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La sperimentazione del vaccino fa ben sperare

Due iniezioni e tempi di produzione non troppo alti. Ma piano con l’entusiasmo

16 Luglio 2020 alle 06:00

La sperimentazione del vaccino fa ben sperare

(foto LaPresse)

Finalmente, dopo gli annunci, sono arrivati i dati. Mi riferisco ai primi dati pubblicati sul New England Journal of Medicine riguardanti il vaccino contro Sars-CoV-2 prodotto dall’azienda biotech americana Moderna. Questo vaccino, come il lettore ricorderà, è particolarmente innovativo, perché invece di somministrare il virus attenuato, sue parti o virus ricombinanti, si somministra al corpo umano solo il codice genetico necessario a fabbricare la proteina virale contro cui si vuole fare montare la risposta immunitaria – in questo caso, la proteina spike del coronavirus. Se l’approccio funzionerà, si avranno indubbi vantaggi anche in termini di produzioni delle dosi vaccinali e di flessibilità dell’approccio: ecco perché questi dati sono particolarmente importanti, non solo per la nostra battaglia contro il Covid-19, ma anche per capire la reale fattibilità della strategia vaccinale utilizzata.

 

Ed ecco quindi, in breve, i risultati che si sono ottenuti. Innanzitutto, il vaccino induce una robusta risposta anticorpale, di livello paragonabile a quella osservata nei pazienti convalescenti, a tutte e tre le dosi utilizzate. E’ tuttavia necessaria una seconda iniezione a 30 giorni circa dalla prima, perché si osservi l’induzione di anticorpi neutralizzanti; anche in questo caso, i dati ottenuti dopo la seconda dose sono paragonabili a quelli che si osservano in pazienti convalescenti, guariti dal virus. Peraltro, sembrerebbe che raggiunto un picco intorno al 40esimo giorno dalla prima dose, gli anticorpi neutralizzanti inizino a declinare; cosa questo significhi da un punto di vista clinico, è presto per dirlo, ma vorrei ricordare che un declino degli anticorpi neutralizzanti si osserva pure nei soggetti infetti e poi guariti.

 

Un secondo limite all’interpretazione eccessivamente ottimistica di questi risultati deriva dal fatto che essendo uno studio di fase 1 – dedicato cioè innanzitutto a valutare la mancanza di tossicità ed effetti collaterali gravi – i soggetti arruolati sono giovani (da 18 a 55 anni) e in buona salute; quindi, analogamente a quanto avvenuto per i vaccini cinesi, ancora non sappiamo se e quanto il vaccino sia efficace nella fascia di età e nelle condizioni di maggiore vulnerabilità al virus. Queste sono esattamente le informazioni che si otterranno dalla fase 3 dello studio, che dovrebbe iniziare il 27 luglio – con un po’ di ritardo dovuto ai dissidi tra i ricercatori dell’azienda e gli scienziati federali sul disegno sperimentale che verrà usato.

 

In ogni caso, la velocità a cui si sta procedendo, e finalmente la disponibilità di dati che indicano in maniera solida una possibilità di efficacia, inducono a ben sperare in un tipo di vaccino innovativo e, sperabilmente, anche più facile da produrre rispetto ad altri, più tradizionali; per cui, se tutto andrà bene, come da auspici comparsi qualche tempo fa su queste pagine, questo vaccino potrebbe essere disponibile in commercio nella prima metà del prossimo anno. Per chi e a quale prezzo, resta ancora da vedersi.

Enrico Bucci

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