Inno al Plexiglas (con una esse)

Michele Masneri

Altro che plastic tax, in piena pandemia è il materiale che ci salverà

Qualcuno forse in questi giorni si ricorderà delle plastic tax che allignavano come nubi sull’epoca nostra, mentre adesso già le meglio rosticcerie e salumerie si dotano alla cassa di plasticissimi trasparenti separatori, trasformandosi in piccoli sportelli bancari. Simili alle paratie che gli stabilimenti balneari useranno per separarci nella prossima estate, tra cabine dunque traslucide, secondo il piano affascinante di un’azienda emiliana che vagheggia e produce box traslucidi in cui sudare presto. In ogni caso, il Plexiglas ci salverà: il separé della rosticceria, ma anche il podietto di Mattarella o della Merkel o di Trump, quello traforato dai fili dei microfoni (prima che le conferenze stampa si tenessero su Skype): tutto in Plexiglas. Il Plexiglas (maiuscolo, con una esse) è un mondo, inventato nel 1933 dal farmacista e chimico tedesco Otto Röhm, fondatore poi della Röhm & Haas, che ancor oggi lo produce. Molteplici gli usi, di questo ritrovato che non ha mai osato pronunciare il suo nome, perché dotato di un Carosello minore, niente jingle come per il cugino più allegro Moplen “e mo’ e mo’ e mo’ Moplen”; la materia colorata di cui eran fatti i sogni del boom italiano. No, il Plexiglas o metacrilato o Perspex (altro nome registrato) nasceva trasparente, più trasparente del vetro, fu infatti scoperto casualmente come le meglio invenzioni dal Röhm che cercava di creare un vetro chimico, e creò di meglio (il Plexiglas ha un coefficiente di trasparenza di 0,93 contro 0,9 del vero vetro). Nel Carosello tedesco con voice over poco joyful il Plexiglas era un re, re Acrilius, che regnava su tutte le altre plastiche; e una campagna di spot tra Leni Riefenstahl e Marina Abramovic che vedeva due gentiluomini sfidarsi a duello e spararsi due colpi, che però hanno il solo risultato di spiaccicare le pallottole in lastre di Plexiglas alle loro spalle (vinse il Grand Prix de Cannes della pubblicità nel 1965). Il Plexiglas era regale ma umile: certo ci sono artisti che l’hanno celebrato, come Ugo La Pietra, che con i suoi “globi tissurati” elogia la qualità del materiale di cui ha fatto sculture; “la mia rottura del sistema trova la sua migliore espressione nell’uso del metacrilato”; “era facile da lavorare, si poteva – utilizzando delle lastre – incidere e ottenere un segno che si moltiplicava e interrompeva la trasparenza attraverso l’opacità delle incisioni”, scrive in “Globo tissurato; il metacrilato nell’arte e nell’arte applicata”. Il metacrilato, o Plexiglas, o Perspex, per la sua essenza trasparente è stato utilizzato in grandi produzioni industriali o piccolissime esperienze artistiche; perché il Plexiglas non ama la mezza misura.

 

Schifano ci ha dipinto dei quadri, Joe Colombo ci ha fatto delle lampade (la “Acrilica”, O Luce), i radicali la Gherpe disegnata da Superstudio per Poltronova; non a caso appunto designer radicali perché il metacrilato ha un suo romanticismo da collezionisti o discotecari, comunque punk. Alto e basso: molto usato su larga scala per vetrine, cofanetti da bigiotteria, sostegni; in “La mia idea del divertimento” (“My idea of fun”), 1993, lo scrittore Will Self racconta di un retrobottega di negozio pieno di questi oggetti da fiera campionaria, anonimi e luccicanti, cassettini, boxini, scatolette, portagioielli di quella squallida trasparenza. “Tutto era fatto di Perspex e l’effetto era di uno spazio riempito di insostanza. Non oggetti reali ma l’ombra pallida di sé stessi, come le forme platoniche delle proprie copie”. Anche, per quei coperchi di plastica fumé dei micidiali stereo delle nostre infanzie (però anche per un giradischi nobile di Dieter Rams, detto “la bara di Biancaneve”, primo ad aver copertura sintetica): e poi fari d’automobile, coperture di papamobili, i tettucci di berline per potenti esposti alle folle, il tetto dello stadio per le olimpiadi di Monaco del ’72. Perspex, il suo fratello inglese, dichiara che in questi giorni ha triplicato la produzione per venire incontro alle richieste.

 

Il loro rivale è sempre stato il policarbonato, rivale e cugino ancor più umile – si utilizzava nelle coperture delle serre – ma che poi è stato nobilitato nella fortuna industrial-architettonica delle seggioline Kartell di Philippe Starck. E se il Plexiglas che ci separerà in bottega e al mare tende a ingiallire ed è meno resistente, il policarbonato è fortissimo ed eterno, come lo spirito borghese dei suoi manufatti di esclusività di massa; scricchiola magari: ma non si spezza mai.