Ripensare l'intensità

Michele Masneri

Milano e l’Italia dopo il coronavirus: come cambieranno le città, il rapporto con la campagna e la natura. E un’occasione per Roma. Parla Stefano Boeri

Cip cip. Stefano Boeri risponde tra gli uccellini “da un balconcino, a casa, ho trovato un piccolo spazio, sul tetto”. Archistar milanese, presidente della Triennale, facitore di uno dei simboli della Milano arrembante pre-Corona, il Bosco Verticale, tenutario di studio anche a Shanghai. Chi meglio di lui per proseguire questo giro di interviste dei meglio cervelli architettonici su come cambieranno le città? Boeri e la sua Triennale stanno facendo molta programmazione virtuale, eventi e letture e incontri e lezioni, pure lui, da casa, “perché aiuta anche me, è una specie di autodisciplina, aiuta a scadenzare i tempi, ma cerchiamo di evitare l’intrattenimento fine a sé stesso, cerchiamo di fare cose specifiche, ormai ci sono tantissime di queste cose, un vero palinsesto alternativo”, dice.

 

Grazie al suo studio con sede anche a Shanghai, è stato uno dei primi a capire la gravità della situazione, a febbraio era già mascherinato, “e ora la Cina già si sta riprendendo, per fortuna, perché le commesse in Italia stanno subendo com’è ovvio un grande rallentamento, soprattutto quelle pubbliche, per non parlare dei pagamenti”. Però i cinesi ci avranno tenuto davvero all’oscuro? “L’ho sentito dire anche io, questo, a Pechino, ma chi lo sa davvero”. Però adesso non ci può tornare, in Cina, e “in futuro mi sposterò molto meno, un quinto rispetto a ora. E questo è un primo tema per riflettere: ci sarà una lentezza nella mobilità dei corpi, e insieme uno scambio sempre più veloce delle idee. Oggi siamo tutti bloccati a casa però con una trasmissione velocissima delle idee e delle emozioni”, dice Boeri. “Anche le merci torneranno a viaggiare rapide come prima, anzi di più, coi droni e tutto. Però siamo noi che dovremo trovare dei sistemi di decentramento dell’intelligenza. Non può essere solo Skype o Zoom”.

 

Anche in Triennale, dice, “stiamo riflettendo. Come progettare le mostre che avevamo previsto? Allo stesso modo di prima, semplicemente rimandandole, o converrà invece immaginare nuove forme con una logistica completamente diversa? Percorsi di contemplazione per singoli visitatori? Nella prossima mostra su Enzo Mari potremmo modificare gli spazi per permettere la distanza”. E’ chiaro che cambierà tutto, nel mondo nuovo post-Corona, non solo i musei, “dovremo riprogettare tutto, e non solo nella fase dell’emergenza, fino a che non sarà trovato un vaccino. La pandemia lascerà segni perenni nella psicologia collettiva”.

 

C’è la Triennale, e poi Milano intorno. L’ultima volta che ho parlato con Boeri era poco prima della pandemia, e si discuteva – paiono secoli fa – del boom della città-stato lombarda. Che succederà, adesso? La città reagirà con tutta questa sofferenza utilizzata come molla, o sprofonderà… “Nella depressione”, completa lui la frase, e dice che “il rischio c’è, certo”. “Boom o depressione, si saprà a settembre, secondo me. Quando ci sarà la settimana della moda donna, e stiamo cercando di mettere insieme negli stessi giorni qualcosa che assomigli a una settimana del design e dell’architettura, anche se non sarà il Salone. Un piccolo segno di ripresa… Se invece non ce la si fa, e prevale la paura, temo che la situazione diventerà pesante”.

 

Milano in generale dovrebbe comunque pensare al “dopo”: e Milano è ancora una volta un simbolo, dice Boeri, che è stato anche assessore nel capoluogo lombardo. “Simbolo di un paradigma urbano, che potrebbe aver avuto il colpo di grazia, il ciclo dell’ossatura delle città, cominciato a metà Ottocento, che ha costruito i luoghi della concentrazione dei corpi: stazioni, mercati, grattacieli, carceri, fabbriche. Adesso forse si apre una fase in cui la centralità avrà perso ogni relazione con la vicinanza dei corpi”, riflette Boeri. Tradotto, ci sarà una forza centrifuga, che tende a valorizzare le campagne, i piccoli centri, in un mondo in cui tutti si dotano di wifi e possono vivere e lavorare anche non nelle grandi città? “E’ il grande tema della dispersione”, dice Boeri, che progetta, dopo il Bosco, “smart forest city”, da tempi non sospetti. “In questo caso invece potrebbe esserci un’inversione di tendenza: perché con la crisi economica del 2008 le famiglie avevano smesso di investire nella villetta, e intere aree a bassa intensità si erano spopolate. Abitare a bassa intensità era diventato scomodo, insicuro, costoso. Il modello della città diffusa era andato in crisi”.

