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I demoni della città preparano il grande esodo

Pandemia e proteste sembrano annunciare la fine della vita urbana. L'ipotesi (nefasta) di un futuro semirurale, tutto Zoom e ologrammi

14 Giugno 2020 alle 06:00

I demoni della città preparano il grande esodo

(foto LaPresse)

Osservando la tragica sovrapposizione fra la pandemia e le proteste dopo l’omicidio di George Floyd in moltissime città americane, e non solo, diversi osservatori hanno tratto una conclusione: il futuro non è delle città. La giungle urbana è il luogo della contaminazione e del rischio sociale, il contesto che esacerba le disparità economiche, è il luogo dell’anomia e della fragilità, gravato da costi che sono sempre meno giustificati dai benefici. La sedimentazione permanente di abitudini e strumenti adottati in tempi di emergenza, su tutti il telelavoro, non farà che accelerare la fuga dai centri urbani, propulsori stanchi di prosperità e creatività. Siamo di fronte all’inizio della fine della città? Il futuro è nelle cinte suburbane, nelle aree rurali e semi-rurali? Non così in fretta. Nel saggio che pubblichiamo in questa pagina Brent Orrell, studioso che si occupa di povertà, disuguaglianze e opportunità per il think tank American Enterprise Institute, analizza il problema da due lati, che poi sono anche i lati che qualificano la reazione umana di fronte a minacce epocali. Da una parte, la tendenza alla fuga; dall’altra il desiderio di rimettersi insieme, di unirsi per fare fronte comune. La città, come forma più avanzata dello sviluppo umano, è sotto attacco, spiega Borrell, ma proprio il rischio di perdere i vantaggi dell’organizzazione urbana dovrebbe indurre i leader delle città a immaginare nuove e coraggiose soluzioni per evitare il grande esodo.


Storicamente, le pandemie non hanno mai colpito i ricchi e i poveri allo stesso modo. I facoltosi solitamente ripiegavano nelle loro tenute di campagna, mentre chi non aveva mezzi era esposto alla furia delle infezioni e della morte. Due mappe elaborate di recente dal New York Times mostrano come non ci sia niente di più costante della natura umana durante le pandemie. Una cartina mostra quanti residenti di New York hanno lasciato la città al 1° maggio 2020. Hanno raccontato in tutti i modi possibili come Manhattan è diventata una città fantasma a causa del distanziamento sociale. Ma è diventata una città fantasma anche perché in molti quartieri il 30 o 40 percento dei residenti se n’è andato altrove. Lo stesso vale per le aree in prossimità del fiume Hudson e nei settori più trendy di Brooklyn. Lo spopolamento tende a sovrapporsi al tasso di mortalità: alcuni quartieri di Manhattan hanno avuto pochissime vittime, mentre comunità in luoghi come il Queens sono state falcidiate. In generale, la popolazione residente di New York è calata circa del 5 per cento; a Manhattan la percentuale sale al 18 per cento; in aree come l’East Village, il calo è arrivato al 50 per cento. Allo stesso tempo, nelle zone più povere dove il virus ha fatto più vittime, le persone più indigenti sono rimaste, e hanno sofferto.

 

Un viaggiatore nel tempo proveniente dalla Firenze o dalla Parigi del Quattordicesimo secolo, durante la peste, capirebbe perfettamente queste dinamiche: i ricchi usano le opzioni a loro disposizione per fuggire dalla malattia. I ricchi di oggi hanno un ventaglio di destinazioni disponibili più ampio rispetto ai loro predecessori dell’epoca. Mentre Carlo II si è rifugiato nel palazzo di Hampton Court durante la peste di Londra, molti newyorchesi della classe più agiata sono scappati agli Hamptons. Altri si sono spinti oltre, in posti come Miami, Los Angeles oppure, addirittura, nei sobborghi di Washington.

 

Gli storici sono divisi sugli effetti delle epidemie sulle disuguaglianze economiche e la coesione sociale. Durante la peste bubbonica, che si è abbattuta in diverse ondate in tutta Europa fra la metà del Quattordicesimo e il Diciassettesimo secolo, gli esiti sono stati discordi. Gli ebrei, spesso indicati come capri espiatori nei tempi di crisi, sono state vittime di persecuzioni e violenze. Nel giorno di San Valentino del 1349 a Strasburgo duemila ebrei sono stati arsi vivi anche prima che la peste colpisse la città. Poco più tardi, la comunità ebraica di Francoforte è stata spazzata via in un pogrom legato alla diffusione della peste. E’ stato documentato che in Italia ci sono stati, nello stesso periodo, mariti e moglie che abbandonavano loro stessi e i figli alla malattia e alla morte. Uno storico ha avanzato l’ipotesi che la fuga dei preti dalle comunità sommato all’impotenza della chiesa nel fermare la malattia abbia contribuito alla Riforma.

