ha creato le condizioni e gli strumenti per l’ascesa del suo peggior incubo. Tuttavia, si scopre che la famiglia, la comunità e la nazione sostengono effettivamente la prosperità della vita dei comuni cittadini. La reazione ‘populista’ non è semplicemente un’affermazione irrazionale del nazionalismo o del tribalismo, come spesso raccontano i media. Stiamo assistendo a una battaglia titanica tra due visioni del mondo in conflitto”.

 

“Il progressismo ha scalzato i liberal, verso uno stato bambinaia che si prende cura di tutto, per essere davvero liberi l’un l’altro”

Anche a sinistra la classica posizione liberal è stata sostituita dal progressismo. “Il progressismo è la naturale fine del liberalismo”, continua Deneen al Foglio. “Alcuni dei miei amici ‘liberali classici’ lo considerano un’aberrazione del vero liberalismo, un passo falso potenzialmente reversibile. Negli Stati Uniti, invocano i ‘Padri fondatori’ come guide per il ripristino di un migliore liberalismo. Eppure, spesso accusano me di nostalgia. Il progressismo è semplicemente la più pura distillazione del liberalismo, la sua prosecuzione logica. Abbraccia una visione di estrema libertà individuale con uno stato bambinaia che si prende cura di ogni nostra esigenza, sostituendo qualsiasi forma di dipendenza personale (famiglia o chiesa) con meccanismi spersonalizzati di programmi pubblici che ci consentono di essere veramente liberi l’uno dall’altro. E’ una nuova forma di ‘in absentia parentis’: lo stato paternalista. Pertanto, i progressisti sono i più virulentemente favorevoli a un mondo senza confini sia in termini di nazioni sia di sessualità umana. Sia l’identità nazionale sia l’identità sessuale sono infinitamente malleabili. Immagina un mondo di individui perfettamente liberi che dipendono completamente da un ordine politico liberale globalizzato. Si deve rileggere il ‘Mondo Nuovo’ di Aldous Huxley se si desidera avere unna visione di dove questo progetto cerca di guidarci”.

 

L’attacco quotidiano al cristianesimo e l’abbraccio di una secolarizzazione violenta hanno contribuito all’attuale crisi in occidente. “In definitiva, la crisi dell’occidente è la crisi all’interno del cristianesimo, una crisi che ha radici che risalgono almeno alla Riforma. La soluzione politica alle divisioni all’interno della cristianità - il liberalismo - cercava soprattutto di trasformare la religione in una questione privata e, in definitiva, di sostituire la religione trascendente con la religione politica. Il liberalismo ha quindi ‘risolto’ il problema teologico-politico mettendo la religione da parte, ma ha creato un nuovo e più pervasivo problema: il paradosso di negare immediatamente qualsiasi verità trascendente, insistendo nel contempo sulla verità immanente della ortodossia politica liberale. Nega la religione ma si presenta come una nuova religione. C’è stato un effetto di questa radicalizzazione del liberalismo: una crescente autocoscienza religiosa tra i cristiani che devono considerare se stessi distinti dal progetto liberale. Un numero crescente di cristiani sta discutendo delle alternative - ‘Opzione Benedetto’ o ‘integralismo’ - in un modo che sarebbe stato inconcepibile un decennio fa. Un altro aspetto sorprendente del ‘populismo’ è la corrispondente ascesa di un cristianesimo che ovviamente comporta alcuni pericoli, ma che potrebbe contenere una potenziale promessa per un rinnovo europeo post-Riforma”.

 

“L’attuale anticultura poggia su tre pilastri: la conquista della natura, del tempo e dello spazio. Ma possiamo vivere senza cultura?”

Si tratta, conclude Deneen, di fenomeni interconnessi. E cita il Nobel peruviano Mario Vargas Llosa, che in “Notes on the death of culture” (si sentono echi elliottiani, T.S.) lamenta la morte della cultura, sostituita da quella che Vargas Llosa chiama “lo spettacolo”, il tecno-intrattenimento. “Dobbiamo comprendere la profonda interconnessione di tutti questi fenomeni” ci spiega Deneen. “Il liberalismo non cerca la ‘degenerazione culturale’ in quanto tale, ma piuttosto l’eliminazione globale della cultura a favore di una ‘anticultura’. L’anticultura liberale poggia su tre pilastri: la conquista globale della natura, una nuova esperienza del tempo come un presente senza passato in cui il futuro è una terra straniera e un ordine che rende l’appartenenza priva di significato definitivo. Queste tre pietre miliari dell’esperienza umana - natura, tempo e luogo - costituiscono la base della cultura e il successo del liberalismo si basa sul loro sradicamento e sostituzione con facsimili che portano gli stessi nomi. Nello sforzo di garantire la radicale autonomia degli individui, la legge liberale e il mercato liberale sostituiscono la cultura attuale con un’anticultura globale. Questa anticultura è l’arena della nostra libertà, ma sempre più è giustamente percepita come il luogo della nostra schiavitù e persino una minaccia per la nostra esistenza. Il paradosso è la nostra crescente convinzione che siamo schiavi delle stesse fonti della nostra liberazione: pervasiva sorveglianza legale e controllo delle persone insieme al controllo tecnologico della natura. L’anticultura del liberalismo – in teoria la fonte della nostra liberazione - accelera il successo e la fine del liberalismo. Per definizione, una cultura è l’ambiente in cui un particolare popolo è modellato e formato e che fornisce indicazioni per l’educazione dei figli, il matrimonio, il culto, che forniscono la continuità tra le generazioni soprattutto sotto forma di storie e miti, e quindi danno il posto d’onore ai bambini e agli anziani. L’aspetto più radicale del liberalismo è il suo esperimento per vedere se l’umanità può vivere senza cultura, che capisce essere un requisito fondamentale della libertà individuale radicale. Pertanto, un mondo senza cultura richiederà l’eliminazione di tradizioni particolari e l’integrità delle comunità che sono le custodi di tali tradizioni. Pertanto, a sua volta, un mondo definito dalla priorità della libertà individuale introdurrà una crisi nella famiglia, una crisi dei confini nazionali, una crisi della sessualità, una crisi del debito (in particolare il debito intergenerazionale) e, naturalmente, un grave reazione tra la gente comune che finirà per sostenere la maggior parte degli oneri e dei costi di queste trasformazioni”.

 

Secondo Deneen, il successo del liberalismo è dunque una vittoria di Pirro, misurabile e visibile nell’ammassarsi dei segni del suo fallimento. Il liberalismo ha divorato le fonti del suo stesso nutrimento. Ma visto che è impossibile il “sogno di tornare a un’era pre-liberale”, Deneen suggerisce la ricostruzione della cultura per uscire dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati. Ma l’anticultura non ha forse spazzato via anche la stessa comprensione della crisi al punto che non riusciamo più a guardarci da fuori, a giudicarci?

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.