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Il Covid tra Mito e Scienza

La storia lo dimostra: la diffusione di false credenze è in parte correlata alla diffusione del virus

30 Luglio 2020 alle 06:00

Il Covid tra Mito e Scienza

(foto LaPresse)

Un punto che ritengo affascinante, ma poco considerato nella discussione generale che la pandemia ha suscitato sul modo in cui i patogeni attaccano la specie umana, è quello della relazione fra la diffusione di idee sbagliate e la propagazione su ampia scala del patogeno stesso. Durante un’epidemia di Ebola in Africa, la Guinea fu il terzo paese per numero di casi e morti al gennaio 2015. Naturalmente, come in tutte le epidemie, anche durante questa si diffusero false credenze fra la popolazione; un gruppo di ricercatori, attraverso l’analisi delle risposte di un ampio campione di popolazione fra il dicembre 2015 e il gennaio 2015, si assunse il compito di provare a vedere se alcune di queste credenze fossero particolarmente diffuse, e potessero quindi favorire la diffusione della malattia.

 

Fra le credenze non in linea con l’evidenza scientifica, oltre il 46 per cento degli intervistati rispose citando quella che allora era una balla particolarmente diffusa in Guinea, ovvero che un bagno in acqua salata potesse prevenire l’infezione, il 26 per cento era convinto che un guaritore tradizionale potesse curare la malattia, e il 27 per cento che un sacerdote fosse in grado di guarire la malattia sulla base della fede religiosa.

 

E’ chiaro che la falsa sicurezza indotta da questi miti è pericolosa, perché allontana le persone dall’unico reale comportamento protettivo – quello di evitare contatti stretti con i malati o con fonti di virus, quale carne infetta; per cui non è una sorpresa scoprire che la diffusione di queste idee è in parte correlata alla diffusione del virus.

 

Esempi come questo sono affiancati da studi che rivelano il ruolo della trasmissione di epatite e Hiv a causa di false credenze circa il riuso delle siringhe in Africa e in Cina, e numerosi esempi ci sono anche per altre malattie trasmissibili, virali o meno. Sembra cioè che gli agenti infettivi come i virus esplorino non solo lo spazio darwiniano costituito dalle possibili mutazioni del loro genoma, in relazione al vantaggio replicativo che queste conferiscono nell’ambiente e nell’ospite a disposizione, ma anche il paesaggio culturale di una determinata popolazione infetta, propagandosi con maggiore efficienza laddove determinate credenze erronee facilitano il contagio.

 

Qualcosa di simile potrebbe accadere anche per Sars-CoV-2, se pensiamo al rifiuto delle misure di prevenzione del contagio che potrebbe diffondersi in settori della società a causa di idee sbagliate e malintesi; il tempo dirà quanto e se queste idee sbagliate avranno un peso effettivo. In ogni caso, è probabile che uno studio combinato di memi e geni virali possa dirci qualcosa in più sulle dinamiche di una pandemia, qualcosa finora sfuggito all’analisi quantitativa.

Enrico Bucci

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