 

Prove molto significative testimoniano che la peste ha sconvolto le relazioni economiche. Diversi studi hanno cercato di dimostrare che la decimazione di una parte stimata fra il 30 e il 50 per cento della popolazione europea ha fatto aumentare il costo del lavoro e ha contribuito a minare il feudalesimo: servi e contadini si sono semplicemente rifiutati di lavorare per i loro precedenti compensi e hanno cercato padroni disposti a pagarli meglio, se i loro predecessori si rifiutavano di cedere alle loro richieste. Ma c’è anche un’altra interpretazione. Samuel Kline Cohn, autore del libro Epidemics: Hate and Compassion from the Plague of Athens to AIDS, sostiene che le persecuzioni, gli abbandoni e le divisioni sociali fossero piuttosto rare. Inoltre, crede che le società umane abbiano generalmente mostrato grande capacità di resistenza nell’affrontare la minaccia di almeno alcune epidemie di massa. Nel 1665 il sindaco di Londra e i membri del consiglio sono rimasti in città per organizzare gli aiuti di cui la popolazione aveva disperatamente bisogno (un londinese su quattro era morto). Questo senso di cura è più di una curiosità storica. Come abbiamo visto nei mesi scorsi, i dottori, gli infermieri e il personale essenziale in altri settori industriali sono andati a lavorare, prendendosi grandi rischi. Se fuggire è una risposta umana comune nell’epidemia, è una risposta umana anche unirsi per difendersi.


E’ impossibile dire cosa succederà a chi vive nei centri urbani americani se le tendenze indotte dal Covid-19 continueranno


 

Considerando questi gesti di gratuità e solidarietà, cosa ci dice invece la fuga dell’élite di fronte al Covid-19? A un certo livello, non ci dice molto. L’istinto di sopravvivenza umano è potente. Come il cavaliere in Monty Python e il Sacro Graal, la nostra prima risposta al pericolo è solitamente quella di fuggire (ad essere sinceri, Bill de Blasio e Andrew Cuomo, come il sindaco di Londra allora, sono rimasti e hanno offerto la loro leadership, per quanto talvolta arrogante e manchevole, durante la fase peggiore della crisi, mentre una gran parte della classe agiata è fuggita). Se ai più indigenti fosse stata offerta l’opportunità scappare dalla minaccia sanitaria, molti avrebbero scelto di andarsene. Ma a un altro livello, la prontezza e il ritmo con cui i più abbienti hanno lasciato una New York gravata dalla malattia suggerisce l’ipotesi di una minaccia alla vitalità urbana, specialmente se non saremo in grado di trovare e produrre un vaccino, o una cura efficace, nel futuro prossimo. Al cuore di questa sfida c’è il fatto che il Covid-19 sta accelerando trend economici che erano in corso da molto prima della pandemia. Se il virus alla fine si trasformerà in un’altra caratteristica della nostra vita, come l’influenza stagionale, una minaccia che preveniamo con il vaccino e combattiamo con i farmaci antivirali, nondimeno minaccia di diventare il catalizzatore di una rimodulazione del modo in cui concepiamo il lavoro e la vita urbana.

 

In posti come New York e San Francisco aziende importanti, tipo Twitter, Facebook e Google, hanno detto che il telelavoro probabilmente avrà un ruolo molto rilevante nell’organizzazione delle aziende in modo permanente. Lavorare da casa riduce il rischio di malattie, certo, ma significa anche che le compagnie possono tagliare i costi degli uffici. I dipendenti, almeno quelli che non devono gestire la didattica distanza dei figli, non sembrano sentire la mancanza dell’ufficio. Invece di ridurre la produttività, il telelavoro sembra averla aumentata. Le riunioni su Zoom non sostituiscono quelle di persona e non possono ambire a replicare quell’informale scambio di informazioni e idee che avviene nelle conversazioni in ufficio o nei corridoi. Ma tecnologie di comunicazione in rapido miglioramento, come gli ologrammi, potrebbero ridurre ulteriormente il gap, permettendoci di rimanere in contatto, innovare e risolvere efficacemente problemi a distanze sempre più grandi. Questa combinazione di incentivi economici, di salute e sociali potrebbero trasformare ciò che è nato come una soluzione temporanea in una caratteristica permanente della vita economica.


