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Architetto, viaggiatore, giornalista. Bellini, una vita da Compasso d’oro. Dalla Rinascente a Steve Jobs: ma lo smart working “è per gli zombie”

31 Maggio 2020 alle 06:00

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Mario Bellini e Ray Eames a Los Angeles, anni Ottanta © Mario Bellini Archive

"Tutto sommato mica male” dice milanesemente Mario Bellini, ottantacinque anni, il più grande conquistatore di Compassi d’oro (ne ha avuti 8) quando gli si chiede com’è andato questo lockdown. “E’ curioso che in milanese si dice serra sù, e in inglese lock down, chiudi giù”. Milanese globale, Bellini dice che non cambierà proprio niente né in casa né in ufficio, né nella città. “Scusi, ma si ricorda Pompei? Le case sono ancora come quelle. Due camere, salone e cucina. Non è cambiato poi molto”. E i famigerati borghi? “Ah, i borghi sono bellissimi, infatti li andiamo a visitare. Ma viverci è un’altra cosa”, dice Bellini. “Come si può vivere la vita di oggi in un borgo? La città è un’invenzione basata sul fatto che tante persone si mettono assieme perché possono disporre assieme di attrezzature, di opportunità. Grandi magazzini, musei, stazioni, aeroporti. I borghi non per niente si stanno disabitando. Poi certo ci sono quelli che vogliono tornare ad abitarci. Li vedo, in tutte queste trasmissioni, sono interessantissimi; ma chi sono? sono coppie o singoli con un sacco di soldi, con molti ettari, coltivano maialini felici e galline contente. Ma come ci arrivano, al borgo? Con dei Suv? Con dei piccoli elicotteri? Insomma – dice Bellini – se il dilemma è tra piccolo borgo del Trecento o Milano, la risposta sarà sempre Milano”.

 

Eppure la Milano di oggi è fiaccata, umiliata. Colpevolizzata. Rinascerà? “Certo”. A partire dagli uffici. “Non cambierà nulla. Anche questa cosa dello smart working, la parola smart è carina, sembra un eufemismo, però davanti al computer sembriamo un po’ tutti tanti zombie connessi da chissà dove”. Lo dice lui che non può certo essere accusato di luddismo (ha disegnato, tra l’altro, il primo computer da tavolo). E poi ha viaggiato, esplorato, costruito, prima ancora della laurea al Politecnico, in infanzie molto Finzi-Contini da certi cugini sul lago di Como, “a dieci anni ero rientrato dallo sfollamento, una lunga vacanza dorata. Nonni e zii in questa proprietà a Cavaria, vicino a Gallarate, col tennis, la peschiera, frutteti, e vicino una fornace di mattoni che io rubavo, e alla fine a dieci anni avevo già costruito tutta una casa da cima a fondo, porta e finestre e tutto”. “Ma facevo anche dei film, storie di diavoli”, che disegnava “cancellando vecchie pellicole col solvente e ridisegnandole con la china”; “ho sempre avuto la passione per l’animazione”.

 

Intanto anche Milano si rianimava: il papà aveva avuto due aziende “di pistoni speciali e di condensatori elettrolitici”, bombardate, e si era riconvertito “ con un negozio di dischi, e delle prime televisioni, che belle”. Tra i primi clienti, “un giovanissimo e simpatico Adriano Celentano che a volte lasciava in sospeso i conti per acquistare dischi appena arrivati dall’America”. E poi si iscrive ad Architettura, appunto, “una giusta misura tra scienza e tecnica. Avevo sempre avuto una naturale tendenza a disegnare” (di qui s’intuirà il futuro creatore di oggetti super tecnologici come quasi-primordiali, e di grattacieli come piccole calcolatrici). Animare le cose. “Il preside era Portaluppi, che consideravamo un po’ con sufficienza all’epoca, pensi un po’. Poi c’era Ernesto Nathan Rogers che a lezione mostrava il progetto della erigenda Torre Velasca. Ma io alla fine ho amato di più il grattacielo Pirelli, di Gio Ponti, altro professore; lui aveva l’aria di un vecchio maestro dolce e un po’ incompreso”. Insegnava “arredamento”, Ponti, e c’era lo stigma per una disciplina che non osava pronunciare il suo nome, il design. “Ma adesso se vedo qualcosa di suo lo riconosco subito, un vaso o un palazzo, ed era veramente l’unico che sapesse disegnare dal vaso al palazzo, entrambi perfettamente riconoscibili”.

 

E i grattacieli della Milano di oggi gli piacciono? “Siamo tutti contenti che Milano abbia i suoi grattacieli finalmente! Il più bello è quello di Isozaki di gran lunga”, dice, “perché è fatto con quelle pareti leggermente rigonfie che fanno questo onde da una parte e dall’altra”. Sembra il suo divano Le Bambole. “Riflettono il cielo o l’orizzonte o ciò che sta per terra, dipende da che parte si guarda”.

