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Il virus è ancora qui

Brandire il dato della bassa percentuale di casi gravi per dire che ormai tutto è finito è solo un’illusione

25 Giugno 2020 alle 06:00

Il virus è ancora qui

(foto LaPresse)

In tutto il mondo, la pandemia continua a contare nuovi casi, sempre di più; e se si riportano da gennaio a oggi, nazione per nazione, la frazione di soggetti morti sui casi registrati, al di là delle fluttuazioni anche larghe fra nazioni diverse, al di là della variazione nel tempo per una singola nazione, emerge che la letalità di tutte le nazioni è ora compresa in un intervallo più ristretto, ma non diverso da quello iniziale: il che significa che, al di là degli andamenti locali del virus – meno casi, meno morti, meno malati in un paese, il contrario in altri – il Covid-19, come testimoniato da quello che sappiamo guardando al suo genoma, non è cambiato, né è cambiata la malattia che è in grado di provocare. Certo che in Italia vediamo ormai pochi casi gravi e abbiamo pochi morti, e nei tamponi dei guariti e dei paucisintomatici troviamo poco virus: questo è perfettamente coerente con il fatto che ci troviamo nella coda di un’epidemia, con l’allargamento del campionamento a soggetti paucisintomatici, asintomatici o sintomatici in passato. E’ evidente che oggi in Italia si stia molto meglio di tre mesi fa; però il virus è sempre là e, considerato che a livello globale è sempre più circolante – il che giustifica il termine di “pandemia” –, è da stupidi pensare che da noi non possa ripresentarsi.

 

In realtà, nessuno scienziato – neppure i più ottimisti – esclude questa possibilità; e infatti la stragrande maggioranza, pur considerando lo stato di grazia in cui ci troviamo attualmente in Italia grazie agli sforzi che abbiamo fatto e forse aiutati da una possibile stagionalità, insiste nel considerare che il monitoraggio deve continuare, che le mascherine devono essere usate quando in presenza ravvicinata di altri, che il distanziamento deve continuare e che le misure di igiene necessarie devono continuare a essere attuate.

 

Sono i leoni da tastiera dei social a brandire il dato della attuale bassa percentuale di casi gravi in Italia o della quantità di virus nei tamponi (entrambi fatti veri), per dire che ormai tutto è finito (falso), che si sta esagerando nelle raccomandazioni di continuare a vigilare, che si vuole fare terrorismo o creare paura: la realtà è che questi poveretti, a digiuno di ogni scienza ma molto spesso durissimamente colpiti nel proprio portafogli dal lockdown e dalla paura del contagio, vanno compresi e aiutati, cercando di sopportare gli occasionali insulti che rivolgono agli altri con più senno.

 

E dietro a questi, anzi proprio sfruttando questi, ritornano i soliti cospirazionisti, pseudoscienziati e fenomeni da baraccone che riempiono le piazze, profittando della voglia di rivalsa di tanti disgraziati, delle proprie abilità oratorie o di un malinteso senso di anarcoide libertarismo individualista. Costoro, in realtà, stanno semplicemente continuando a perseguire il proprio arricchimento personale, sulla pelle dell’ignoranza e dello scontento, come hanno sempre fatto e come sempre faranno con le loro pseudoscienze e le loro balle mortali.

 

Smettiamola di dire che le cose vanno bene, benissimo, e che non c’è più da preoccuparsi; smettiamola pure di avere paure inutili o fobie, facciamo meno chiacchiere e concentriamoci sulle poche misure individuali che servono, chiedendo al contempo a chi governa di migliorare il monitoraggio, di aumentare la presenza medica sul territorio, e di prevenire che quattro guru da baraccone facciano danno, invitando gli altri ad abbandonare ogni prudenza e confortandoli nella loro idea che il virus non ci sia più, anzi che non ci sia mai stato.

Enrico Bucci

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