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Primo, fotografare

Gli scatti giovanili di J. M. Coetzee. L’autore sudafricano e una passione che fu accantonata a favore della scrittura. Un libro

16 Febbraio 2020 alle 06:00

Primo, fotografare

J. M. Coetzee, "Ros e Freek", nati nel Karoo, sulla spiaggia di Strandfontein -la prima volta che hanno visto il mare © J. M. Coetzee e Cossee Publishers

Il genere “fotografi che non lo erano” è ormai un genere, appunto (Vivian Maier, Paolo Di Paolo, sublimi artisti che vivono tutta la vita in incognito, celati dietro altre identità e umili professioni). È abbastanza però più raro il caso di un artista celebrato per un talento che viene riscoperto per un altro. Ecco dunque J. M. Coetzee, eccelso romanziere sudafricano che in tanti amiamo ben da prima del Nobel comminatogli nel 2003 (anzi con quella gelosia che scatta quando una cosa solo nostra poi diventa “di tutti”). L’autore di “Vergogna” e “Aspettando i barbari”, una specie di Philip Roth scarnificato e australe, è stato dunque anche fotografo, come si vede nel volume “Prima di scrivere”, edito ora da Contrasto, che mette insieme i suoi scatti giovanili che – come vuole il format – sono stati celati a lungo e poi fortunosamente ritrovati. In questo caso, in scatoloni a Città del Capo, dove lo scrittore non abita più da vent’anni, essendosi trasferito in Australia. Dunque ritrovamenti, celebrazioni, mostre. E questo libro molto interessante per capire di più dell’autore, grazie anche alle sue “dida”, alternate o mischiate, per quanto ingannevole è di solito questo gioco, a pezzi del suo romanzo autobiografico “Boyhood”.

 

In realtà gli scatti sono un po' belli, un po' no, e sembrano il frutto soprattutto di una forte curiosità giovanile per il mondo esterno. C’è la madre Vera, con la sua faccia da contadina russa, “Vera con la sua gelida V maiuscola, una freccia che affonda”; c’è il padre Jack Coetzee (“Inaffidabile, vagabondo, strano: le parole che la famiglia di mia madre usava per definirlo”). C’è la fattoria avita a Karoo, con la vasta famiglia bianca, “Letti, materassi e reti vengono preparati in ogni stanza e anche sulla lunga veranda: a Natale una volta lui ne conta 26. Tutto il giorno sua zia e le due cameriere si danno da fare nella cucina satura di vapore, cucinano, infornano, producono un pasto dopo l’altro, un giro di tè o caffè con torte dopo l’altro, mentre gli uomini, seduti in veranda, guardano pigramente il Karoo che luccica, raccontandosi le storie dei vecchi tempi” (sempre “Boyhood”). Ci sono i vicini neri con Jan, che “a cinquant’anni aveva preso in sposa una ragazza di quindici”, e che sembrano introdurre il tema, centrale nell’opera coetziana delle vicinanze pericolose, di una specie di angoscia, un male della frontiera, sempre incombente sul Sudafrica dell’apartheid. C’è la micidiale scuola cristiana, coi frustini degli insegnanti (“Ogni frustino ha un suo carattere, una sua personalità. I ragazzi lo sanno e ne parlano di continuo. Col tono da conoscitori, valutano il diverso carattere e il dolore prodotto da ciascuno, confrontano la tecnica del braccio e del polso dei vari insegnanti che li manovrano”. Ci sono i campi sportivi per l’amato cricket (“Sullo sfondo è visibile la bandiera britannica. Durante gli anni Cinquanta nelle occasioni ufficiali veniva ancora issata accanto a quella della nazionale sudafricana”).

 

Il titolo è ambivalente, perché prima della scrittura viene la fotografia, hobby accarezzato e forse sogno di indirizzo per un talento incerto – “Comprai la mia prima macchina fotografica per posta. Era una novità, presentata come il tipo di macchina che usavano le spie. Produceva immagini di circa 15 mm x 15 mm che andavano ingrandite. A Città del Capo c’era un solo negozio che vendeva quelle pellicole speciali” – che lascia poi spazio a una riflessione mica facile sull’artista e sulla capacità che gli è richiesta di capire che cosa sa davvero fare. “Leggevo libri sulla fotografia e mi sforzavo di imitare al meglio il tipo di foto che vedevo su Life e altre riviste. Credo che a interessarmi fosse la possibilità di essere presente nel momento in cui la verità si rivelava, un momento che in parte si scopre e in parte si crea. Quello che avrei scoperto dopo, purtroppo, nel corso del tempo, è che non avevo l’occhio dell’artista-fotografo”. Che fortuna ad averlo capito subito! L’occhio fotografico sarà così incorporato nel mestiere di scrittore talentuoso (e le foto, negli scatoloni, giustamente).

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente sull’alta velocità tra Roma e Milano. Scrive schizofrenicamente di cultura, società e architettura. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si intitola "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax. Usciranno presto in volume i suoi reportage dalla Silicon Valley, dove è stato inviato per questo giornale.

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