Le fake news sulla pandemia possono uccidere

Mattia Ferraresi

Uno studio sul pubblico di due opinionisti di Fox, uno scettico e uno allarmato, mostra tassi di mortalità divergenti. Ma vale per tutti i media?

Una decina di giorni fa Ginia Bellafante, opinionista del New York Times che si occupa di storie di cronaca locale, ha raccontato la vicenda di Joe Joyce, il 74enne proprietario di un pub di Brooklyn che è morto per il coronavirus, molto probabilmente contratto durante una crociera nel Mediterraneo ai primi di marzo. Joyce viveva in un quartiere di Brooklyn di nome Bay Ridge, noto perché lì è ambientato La Febbre del Sabato Sera, famosissimo film degli anni Settanta basato su una storia complatemente falsa, e anche perché è uno dei pochi angoli della città dove c’è una consistente presenza di elettori del partito repubblicano. Joyce era uno di questi. L’articolo racconta che a fine febbraio, ascoltando Donald Trump che minimizzava o addirittura ridicolizzava la minaccia del coronavirus, l’uomo si è convinto che si trattasse di un pericolo marginale, esagerato dai soliti media tendenziosi, e sulla base di questa convinzione ha deciso di partire lo stesso, il 1°marzo, per la crociera programmata da tempo. Lui e la moglie sono andati in aereo in Florida e da lì si sono imbarcati su una nave diretta verso le coste spagnole, ignorando il consiglio dei tre figli adulti, che suggerivano di annullare il viaggio. Uno dei figli ha detto alla giornalista: “Guardava Fox News, e credeva che tutto fosse sotto controllo”. Bellafante ha aggiunto che “all’inizio di marzo, Sean Hannity ha detto in diretta che non gli piaceva l’idea che gli americani fossero spaventati ‘senza necessità’”. L’articolo, in sostanza, implicitamente sosteneva che la responsabilità della morte di Joyce fosse da spartire fra Trump, che negava o minimizzava la minaccia, e Fox News, che ha portato questo messaggio nelle case di decine di milioni di americani che s’abbeverano alla fonte del network conservatore come se distribuisse la verità rivelata.

 

Un’accusa non di poco conto, tanto che Hannity, anchorman di punta del canale, ha controbattuto con toni furenti all’accusa “diffamatoria e calunniosa”: “Una giornalista del Times praticamente mi ha accusato di omicidio. Per diffamarmi questa donna ha strumentalizzato la tragica morte di un uomo. Ha arbitrariamente preso una cosa che ho detto fuori dal contesto”, ha spiegato agli ascoltatori. Bellafante effettiavamente ha commesso un grave errore: nel suo articolo ha citato una frase che Hannity ha detto il 9 marzo, e che dunque non può avere influenzato in alcun modo la decisione di Joyce di andare in crociera, incurante dell’epidemia “sotto controllo”; e la posizione della giornalista è anche complicata dal fatto che lei stessa il 27 febbraio, cioè più o meno quando la coppia stava preparando i bagagli per la vacanza in Spagna, ha scritto su Twitter, commentando il crollo della borsa: “Fondamentalmente non capisco il panico: l’incidenza della malattia sta diminuendo in Cina. Il virus non è mortale nella grande maggioranza dei casi. La produzione e tutto il resto rallenteranno, e poi ovviamente risaliranno”. La giornalista stessa, insomma, ha dimostrato che a quel punto non erano soltanto i più accaniti e accecati sostenitori di Trump a prendere sotto gamba la minaccia. Ma Hannity, mattatore da prima serata di uno dei programmi più seguiti della storia della televisione, aveva già iniziato da tempo una campagna che certamente ha contribuito a cementare, in milioni di americani, la convinzione che le preoccupazioni suscitate attorno a questo nuovo virus fossero esagerate e strumentali. Il 27 febbraio, ad esempio, ha detto: “Questa sera sono in grado di dirvi che il cielo sta crollando. Siamo tutti spacciati. La fine è vicina. L’apocalisse è imminente, e tutti morirete nel giro delle prossime 48 ore, e sarà tutta colpa del presidente Trump. O almeno questo è quello che i media e il partito democratico socialista radicale vuole farvi credere”.


