In fuga dalla Silicon Valley

Michele Masneri

Sono anni che i magnati tech costruiscono rifugi in vista di una qualche catastrofe. Eventualità che adesso, purtroppo, non così remote

Finalmente forse potranno utilizzarli. Sono anni che i magnati della Silicon Valley costruiscono rifugi e acquistano fazende in posti anche sperdutissimi del globo in vista di una qualche catastrofe climatica o tributaria dalla quale fuggire. Eventualità finora remote ma che adesso, tristemente, non lo sono più. Qualche anno fa nella Mission, quartiere ex sgarrupato e ora molto gentrificato di San Francisco, si lessero strani manifesti col faccione di Mark Zuckerberg e la scritta: “Aloha! Via i tecnofascisti”. Zuckerberg, fondatore di Facebook, allora ancora in voga e addirittura papabile alla Casa Bianca, e non invece considerato alla stregua di un losco figuro (si era prima del caso Cambridge Analytica), si era infatti comprato una tenuta nelle Hawaii, qualche centinaio di ettari, e anche qui molte polemiche. Accusato di sfruttare le popolazioni locali, di aver comprato per un tozzo di pane, Zuck aveva dovuto smentire, ovviamente su Facebook, rassicurare, che “amiamo le Hawaii, e vogliamo essere buoni membri di quella comunità”. Ma già il suo talent scout, quello che per primo l’aveva endorsato e finanziato, Peter Thiel, investitore tecnologico trumpista, ha invece anche da prima un rifugio sicuro in Nuova Zelanda, di cui è diventato cittadino.

 

Nel 2016 il New Yorker rivelò di un piano per evacuare Thiel in caso di calamità, compresa quella relativa a pandemia da virus – saltando su un jet diretto alla proprietà che aveva comprato, duecento ettari a Wanaka, nel sud del paese. Negli ultimi anni però, forse a causa di Trump, la Nuova Zelanda è diventata meta inflazionatissima per questo tipo di turismo. Non solo i ricchissimi si sono decisi a comprarsi un rifugio anti qualunque cosa. Diverse società americane infatti hanno cominciato a esportare rifugi anti calamità più abbordabili: anche solo trentacinquemila dollari a testa per rifugi da 300 persone, sotterranei, localizzabili solo tramite Gps. Così nell’estate 2018 il parlamento locale ha vietato ulteriori acquisti di terre da parte di cittadini stranieri. La mania per un posto sperduto dove andarsi a rifugiare è anche culturale, derivante dalla madrina ideologica della Silicon Valley, la scrittrice Ayn Rand che teorizzava negli anni 60 una “rivolta di Atlante”, una società cioè in cui i “prime movers” cioè i motori primi dell’economia, i capitalisti più ganzi, stanchi di essere imbrigliati da regole e buon costume della collettività, decidevano di andarsene da una società che utilizza il diritto e la colpa per offuscare gli spiriti animali dei più forti. Anche da quel libro nacquero il boom degli anni 80-90 e i nuovi capitalisti di Silicon Valley. Che adesso sognano il ranch incontaminato e legibus solutus; anche perché la Silicon Valley è stata colpita duramente dal Covid: il totale dei morti nella contea di Santa Clara – che riunisce i comuni di Palo Alto, Cupertino, Mountain View, ha raggiunto più di 1.000 contagi, e almeno 32 morti.