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Le malattie socio-morali che ci affliggono non sono meno pericolose del coronavirus

L'epidemia allegorica narrata da Alberto Moravia

2 Agosto 2020 alle 06:00

Le malattie socio-morali che ci affliggono non sono meno pericolose del coronavirus

Trionfo della morte, Pieter Bruegel il vecchio, 1562 (Wikipedia)

Noi umani siamo fatti di materia organica. Ma per fortuna i nostri prodotti più tipici, quelli che fanno di noi una specie inconfondibile, se non privilegiata, non sono di materia organica. La cultura, come il denaro, non ha odore, dicevano gli antichi, né di fresco né di rancido; non ha sapore, o soltanto in senso metaforico. Questo è una vera fortuna, perché se i prodotti della nostra mente, del nostro pensiero, della nostra creatività e dottrina fossero percepibili dall’olfatto, tutto sarebbe più complicato, piacevole o sgradevole, delizioso o ripugnante e alla fine, magari, anche più semplice e chiaro. Se così fosse, potremmo dire subito, a naso, se un libro è commestibile, è leggibile o no e se intere librerie o biblioteche contengono troppi volumi tossici o marciti o scaduti come succede con la frutta, la carne, il pesce, il formaggio.

 

La stessa cosa vale anche per gli ambienti sociali, le attività e le manifestazioni pubbliche. Noi civilizzati e igienizzati e deodorati raramente ormai offriamo appigli al giudizio organolettico e sensoriale. Ma se abbiamo gusto e tatto e olfatto mentalmente e culturalmente acquisiti, se l’enorme quantità di produzioni culturali non ci avesse costretto a perderli, allora potremmo trovarci nella situazione che Alberto Moravia descrisse nel racconto del 1944 L’epidemia. Cito dalla prima pagina: “Dicono le cronache che, verso quell’epoca, in quel paese, incominciò a diffondersi una singolare malattia o perlomeno affezione, perché da molti è tuttora negato che fosse una malattia vera e propria. Si trattava in breve di questo. Un bel mattino, al risveglio, una persona si accorgeva a un tratto di puzzare. Ma non ai piedi o alle ascelle o in altro luogo dove ciò può avvenire facilmente, bensì in un punto abbastanza preciso tra la nuca e il cranio. Questo puzzo aveva anche un carattere assai distinto: era il puzzo della carne putrefatta o in procinto di putrefarsi. L’intensità di tale lezzo poteva variare da un leggero cattivo odore fino a un tanfo insopportabile. Era sempre odore di carne andata a male. Ma ancor più strano della malattia stessa, era il decorso di essa. (…) Gradualmente, come per una lenta e insensibile perversione delle papille olfattive, il puzzo diventava per il malato sempre meno forte e fastidioso; e non solo il suo bensì anche quello degli altri affetti dallo stesso morbo; finché poi non si cambiava addirittura in profumo”.

 

Devo ovviamente questo articolo al racconto di Moravia, degno dei migliori e più pessimisti satirici, da Swift a Orwell, di cui qualcuno disse che aveva il miglior naso della sua generazione. E’ certo che erano stati vent’anni di fascismo ad acuire la percezione dei mali morali socialmente diffusi che spinse, quasi costrinse l’autore degli Indifferenti a inventare una così bizzarra allegoria.

 

Ci sono malattie socio-morali che ci si rifiuta di considerare malattie quando a esserne affetta è molta parte della popolazione. Secondo un criterio numericamente democratico, le minoranze sensibili, cioè dotate di un’integra capacità percettiva, sembra sempre che abbiano torto, sono una fastidiosa eccezione alla norma se diventa normale non percepire: la loro salute li fa sembrare malati.

 

E’ un bel problema, ma è anche un caso tutt’altro che raro. Quell’odore orribile di materia organica putrefatta di cui parla Moravia emana da una zona del corpo abbastanza precisa “tra la nuca e il cranio”. Si tratta con ogni evidenza di una malattia che colpisce le funzioni mentali, l’intelletto, la coscienza, la psiche. Colpisce di conseguenza tutte le cose che dall’interiorità vengono elaborate e prendono forma di oggetti culturali presenti e circolanti nell’ambiente. Per la fortuna dei nostri sensi, questi oggetti culturali, linguistici, concettuali, immaginativi, emotivi, non hanno un odore. Secondo Moravia, però, se ciò che è avariato o tossico nei contenuti mentali e morali avesse un pessimo odore, la verità potrebbe diventare subito evidente. Senza bisogno di complesse operazioni astratte, interpretative e valutative che richiedono apprendimento, riflessione e disposizioni naturali, quasi tutti saprebbero riconoscere a naso ciò che è insopportabile e va rifiutato.

 

Ma il sintomo più insidioso e interessante di una tale malattia epidemica immaginata o diagnosticata da Moravia, è che dopo un po’ i malati invece che cattivo odore sentano un profumo di violetta. Contro fenomeni simili ragione e cultura sono disarmate. Come spiegare che il puzzo non è un profumo a chi non ha l’olfatto o lo ha perso? Educare, rieducare alla percezione sensoriale e mentale del vero e del falso, del giusto e dell’ingiusto, del positivo e del negativo nei più vari sensi, non è forse il primo scopo della cultura?

Alfonso Berardinelli

Roma 1943. Critico letterario e saggista, si è dimesso dall’insegnamento universitario nel 1995, lavora oggi fra editoria e giornalismo, dirige la Scheiwiller Prosa e Poesia. Fra i suoi libri: “L’esteta e il politico: sulla nuova e piccola borghesia” (1986), “L’eroe che pensa: disavventure dell’impegno” (1997), “Autoritratto italiano” (1998), “Stili dell’estremismo” (2001), “La forma del saggio” (2002), “Che noia la poesia” (2006, con H. M. Enzensberger), “Casi critici: dal postmoderno alla mutazione” (2007), “Poesia non poesia” (2008).

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