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Il coronavirus e l'esigenza di diagnosi rapide

Con la fine dell’estate si presenterà un dilemma: distinguere l’influenza stagionale dal Covid. Soluzioni

14 Luglio 2020 alle 18:49

Il coronavirus e l'esigenza di diagnosi rapide

(foto LaPresse)

In Italia, ci sono ogni anno svariati milioni di pazienti afflitti da “sindromi influenzali” su base stagionale. Questi pazienti presentano una serie di sintomi che sono difficilmente distinguibili da quelli della classica influenza stagionale, che di solito rappresenta una frazione del totale. Il problema, come giustamente evidenziato dai medici di tutta Italia, in primis dall’Ordine dei medici di Milano, è che i sintomi di questi pazienti non solo si sovrappongono a quelli dell’influenza vera e propria, ma anche e soprattutto a quelli di Covid-19 nella sua fase più lieve o moderata.

 

Una importante questione è quella di come gestire questi pazienti, una volta che si presentino con i loro sintomi dal proprio medico curante. Se la cosa avvenisse oggi, il paziente sarebbe con ogni probabilità posto in quarantena preventiva in attesa di un tampone per la verifica dell’eventuale positività a Sars-CoV-2. Già oggi vi sono problemi e ritardi tali che un paziente potenzialmente affetto potrebbe non denunciare affatto la propria condizione al medico, sia per la paura di essere consegnato in casa per tempi anche lunghi prima di arrivare al tampone, sia per la paura di risultare positivo e quindi poi essere posto in quarantena, in attesa dei successivi tamponi per verificare la negativizzazione che a loro volta potrebbero arrivare tardivamente. Immaginiamoci ora cosa accadrebbe estendendo questo scenario alla stagione influenzale. 

 

I pazienti con sintomi per sindrome simil-influenzale si conteranno a milioni e i tamponi richiesti sarebbero in numero superiore a quelli sin qui effettuati dall’inizio dell’epidemia in Italia. Per aggirare il problema, potremmo pensare a una estesa vaccinazione antinfluenzale, utile a diminuire il numero di pazienti da testare per il Sars-CoV-2 e il numero totale di ricoveri ospedalieri per infezione virale. Tuttavia, c’è da dire che la sua efficacia per fascia di età nel diminuire le ospedalizzazioni è variabile a seconda del ceppo influenzale e altre diverse condizioni, per cui non è possibile che il vaccino antinfluenzale da solo possa risparmiarci la necessità di gestire pazienti e diagnosi quando sarà il momento. Se anche, con uno sforzo titanico del quale è difficile comprendere la realizzabilità, si arrivasse ad avere reagenti e materiale per tutti i tamponi necessari, l’inevitabile collo di bottiglia causato da un grande afflusso di test da effettuare renderebbe impossibile ottenere le diagnosi rapidamente, disincentivando i possibili infetti a dichiarare la propria condizione.

 

In questo contesto, ci sono due principali obiettivi da perseguire: quello della diagnosi differenziale, in modo da escludere innanzitutto l’influenza, e quello dell’efficienza della diagnosi di massa per Covid-19. Per quello che riguarda il primo punto, una possibile soluzione consiste nel test molecolare dell’influenza: ci sono molti test rapidi, più o meno accurati, in grado di diagnosticare la presenza di virus influenzale in un paziente anche in un quarto d’ora (ammesso che sia necessario). Per quanto riguarda il secondo punto, una modalità che discutemmo già mesi fa su queste pagine, e che è stata recentemente portata all’attenzione del pubblico da Anthony Fauci, è quella del test di gruppo dei potenziali pazienti di Covid-19, o pool testing, in cui si riuniscono i campioni di più individui; se il test risulta positivo, si testa successivamente ciascuno di loro, ma se è negativo si risparmiano tutti i test individuali. Al netto delle modalità che si sceglieranno per arrivare efficientemente a una diagnosi differenziale, resta il fatto che non è possibile alcuna politica di contenimento basata sulla quarantena se i tempi di diagnosi non sono rapidi, e la decisione di ingresso e di uscita da una quarantena è presa senza lasciare nel limbo, in attesa, i cittadini.

 

Queste sono mie considerazioni appena abbozzate, scaturite dalla preoccupazione sollevata giustamente dai medici, e potrebbero avere delle controindicazioni; è però necessario che amministrazioni sanitarie e governo prendano in seria considerazione lo scenario che ci si prospetta perché, quando si chiede preparazione, questo è quello che si intende.

Enrico Bucci

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Commenti all'articolo

  • albertoxmura

    14 Luglio 2020 - 21:02

    Credo che sia importante cercare di rendere massima soprattutto la sensibilità. Se c'è qualche falso positivo è un problema minore: tutt'al più sarà "condannato" a una quarantena non necessaria. Ma i falsi negativi sono un grosso problema. Chi fa un test e risulta negativo può assumere comportamenti imprudenti, soprattutto se risulta positivo al test sierologico, ritenendosi sano, immune e non contagioso. Se poi il falso negativo fosse un infetto superspreader potrebbe fare molti guai. Diverso è l'uso puramente statistico di questi test. Se la sensibilità è all'incirca pari alla specificità e sono entrambe sufficientemente elevate (ancorché non elevatissime), allora, dato che, a grandi numeri, gli errori tenderebbero in tal caso a elidersi a vicenda, il test potrebbe riuscire molto utile per conoscere lo stato dell'epidemia nelle diverse zone del Paese e tra diversi strati sociali. Ma in questo caso l'esito dei test statistici non dovrebbe essere comunicato ai soggetti testati.

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