 

Bellini in un certo senso è stato vittima del boom. Voleva fare l’architetto ma non ci fu tempo. C’erano troppi oggetti da inventare, un design da inventare. La parola chiave del Dopoguerra, con il leggendario industriale del mobile Pierino Busnelli che “lo pronunciava dèsign, ‘cusa l’è ul dèsign?”. Appena laureato, nel 1959, Bellini viene risucchiato, dal dèsign. “Ci dissero che alla Rinascente cercavano qualcuno per l’Ufficio sviluppo diretto da Augusto Morello, un fine intellettuale che poi inventò il Compasso d’oro. Insieme con Italo Lupi e Roberto Orefice andammo. Lì ho veramente capito come si disegna un prodotto. L’ufficio era al settimo piano, dove oggi c’è la terrazza-ristorante. C’era anche il giovane Giorgio Armani, vetrinista. “Una volta venne la regina d’Olanda in visita e ci avevano tutti schierati lì, a fare gli onori di casa, me lo ricordo”. “Poi l’ufficio chiude e mi raccomandarono a Roberto Olivetti” – e lì nasce la saga piemontese-americana della Olivetti, col computer P101, il primo “personal” della storia. E la rivalità con Sottsass: Olivetti aveva diviso i due regni, “i prodotti consumer a Sottsass e i sistemi a me (poi le parti verranno invertite)”. Sono gli anni gloriosi della casa di Ivrea, gli anni anche delle trasferte americane “con una manager bravissima, una delle prime donne, Marisa Bellisario”. Con Sottsass, però, poco feeling. “Ci ignoravamo civilmente. Un grande artista, ma aveva un atteggiamento diversissimo dal mio. Chi lavorava con lui era un allievo, un ragazzo di bottega. Il rapporto era per forza quello”.

 

E poi l’America: la mitica mostra al Moma “Italy, the new domestic landscape” del ’72, che certifica il sogno italiano degli oggetti, e “visto che siamo a New York, perché non fare un bel viaggio?”. Così partono, con una macchina a noleggio, “io e Francesco Binfaré, che era l’uomo del design Cassina, e Davide Mosconi, un artista, un originale, una specie di pianista. Abbiamo girato: siamo andati a casa di Hugh Hefner a Chicago; a vedere i mormoni; nello studio di Andy Warhol, che era tutt’altro che una factory, era una roba molto borghese, col parquet lucido e la scrivania déco. Ad Arcosanti, la città ideale che Paolo Soleri stava costruendo nel deserto dell’Arizona: invitava studenti di architettura da tutto il mondo ad andare lì, ufficialmente gratis, ma in realtà quelli dovevano fare anche i muratori, costruirsi la loro casetta, e fare l’orto per la comunità. Lui per tirare avanti aveva aperto una fonderia di campane”.

 

Bellini è stato ed è anche un gran viaggiatore con talento del reportage – su Modo e su Domus che diresse per sei anni. Mentre insegna a Ucla, incontra mostri rovinati e no: Ray Eames fresca vedova di Charles, e soprattutto un disperato Frank Gehry, che non aveva ancora cominciato a disseminare il globo delle sue sagome traslucide, ma piange miseria a Venice Beach dove aveva costruito la sua casa manifesto, casa “povera” ricoperta di ondulato di alluminio, “ma come fai, come fai ad avere tutti questi contratti, beato te”, al collega italiano. “Era considerato troppo bizzarro”. E poi tante conferenze, come quella ad Aspen dove tra il pubblico c’è uno Steve Jobs che poi lo rincorrerà fino a Milano, “ma io disegnavo già per l’Olivetti e comunque non volevo fare il designer aziendale “lì stupidamente, forse, rifiutai, ma cosa sarei diventato? Un designer aziendale? Un Jonathan Ive? No, grazie”.

 

Nel 1987, una mostra al Moma lo incorona definitivamente, e qui Bellini in un certo senso finalmente si toglie di dosso la maschera del designer, e si riscopre architetto. Comincia a disegnare su scala larga, e non si ferma più: dal parigino Louvre (l’ala islamica inaugurata nel 2012), a Berlino, Australia, Emirati Arabi. Poco in Italia (con destino simile a tanti grandi); soprattutto in Giappone (“lì se dicono che una cosa si fa, si fa”), specie di terra elettiva, edifici anche enormi che però risentono di una certa umanità, l’anima sotto l’involucro (come la poltrona Cab). Lui alla fine resta soprattutto un umanista. Prima ancora che architetto. “Le città del futuro non esistono”, dice. “Le città sono il frutto di un popolo, di una gente, di un’area che generazione dopo l’altra aggiornano, modificano aggiustano. Del resto i grandi architetti visionari hanno sempre preso delle gran cantonate. Anche Le Corbusier, che era il più grande di tutti, ha immaginato un Plan Voisin, con cui intendeva radere al suolo il centro di Parigi piantando una serie di torri come in una scacchiera. O una Ville Radieuse degna di Fritz Lang, due lunghissime pareti di alti edifici vetrati, e dei ponticelli. Un incubo. La verità è che la città del futuro siamo noi. E non ci possiamo fare niente”.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente sull’alta velocità tra Roma e Milano. Scrive schizofrenicamente di cultura, società e architettura. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si intitola "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax. Usciranno presto in volume i suoi reportage dalla Silicon Valley, dove è stato inviato per questo giornale.

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