Neoclassico trumpiano

Michele Masneri

Il presidente americano vuole un ritorno dell’architettura “di una volta”. Abbasso le archistar, almeno per gli edifici pubblici federali. Dibattito

Lo stile architettonico non è materia molto mainstream: ed è probabile dunque che la presa di posizione edilizia di Trump non sarà centrale nella campagna per la sua rielezione. Il presidente americano però sta pensando a un piano di restaurazione del vecchio stile (qualunque cosa voglia dire) per gli edifici pubblici.

 

Making Federal Buildings Beautiful Again”, rendere nuovamente belli gli edifici federali, è lo slogan mediamente efficace e il titolo di un executive order, uno di quei decretoni presidenziali immediatamente attuabili, che si appresterebbe a firmare, secondo la stampa americana, per riportare l’edilizia al vecchio buon senso di una volta. L’idea è quella di modificare la vecchia direttiva del 1962, la “Guiding Principles for Federal Architecture” risalente all’amministrazione Kennedy, secondo cui per la costruzione di nuovi edifici del governo centrale bisognava accettare che l’aspetto architettonico fosse deciso liberamente dai “maledetti architetti” (cit.). La vecchia direttiva kennediana prevedeva e teorizzava che “il design degli edifici debba discendere dall’architettura al governo, e non viceversa”. Adesso invece “il vento sta cambiando”, come dicono i meglio populisti; e l’Amministrazione Trump vorrebbe dunque spazzare via i “professoroni” per affidarsi al senso estetico dell’uomo della strada; creando un “comitato del presidente” dal quale sarebbero naturalmente esclusi architetti, critici, esperti, lasciando spazio solo a cittadini dotati di ammirazione per la colonna dorica o corinzia, pare di capire.

 

A plaudire all’iniziativa è Ross Douthat, editorialista conservatore del New York Times, secondo cui il neoclassicismo trumpiano si pone come simmetrico del politicamente corretto nelle università americane, nello specifico di Berkeley. Un sano ritorno all’ordine, insomma, partendo dall’edilizia; anche se Berkeley, culla della protesta studentesca, forse non è l’esempio migliore. Il campus fu edificato infatti da una fichissima architetta modernista, Julia Morgan, al servizio della famiglia di editori Hearst che dell’ateneo erano patroni: a Berkeley c’è una piscina Hearst e un circolo del tennis Hearst in una Hearst Avenue, e c’è la maledizione che se non si passa sotto il ritratto della vecchia Hearst non si prenderà la laurea. Morgan è stata una vera archistar d’epoca; fu la prima architetta donna ammessa alla scuola delle Beaux Arts, e all’albo di California, e per gli Hearst disegnò anche gli uffici del Los Angeles Examiner, e poi il grattacielo Hearst di San Francisco, e poi naturalmente il gaddiano castello di San Simeon, quello poi diventato lo Xanadu di “Quarto potere”. Tutto pochissimo “classico”, dunque. Secondo Douthat si tratta di un gioco delle parti abbastanza normale, perché i presidenti repubblicani sono quasi sempre dei classicisti, e i democratici fanno invece ampio ricorso all’architetto di grido. Ma da che parte stanno gli americani è chiaro, dice sempre Douthat, tirando fuori una classifica dei monumenti americani più amati in patria.

 

Però, anche qui, qualcosa non torna: al primo posto c’è l’Empire State Building di New York, che proprio classico non è. Cioè, lo è oggi, ma quando fu costruito, nel 1931, era considerato oltraggiosamente modernista; e sì, in questa classifica della Npr, la radio pubblica, ci sono tanti mammozzoni classici-classici (Casa Bianca al secondo posto, Campidoglio al sesto), ma altri manufatti sono pura avanguardia, come il ponte di San Francisco (quinto posto) o la Casa sulla Cascata di Frank Lloyd Wright (ventinovesimo). Insomma, è difficile intendersi su cosa si intende per questi benedetti classici: una vecchia questione, del resto; ma su una cosa ha ragione Douthat: che i democratici non resistono al richiamo dell’archistar. Michael Bloomberg, uno dei papabili alla nomination del partito democratico, e fondatore dell’omonimo impero dell’informazione finanziaria, per il suo quartier generale di Londra ha voluto Norman Foster, che gli ha subito fruttato il Pritzker Prize, il Nobel dell’architettura. “Quando ci siamo lanciati in questo progetto, volevamo creare un edificio innovativo che spingesse più in là i limiti della sostenibilità ambientale e dell’apertura progettuale”, ha detto Bloomberg in versione committente.

