Il sanatorio Paimio di Alvar Aalto (foto Wikipedia)

Estetica pandemica

Michele Masneri

Le epidemie di colera dell’Ottocento hanno deciso il “design” di città come Londra o ancor di più Parigi. Ma come cambieranno le nostre città nel post Covid? 

Se la fuga in campagna sembra sempre più peregrina, come cambieranno le nostre città nel post Covid? C’è tutta una letteratura sui cambiamenti architettonici dovuti a malanni (fino a dire che ogni cambiamento architettonico ai malanni è dovuto): le epidemie di colera dell’Ottocento hanno deciso il “design” di città come Londra o ancor di più Parigi coi suoi boulevard ariosi e “sani”, contro i vicoli ricettacoli di virus; il modernismo degli anni Venti nasce invece dall’epidemia di Spagnola, lo si sa ormai tutti, e se l’ornamento è un delitto è colpa anche delle pandemie novecentesche, come il biancore di certi manufatti che mira a igiene formale-reale: “Non ci sono più angoli sporchi e bui. Tutto è mostrato così com’è. Poi arriva la pulizia interiore”, scrive Le Corbusier nel 1925, e villa Savoye è lì a mostrarlo. Esiste una vera e propria estetica “sanatorio”.

 

Terrazze, balconi e tetti piani sono elementi comuni nell’architettura modernista, anche in climi impervi per improbabili attività outdoor. Divenute poi fascinose, queste caratteristiche incarnavano soprattutto le preoccupazioni di agevolare gli effetti curativi della luce, dell’aria e della natura. Richard Neutra, igienista fin dal nome che pare una crema antisettica, austriaco fuggito in America, poeta del pilastrino e della terrazza sullo sprofondo a Palm Springs, era ossessionato dalla ventilazione poiché aveva un papà morto di Spagnola, ricorda Slate. Ma il vero monumento alla pandemia è il sanatorio Paimio di Alvar Aalto in Finlandia, del 1933. L’estetica clinica qui raggiunge la sua piena espressione, con l’intero edificio che diventa strumento medico. Architettura curativa: balconi prendisole su ogni piano e una terrazza sul tetto dove i pazienti più sani possono crogiolarsi. Le camere con finestre vantano ampie vedute della foresta all’esterno, mentre i sentieri conducono i pazienti attraverso il paesaggio. 

 

Ancora Le Corbu: “L’igiene e la salute morale dipendono dal layout delle città. Senza igiene e salute morale, la cellula sociale viene atrofizzata”. Ma oggi, a parte i plexiglas farlocchi e le impronte a terra tipo il tango di Andy Warhol, che cambierà? L’arredatore collettivo ha già deciso: soprattutto gli interni, e dunque arie condizionate, ascensori: open space, i primi della lista. Secondo la rivista AD americana, è strano che si possa chiedere a Siri di telefonare alla propria moglie mentre ancora si è costretti a schiacciare una superficie fisica per dire all’ascensore dove deve andare. E poi gli alberghi: assumeranno un tono da Villa Celeste convenzionata con le mutue: “Dove un tempo le lobby degli hotel puntavano al calore, aspettatevi una scena fredda ma luccicante, con i custodi che spesso circolano con il disinfettante. Penne e altri soprammobili che potrebbero essere toccati da altri ospiti saranno sostituiti con salviettine igienizzanti”, scrive il Nyt. Gli esperti prefigurano check-in automatizzati; la catena Marriott prevede servizio in camera senza contatto e tramite app. Le camere Hilton avranno persino un sigillo sulle porte, dall’ultima volta che sono state pulite. La vera questione è: avremo ancora voglia di pernottare in questi loculi di estrema igiene alberghiera? Hotel così concepiti diventeranno attrattivi per nicchie di feticisti del pronto soccorso, sicuro; ma per tutti gli altri, non sarà come andare a fare le analisi del sangue? L’arredatore collettivo per ora non sa dare risposte.