“Guardava Fox e credeva che tutto fosse sotto controllo”, ha detto la figlia di Joyce, morto per il coronavirus dopo una crociera


 

La capacità di Hannity di influenzare il pubblico non è certo un tema nuovo, e sono in tanti a ritenere che Fox vada considerata non un’emittente ma come uno strumento di propaganda del partito repubblicano, ma nel caso del racconto della pandemia il rapporto fra il messaggio che viene dato e il pericolo al quale gli spettatori possono essere esposti è strettissimo. Quello del signor Joyce è un caso di scuola: se è vero che la sua convinzione che il coronavirus non fosse pericoloso è nata guardando gli show di Fox, e sulla base di questa ha deciso di fare il viaggio nel quale si è ammalato – nonostante il parere contrario dei figli – questo apre una questione notevole sulla responsabilità dei media nella vicenda.

 

Alcuni ricercatori dell’università di Chicago hanno provato a studiare in modo rigoroso un aspetto della vicenda, prendendo in considerazione il tasso di mortalità da Covid-19 sugli spettatori abituali di Hannity, paragonati a quelli di Tucker Carlson, un altro anchorman di Fox che però già dall’inizio di febbraio descriveva il coronavirus come una minaccia seria e allarmante, in controtendenza rispetto ad altre voci del network. Mentre Hannity ha iniziato minimizzando il problema e poi si è lentamente allineato su posizioni più aderenti all’evidenza scientifica, Carlson ha da subito preso sul serio il pericolo e ha perfino provato a convincere Trump a cambiare idea. La collega Trish Regan è stata invece sospesa da Fox dopo che ha detto che il coronavirus era soltanto una trovata dei democratici per disarcionare Trump. Dire che lo studio si occupa di stabilire il tasso di letalità delle fake news sul coronavirus è una semplificazione retorica un po’ mistificante, ma la ricerca di Leonardo Bursztyn, Aakaash Rao, Christopher Roth e David Yanagizawa-Drott – non ancora passata dalla peer-review – è un primo tentativo di studiare le differenze di comportamento fra gruppi simili, per orientamento ideologico, ma che sono stati esposti a fonti diverse sullo stesso argomento. Il risultato è che “una maggiore esposizione allo show di Hannity rispetto a quello di Carlson è fortemente legato a un maggior numero di casi e di morti per il Covid-19 nella prima fase della pandemia”, e questo si spiega con il fatto che gli spettatori del primo, portati a minimizzare, non hanno preso seriamente le misure di distanziamento sociale suggerite per fermare il contagio, e dunque si sono ammalate di più.


Una ricerca dice che nelle prime fasi chi ha guardato Sean Hannity rispetto a Tucker Carlson si è ammalato di più 


Incrociando i dati sui flussi televisivi e quelli sui casi e le vittime del coronavirus i ricercatori hanno notato che nelle contee dove Hannity è più seguito rispetto al collega la malattia ha avuto maggiore diffusione. “Inoltre, i risultati suggeriscono che dopo la metà di marzo, quando Hannity ha cambiato tono, le traiettorie divergenti sul Covid-19 si sono riallineate”, il che significa che anche gli spettatori di Hannity si sono convinti della gravità della situazione quando il loro giornalista di riferimento ha cambiato posizione, e questo ha avuto degli effetti rilevabili sulla diffusione dell’epidemia nel campione selezionato. Lo studio si concentra su un campione nazionale di americani sopra ai 55 anni, fascia di popolazione che è allo stesso tempo il target privilegiato di Fox e quello più a rischio per gli effetti del virus. La ricerca fa anche una stima di quanto l’aver seguito uno oppure l’altro degli opinionisti abbia contribuito ad anticipare o ritardare un cambiamento nei comportamenti degli spettatori rispetto a chi ha seguito le notizie da altre fonti televisive: i fedeli di Hannity hanno cambiato comportamento cinque giorni più tardi della media, quelli di Carlson tre giorni prima della media. Questa ricerca va letta con tutte le cautele del caso, e sempre tenendo conto che chi si sintonizza su un programma è sempre una persona autonoma dotata di ragione e libertà, ma in un contesto grave come quello che stiamo vivendo fa una certa impressione tracciare una linea diretta, o quasi, fra chi frequenta certi salotti televisivi e chi si ammala. Ora, quando uno studio di questo genere viene fatto per Fox News, che è appunto largamente percepita come una macchina della propaganda della destra americana, non fa molto scalpore, ed è abbastanza facile sdoganare pubblicamente l’idea che “guardare Hannity uccide”, o qualcosa del genere. Ma si potrebbero fare studi simili per altre fonti che all’inizio hanno minimizzato l’epidemia? Si potrebbe dire che i media che hanno suggerito comportamenti potenzialmente dannosi per la salute pubblica, magari dando spazio a chi suggeriva di riaprire tutto dopo i primi giorni di panico, hanno fatto qualcosa di non troppo lontano da quello che ha fatto Hannity? Spunto per approfondire ulteriormente.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.