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I tormenti della famiglia, da allargata a liquida

Un saggio di Brooks pone il problema del deterioramento degli obblighi morali verso chi non ci siamo scelti. La pandemia offre un banco di prova

22 Marzo 2020 alle 06:00

I tormenti della famiglia, da allargata a liquida

Quando Meghan Markle e il principe Harry hanno annunciato via Instagram di voler fare un “passo indietro dalla famiglia reale”, accettando il giogo leggero dell’indipendenza finanziaria in cambio della libertà di vivere dove e come loro piacerà, il pastore e opinionista Giles Fraser ha scritto un commento breve che andava dritto al centro del problema: “Riconosciamo ancora obblighi morali che vengono prima del nostro atto di sceglierli?”, recitava la domanda retorica in apertura. Ciò che Fraser ha individuato come fatto supremamente significativo o determinante della Megxit è l’idea che la sensibilità contemporanea trova generalmente inaccettabili le costrizioni che si trova addosso senza averle scelte. Ciò che deriva dalla tradizione o da circostanze che cadono fuori dal controllo del soggetto è un fardello, tutt’al più è accettabile se (e solo se) l’individuo in questione decide, con un atto indipendente della volontà, di sottoscrivere ciò che gli è stato consegnato senza che questo fosse precedentemente interrogato in proposito.

 

Anche far parte della famiglia reale britannica, circostanza riguardata tendenzialmente come un privilegio, può trasformarsi in una condanna se non è stato scelto. Concettualmente, la Megxit si regge sulla priorità della decisione individuale sulle condizioni dettate dalle circostanze. Procede il ragionamento di Fraser: “Senza l’idea stessa che siamo nati all’interno di una fondamentale unità di solidarietà esistenziale, qualcosa verso la quale abbiamo un dovere di lealtà da molto prima di poterla scegliere, la vita umana è liberata dai suoi ancoraggi e ci troviamo alla deriva”. La liberazione dagli ormeggi che l’opinionista rileva come fonte di disorientamento è ciò che è stato innalzato come suprema virtù nel volontario passaggio di Megan e Harry da reali forzati a borghesi a mezzo servizio monarchico. Insomma: dietro il gran rifiuto della coppia c’è un più generale rifiuto di ciò che non è stato oggetto di decisione personale. Nella fattispecie, la collocazione all’interno di una struttura, altrimenti detta famiglia, che nel caso della famiglia reale britannica porta con sé un’enorme quantità di obblighi, doveri, formalità, impegni e fortissime limitazioni della libertà individuale.

 

Questo mese il mensile The Atlantic ha messo in copertina un saggio di David Brooks intitolato “The Nuclear Family Was a Mistake”, cioè la famiglia nucleare è stata un errore. Il lungo articolo che non c’entra nulla, nello specifico, con le presenti e inedite variazioni dell’assetto della famiglia reale britannica, ma si focalizza sulla traiettoria che ha portato l’America e l’occidente tutto a passare dal modello sociale della famiglia allargata che vive più o meno sotto lo stesso tetto ai nuclei indipendenti che si incontrano di tanto in tanto, per andare poi alla minimizzazione e decostruzione anche di quelli.

 

Brooks è un intellettuale conservatore di tipo liberale e moderato, con una nota passione per gli studi sociologici e le statistiche, che considera per lo più in modo laico, e dunque il suo non è un grido nostalgico per il mondo di ieri, fatto di ordine sociale, ruoli definiti ed economie basate (anche) sulla vita rurale, ma piuttosto una panoramica dell’evoluzione sociale che si concentra sugli svantaggi del modello familiare che si è imposto in occidente. “Siamo passati da famiglie ampie, interconnesse ed estese – scrive Brooks – che aiutavano a proteggere i più vulnerabili nella società dalle scosse della vita, a piccoli e distaccati nuclei familiari che hanno permesso ai più privilegiati di massimizzare i loro talenti ed aumentare le loro opzioni”.

 

 

L’autore cita il film Avalon di Barry Levinson, del 1990, che racconta la storia – basata sulla vicenda del regista – di cinque fratelli che dall’Europa orientale si trasferiscono negli Stati Uniti, al tempo della Prima guerra mondiale. Dapprima aprono una piccola impresa di carta da parati e conducono una vita in tutto simile a quella che facevano in Europa, cioè condividendo le abitudini, i riti, le responsabilità, i doveri, ma anche i malumori e i litigi che nascono, come si dice, anche nelle migliori famiglie.

