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Campagna? No, grazie

Perché le città ce la faranno anche questa volta. Dall’Expo di Milano al Mit di Boston, come cambiano le metropoli secondo Carlo Ratti

10 Maggio 2020 alle 06:00

Campagna? No, grazie

Insomma andremo tutti a vivere in campagna, come cantava il Poeta? Così sostengono da qualche tempo i meglio archistar, da Fuksas a Boeri a Cucinella. Tutto un invito a fuggire nelle “aree interne”; nei borghi, nelle piccole cittadine, tra gli Appennini e le Langhe e le basse intensità.

 

Sarà così? “Ma non credo proprio”; dice al telefono da Boston Carlo Ratti, archistar torinese, che sta facendo la quarantena nella città della Costa Est. “Sa, insegno qui, ero qui, e qui sono rimasto”, dice Ratti che dirige al Mit il Senseable City Lab, uno di quei laboratorioni americani dove si studia il design in tanti strani modi un po’ da James Bond. “Qui il lockdown è un po’ meno rigido che in Italia, si può uscire. La vita è più normale, però i casi continuano a crescere, 25-30 mila nuovi casi al giorno, quindi mah…”. Nessuna tentazione di fuggire nei boschi lì intorno, però. “Questa della campagna è una vecchia idea che risale agli anni Novanta”, dice Ratti, “quando si pensava che grazie a Internet saremmo andati tutti a vivere fuori dalla città; c’erano fior di studiosi che sostenevano questa teoria, da Nicholas Negroponte a ‘Death of distance’, il testo di Frances Cairncross che teorizzava appunto la fine della distanza grazie alle novità tecnologiche. In realtà è successo proprio l’opposto. I luoghi si sono concentrati sempre di più negli ultimi trent’anni. Le grandi città hanno vinto: sono diventate sempre più grandi, mentre le piccole e le campagne si sono spopolate. Non credo che un virus potrà cambiare queste dinamiche: anzi non capisco perché dovrebbe”. Beh, si dice che la natura si è vendicata, che l’abbiamo disturbata troppo... “Ma le città sono fatte per le persone che vogliono vivere insieme, e questa cosa continuerà”, dice l’architetto, “sopravvivendo a tutti i virus come è stato in passato. Le città hanno vissuto ben di peggio. Pensiamo a Venezia, con la peste del 1300, quando il 60 per cento della sua popolazione venne falcidiata: eppure è ancora lì, coi suoi vicoli e le sue calli in cui ci piace ancora molto camminare e perderci”. “Poi certo bisogna distinguere tra hardware e software”. Cioè? “La città è fatta di queste due componenti. L’hardware, cioè le strade, le piazze, gli edifici non credo che cambieranno molto; hanno visto pandemie anche più devastanti di quella odierna, appunto la peste, o la Spagnola del 1918, e sono sopravvissute. Altra cosa è il software, e quello cambierà molto: sia nei prossimi mesi in cui ci sarà da convivere col virus, sia in quella fase successiva in cui avremo trovato una immunità grazie a un vaccino o all’esposizione al virus. Il software sta riprogrammando molte città, lo stiamo vedendo con Milano, che sta ristudiando gli spazi pubblici con le ciclabili. O altrove nel mondo, dove si ampliano gli spazi esterni dei locali”.

 

Già, Milano: lui ha contribuito alla Milano scoppiettante degli ultimi anni, quella del boom infinito: dal Dehors Tussardi dietro a Piazza della Scala al Future Food District dell’Expo 2015, il rito che aveva trasformato la città brumosa-noiosa nella capitalina di tutto ciò che funziona in Italia, e poi il riuso dell’area Expo, e la Vitae, un palazzone ecologico con tanto di vigna in zona Fondazione Prada. Insomma questa Milano qui tornerà? L’architetto ne è sicuro. “Milano si sta riprendendo molto bene dalla crisi, e non so tra quanti mesi, ma le città riprenderanno tutte come nel secolo passato”. Dopo la Spagnola non siamo andati a fare i contadini, ma invece “ci furono i ruggenti anni Venti, i roaring Twenties, una grande intensità di vita urbana”, dice Ratti. Altri cambiamenti di software? “Riutilizzo e ripensamento dello spazio esistente della casa. Che viene riprogrammata, con il lockdown è diventata un po’ ufficio, un po’ ristorante, un po’ palestra, un po’ parco: chi aveva un balconcino l’ha riempito di piante. Insomma cambia quello che nei primi del Novecento si chiamava existence minimum, il minimo esistenziale della casa che muta quando mutano le funzioni. Ma soprattutto cambiano gli uffici: che non saranno mai più uguali a prima. Se li intendiamo come meri posti dove appoggiare un computer, non servono più a niente. Quella cosa lì la possiamo fare benissimo da un’altra parte, da Starbucks, o sul divano di casa”.