 

Ma oggi, che tutti fuggiamo verso il pezzo di terra e la vera differenza è tra chi fa la quarantena nel monolocale e in villa, contrordine; “si potrà tornare a valorizzare un abitare a bassa intensità”, dice Boeri. “E questo pone una grande sfida a Milano. La cui cifra è proprio quella dell’intensità”, dice l’architetto; “una città che è una metropoli piccola, molto concentrata, caratterizzata da prossimità delle eccellenze”. Ma se salta il sistema Salone, e le week varie diventassero virtuali come ci stiamo abituando a veder trasformati tanti altri “eventi”, sarebbe un bel problema. “Infatti noi dobbiamo contrastarla, questa diluizione. Ma dobbiamo anche pensare a progettare nuove forme di prossimità controllata”.

 

E il resto d’Italia che farà? “Se dispersione dev’essere”, dice Boeri, “perché non gestirla invece che subirla? Perché non immaginare un grande piano di dispersione controllata? Se prendiamo le quattordici aree metropolitane italiane, perché non facciamo in modo che ognuna adotti un centinaio di centri appenninici che stanno in stato di abbandono? Mettiamo le città in rapporto con luoghi non centrali, prendiamocene cura come abitanti delle metropoli. Penso a un gemellaggio, un’adozione. Ci vorrebbe un ministero della dispersione!”, si esalta Boeri. E poi “un nuovo patto con le specie viventi. Penso per esempio che dovremo pensare a ‘restituire’ grandi porzioni del territorio a una natura non controllata, dove la presenza dell’uomo non è prevista. Una ritrazione dell’urbano”. Ma così non si cede a un’ideologia molto di moda oggi, quella di una natura offesa che si vendica? “Non direi, si tratta piuttosto di restituire spazio a delle specie che da una parte abbiamo segregato, e dall’altro attirato, se pensi al ciclo dei rifiuti, ai cambiamenti sul tipo di fauna che abita in città. Dai gabbiani in poi”.

 

Insomma via da Milano, ci aspetta la campagna. Una campagna però coi droni, come nel suo progetto per una Smart forest city a Cancun, Messico? “Bisogna capire se l’Italia può fare a meno di Milano, che non è una città-stato come dici tu, anzi è un concentrato di italianità, italianità all’eccesso, e dunque contraddizioni, ecco appunto la sanità, ma anche la malavita… sicuramente è un modello urbano in grande crisi. Piccola, super densa, è veramente messa alla prova. La attende una sfida pazzesca”. E comunque “se si vuole rilanciarle, queste città, e Milano in particolare, bisogna migliorarle. Bisogna innanzitutto tornare a decentrare la sanità. Basta con la politica dei grandi ospedali, bisogna tornare agli ambulatori vicini ai cittadini”. Adesso non è il momento delle polemiche, dice Boeri, “però è chiaro che tutto questo va cambiato”. “La sanità lombarda ha in sé una contraddizione. Estremamente avanzata nell’aver coinvolto il privato, nell’aver creato grandi centri. Estremamente superficiale però nell’aver trascurato i medici di base, gli ambulatori di quartiere. Una cosa che quindici anni fa c’era e ora non c’è più – mentre abbiamo un numero di sale operatorie eccezionale, forse superiore anche alla necessità”. Altre cose da cambiare di Milano? “rendere la città completamente verde, togliendo i carburanti fossili. Milano può farlo, si può andare in bici, con le auto elettriche, c’è molto sharing, è una città ricca. E pianeggiante. In tre anni lo si potrebbe fare”.E Roma, capitale suprema della dispersione, non solo urbanistica, ma dei talenti, delle energie? Vi impianteremo anche questo nuovo ministero, della Dispersione appunto? “Ma a Roma credo che cambierà molto poco”, dice Boeri, “non la sentirà neanche la crisi Roma. Roma non è una città, è un mondo. Che amo molto. Coi suoi intervalli di storia, le stratificazioni, che ne diminuiscono l’intensità”. Intensità anche morale, forse. Meno coinvolta, meno scioccata, un po’ magari per la solita questione che ha già visto tutto cento volte. “Ironia e tolleranza l’aiuteranno anche questa volta”, dice Boeri. “E poi Roma ha già fatto il suo patto col mondo animale: pecore e cinghiali, e gabbiani”. Potrebbe essere un’occasione per riguadagnare una centralità per questa città che era già smart forest senza saperlo, seppur senza droni. “Una formidabile occasione”, dice Boeri, dal suo terrazzino cinguetttante, un po’ scherzando e un po’ no.