 

Con il passare del tempo, i vari nuclei iniziano a separarsi, ciascuno alla ricerca del proprio spazio esclusivo e della privacy inevitabilmente negata nell’ambito del clan fatto di cugini, zii, nonni, cognati, suocere e nuore. Gli elementi si separano fisicamente, dunque, ma rimane intatto quel senso di lealtà, di amore e di obbligo reciproco che vigeva quando tutti erano insieme. La situazione precipita per via del tacchino. Quando, il giorno del ringraziamento, il maggiore dei fratelli arriva tardi alla cena e scopre che gli altri hanno iniziato senza di lui, quel vincolo che un tempo era stato saldo e inevitabile si deteriora in modo irreparabile: è l’inizio della divisione che porterà, alla fine di questo film-metafora, i personaggi a trovarsi soli, gestiti da sconosciuti in anonime case di cura. Il tema principale di Avalon, spiega Brooks riferendo un colloquio con il regista, è la “decentralizzazione della famiglia, che è continuata fino ad oggi. Una volta almeno la famiglia si riuniva attorno alla televisione, mentre adesso ognuno ha il proprio schermo”. Si è trattato, nella versione di Brooks, di una scelta fatta nel nome della tutela della libertà individuale, ma a spese della stabilità delle famiglie, una specie di Megxit su larga scala ma senza le certezze economiche e di stabilità sociale che i coniugi avranno anche dopo la loro ritirata monarchica.

 

Qual è il problema delle famiglie nucleari? Non dispongono di due vantaggi fondamentali delle famiglie allargate, a dire di Brooks. Primo vantaggio, non sono così resilienti. Una famiglia allargata è una rete ampia che può sopportare anche molte rotture. Se le relazioni fra alcuni membri della famiglia si spezzano, altri membri possono rammendare o mitigare; il dolore dei lutti viene elaborato all’interno di un tessuto vitale, segnato da dinamiche di solidarietà inter generazionale. La seconda virtù è quella che l’autore chiama “forza socializzante”: nell’era vittoriana la famiglia era concepita come un “porto sicuro in un mondo senza cuore”, una sorgente di rapporti basati sulla fiducia e la lealtà reciproche che segnavano un luogo sicuro, opposto allo spazio esterno fatto di relazioni precarie e delle quali talvolta era più saggio diffidare. Queste caratteristiche positive avevano un prezzo alto in termini di indipendenza e privacy, ma garantivano quella solidità, anche sociale ed emotiva, di cui la famiglia nucleare, nella sua natura monadica, sembra sempre mancante. Nell’ecosistema della famiglia allargata, i desideri dei singoli vengono assorbiti nelle dinamiche di una comunità che, in teoria, dovrebbe essere benevola, soprattutto verso i suoi membri più deboli o meno ricchi di talenti.

 

Storicamente questo processo di trasformazione si è verificato negli anni Sessanta, quando la famiglia è “diventata più individualista e incentrata su di sé, e le persone hanno iniziato a dare più valore alla privacy e all’autonomia”. Le “famiglie estese modificate” di cui parla la sociologia sono state, negli anni Cinquanta soprattutto, le strutture di transizione che dalla famiglia allargata hanno portato alla famiglia nucleare e poi alla teorizzazione della solitudine come stato sommamente desiderabile. Ma, come notava Christopher Lasch negli anni Settanta, “la famiglia è in crisi da cent’anni”, cioè da quando l’autonomia individuale aveva preso a farsi largo come forza trainante dei movimenti sociali, sebbene ancora all’interno di un ciclo produttivo ed economico segnato da una struttura fatta a clan. Il problema, osserva Brooks, è che della famiglia oggi si fatica a discutere. E’ una categoria adatta, da una parte, soltanto a bigotti e reazionari: “Quando parliamo del presente, non parliamo abbastanza della famiglia. E’ scomodo. Sembra sempre implicare un giudizio sugli altri. E’ perfino religioso. Ma il fatto è che la famiglia nucleare si è deteriorata al rallentatore negli ultimi decenni, e molti altri problemi – dall’educazione, alla salute psicologica, fino alle dipendenze e ai cambiamenti nella forza lavoro – sono derivati da quel deterioramento”. Dalla parte opposta dello spettro politico e culturale la famiglia è una realtà a tal punto indefinita e liquida da non essere nemmeno afferrabile: “Se conservatori sociali hanno una filosofia della vita famigliare che non possono mettere in pratica, perché non è più rilevante, i progressisti non hanno affatto una filosofia della famiglia”. La chiave della trasformazione sociale è la stessa che ha aperto la porta della Megxit, cioè l’insofferenza e perfino il disprezzo per gli obblighi morali che non dipendono esclusivamente dalle scelte individuali dei soggetti coinvolti.

 

Brooks ha scritto questo articolo nell’epoca, che ora appare lontanissima, pre-pandemia, e dunque non può tenere conto della quarantena in cui mezzo mondo oggi vive, con tutte le complicazioni sociali del caso, dalla solitudine lacerante, alla fatica dei genitori che devono stare con i figli tutto il giorno, senza essere abituati, fino alla noia che può regnare nelle case abitate da poche persone, magari in lite, sotterranea o esplicita, tra di loro. La tragedia del coronavirus ha creato le condizioni per testare, ciascuno nella propria casa, le riflessioni di Brooks sulla crisi delle famiglie nucleari e sulla più profonda crisi degli obblighi verso le persone che ci troviamo accanto senza averle scelte.

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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