Serve la leadership delle élite urbane per ridare vita alla città. Il fatto è che i suoi rappresentanti sono stati i primi a fuggire 


Se la cultura delle corporation americane si muoverà in modo definitivo verso un nuovo assetto più decentralizzato, la conseguente fuga dai centri produttivi delle nostre metropoli potrebbe avere effetti devastanti. Tutti i sistemi economici sono intricate e delicate reti di scambi. Se un importante acquirente di beni e servizi abbandona la filiera, le conseguenze ricadono su tutto il resto dell’economia urbana. Le decine di migliaia di piccole imprese che sostengono i grandi gruppi e i loro dipendenti soffriranno con il diminuire del loro giro d’affari. Queste perdite commerciali peseranno anche sui bilanci delle città. Le entrate delle tasse immobiliari di New York (24 miliardi di dollari nel 2019) sono legate agli esercizi commerciali per almeno 10 miliardi di dollari l’anno. Si tratta di una fetta consistente del budget complessivo della città, che è di 85 miliardi. La perdita di affitti si tradurrà alla fine in una perdita del valore delle proprietà immobiliari e nella diminuzione delle entrate per il municipio. La contrazione del centro di affari in una città come New York (o San Francisco, Chicago ecc.) e la diminuzione delle entrate fiscali metterà in difficoltà i servizi essenziali della città, dall’educazione alla sanità fino alla polizia e ai servizi d’emergenza. Il risultato finale potrebbe essere una riduzione sia nell’occupazione sia nella qualità della vita dei residenti. In fondo alla catena ci sono i lavoratori salariati o a ore il cui lavoro è indispensabile per i sistemi urbani complessi. E’ impossibile dire con certezza cosa succederà a chi vive nei perimetri geografici ed economici dei centri urbani americani se i principali centri di business si disperderanno sull’onda di tendenze indotte dal Covid-19. Con sguardo ottimista si potrebbe osservare che se la pandemia rallenterà il flusso di lavoratori a basso costo e manodopera a basso costo dall’estero è possibile che questi lavoratori, come i servi e i contadini del medioevo, possano approfittare di una forza lavoro in contrazione per ottenere salari migliori. D’altra parte, un flusso continuo di questi lavoratori, sommato alla regressione economica delle città, potrebbe invece ridurre il loro potere contrattuale. Nel frattempo, le scuole pubbliche e gli altri servizi da cui queste persone dipendono diventeranno meno affidabili a causa dei tagli al budget che diventeranno necessari per prevenire un collasso nella finanza municipale. Gli aumenti delle tasse su aziende e lavoratori altamente qualificati per coprire le mancate entrate contribuiranno ad accelerare le partenze. La vita nell’America urbana per i poveri e chi è prossimo alla soglia di povertà potrebbe diventare più difficile, e non si vede come le conseguenze del Covid-19 potrebbero alleviare la loro condizione.

 

Quello che potrebbe aiutare a rendere le città ospitali per tutti è una vigorosa e visionaria leadership delle élite urbane. Ristrutturare la vita urbana attraverso la riforma delle leggi sulla divisione in distretti contribuirebbe a far diminuire il costo degli immobili. Un alleggerimento delle regolamentazioni aiuterebbe le piccole imprese a crescere e perciò a compensare, almeno in parte, le perdite per l’uscita dei grandi gruppi dallo spazio urbano. Una riforma radicale e una diversificazione dei sistemi educativi per migliorare le aspettative di vita dei figli della classe meno abbiente aiuterebbe. Ma le persone che possono mettere queste riforme in atto, va notato, sono le stesse che sembrano più prone ad abbandonare la nave durante una crisi. Qual è la probabilità di vedere una improvvisa fiammata di senso civico necessaria per questo tipo di cambiamento da chi se n’è andato così rapidamente? Una rivoluzione dall’alto orientata alla ricostruzione della vitalità del mondo post-Covid sembra improbabile. Anche se sarebbe assolutamente necessaria.

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