 

Chissà cosa ne penserà il principe Carlo, che da sempre depreca i grattacieli moderni nella sua capitale. Il futuro re d’Inghilterra da oltre trent’anni ammorba tutti con le sue sfuriate contro i progettisti moderni, dal 1984 quando a una cerimonia per l’ampliamento della National Gallery invece che le solite cerimonie propinò ai presenti una sfuriata sul medesimo ampliamento, che ai suoi occhi era “un mostruoso bubbone sulla faccia di un vecchio amico” (l’ampliamento fu bloccato, e gli architetti del bubbone in disgrazia). Da lì in poi, una serie di interventi contro edifici costruendi, che quasi sempre portarono alla soppressione del progetto e spesso alla sostituzione con micidiali manufatti più “classici” (come nel caso di un palazzo di Mies van der Rohe che fu sostituito da una specie di Gehry dei poveri). Recentemente il principe ha anche rilasciato un decalogo della (sua) buona architettura, e chissà che se diventando re il suo influsso sarà più pervasivo. Potrebbe parlarne con Trump: l’erede al trono magari in tante occasioni avrà mancato di stringere la mano all’impresentabile presidente americano con le più svariate scuse, ma sull’architettura il produttore di biscotti bio e l’utilizzatore finale di hamburger la pensano allo stesso modo.

Tra potere e architettura del resto c’è sempre stata una relazione complicata; anche tra dittatori efferati e allineati i gusti sono dei più eclettici: se Ceausescu aveva messo su il suo palazzaccio di Bucarest come una specie di delirante maniero inglese (molto classico), Hitler amava il neoclassico disneyano di Albert Speer, e Mussolini fu invece com’è noto il committente da sogno per tutta l’avanguardia europea. Lo provano le missive servili di Le Corbusier costretto a inutile anticamera per mesi a Roma, mai ricevuto perché il Duce si fidava solo del suo Piacentini, tenendo fuori pure lo Speer italiano, Armando Brasini (1879-1965), iper-classicista che avrebbe voluto trasformare l’Italia nella Baviera di Ludwig, tutta pinnacoli e archi. Artefice del ponte Flaminio, dello Zoo, del palazzo tutto-guglie dell’Inail a via Quattro Novembre, che, narra la leggenda, doveva servire a impallare la vista alla casa liberale Carandini-Albertini (poi Agnelli) sul Quirinale, per un po' piacque al supremo committente. Poi basta. A tradirlo non fu però lo stile, o non solo, quanto una molto italica tendenza a sforare i budget. Il suo piano per una Roma imperiale turbo-classica (distruzione di tutto il centro salvo il Pantheon e poco altro, e una colossale stradona-Tav dai Fori all’Appia antica e alla Flaminia) non fu mai realizzato non perché demenziale, bensì perché troppo costoso. Si dice che Brasini, personaggio leggendario, mitologico creatore di varianti in corso d’opera, meglio di una metro C, ai pranzi si vantasse d’aver fatto suicidare la suora economa di piazza Euclide, perché il progetto di quella chiesa ai Parioli continuava a crescere, sforando qualunque previsione. Alla fine la religiosa perì, e la cupola non venne mai realizzata. Ne rimane un moncone, di quella chiesa dell’architetto sedotto e abbandonato dal Duce (paradossalmente in una piazza ritrovo storico di “fasci”). E un dubbio: a parità di fascismo, saranno più classiche quelle architetture lì, o il razionalista Colosseo quadrato?