 

“Così qui al Mit stiamo studiando anche le comunicazioni tra le persone che vivono e lavorano nel campus alle prese col Covid”, dice Ratti. “Abbiamo un sacco di dati, ma le prime evidenze mostrano che in futuro il modello di lavoro sarà quello che chiamiamo events based working, cioè trovarsi insieme in uno spazio comune solo per alcuni eventi – una conferenza, o un incontro – quando è necessario che si crei quel coinvolgimento che non avviene per via digitale”. Altrimenti, tutti a casa. “La flessibilità è importante, perché i limiti della città del Novecento sono i limiti legati ai picchi. Tutti abbiamo bisogno di una infrastruttura nello stesso momento: della stessa strada, così si crea un ingorgo. O di un ospedale nello stesso momento, e si crea un problema di respiratori. Con la flessibilità invece riusciamo a usar meglio l’infrastruttura urbana”. E flessibilità è anche la parola d’ordine per quanto riguarda i trasporti. Il suo laboratorio si è occupato anche di auto senza conducente, fenomeno che fino a un anno fa sembrava la prossima rivoluzione, almeno negli Stati Uniti, e oggi invece pare decisamente ridimensionato. “Anche qui vale la flessibilità. Elementi di micromobilità come scooter, bici elettriche, monopattini, possono integrarsi molto bene ai mezzi di trasporti tradizionali”.

 

Per andare dove però? Fuori città? No, Verso nuovi uffici “che dovranno diventare un’evoluzione del coworking”. Ratti ha disegnato anche vari Talent Garden. Che ne sarà di queste cattedrali moderne del lavoro digitale? Andranno in crisi come altri avamposti della sharing economy? Come Airbnb? Tutti luoghi dell’assembramento che finora ci sembravano fichissimi. “Veramente penso che dopo una fase intermedia tutti ricominceremo ad assembrarci allegramente”, dice Ratti. E per gli assembramenti di oggi e di domani ecco dei “software” che ci aiuteranno nei prossimi anni, visto che di fuga in campagna non se ne parla. “Una startup nata dal nostro laboratorio si chiama Biobot” e ha come missione trasformare le acque di scarico in osservatori di salute pubblica. “Nello specifico studia la possibilità di trovare i batteri che si trovano nelle fognature, ed è in grado di rilevare epidemie di influenza con grande tempestività. Riesce a stabilire il numero di infezioni in una determinata comunità grazie appunto all’acqua reflua, una cosa molto interessante di questi tempi in cui è strategico capire il numero dei contagi”.

 

Biobot ha cominciato i test a fine marzo e ha analizzato le acque di 170 impianti in 37 stati americani tra cui Massachusetts, New York e Washington. Altri esperimenti: insieme a Italo Rota ha creato Cura, l’ormai celebre sistema tipo Lego di unità di terapia intensiva che si montano in strutture da container – “sta andando bene, ci sono più di 1.000 persone che lo stanno utilizzando nel mondo, dimostra il grande successo di come il design può aiutare l’emergenza se concepito in open source”. E poi “Pura-Case”, ancora in fase di ricerca, un igienizzatore per abiti, studiato da una delle nostre aziende, Scribit, che ha riconvertito la produzione (Scribit è quell’aggeggio-robot pluripremiato che dipinge sulle pareti, meglio di Banksy). Con tutte queste cose in ballo, bisognerebbe esser pazzi a voler andare a vivere tra i boschi.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente sull’alta velocità tra Roma e Milano. Scrive schizofrenicamente di cultura, società e architettura. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si intitola "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax. Usciranno presto in volume i suoi reportage dalla Silicon Valley, dove è stato inviato per questo giornale.

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