Instagram nel piatto

Michele Masneri

Guardare (ma non toccare) il cibo, dieci anni dopo la rivoluzione

C’è stato un tempo in cui prima di affrontare un piatto taluno diceva al massimo una preghiera, altri (più vituperati) “buon appetito”, pochi avrebbero concepito di fotografarlo. Prima di Instagram (2010) si andava infatti ancora al ristorante per mangiare e non per fare degli shooting. Il critico gastronomico del New York Times Pete Wells ha stilato un elenco dei grandi cambiamenti che la cucina ha subito nell’ultimo decennio e ovviamente il principale è questo: che “mangiamo con la macchina fotografica”, scrive Wells, che ricorda come all’inizio alcuni ristoranti si opposero fieramente alla deriva instagrammatica, ma presto i più accorti si accorsero trattarsi invece di un mezzo che avrebbe cambiato per sempre la cucina e la vita (dei più accorti). Non nacque solo la genia dei cuochi-star, che avrebbero cominciato a comunicare direttamente coi clienti-follower. Il medium è il messaggio, signora mia: così si è accelerata pure la diffusione delle idee, e delle copiature. Se ci ritroviamo ormai anche nella vecchia trattoria sotto casa i fiorellini nella minestra e il piatto di ceramica grezza superruvida al posto dei vecchi Richard Ginori, e l’ultimo autogrill ha in menu il “ricordo” di qualcosa, Instagram ha portato anche alla creazione di piatti specifici che risentono del medium: una certa estetica culinaria, che premia per esempio la simmetria, generando “mostri”, ristoranti con seguiti micidiali su Instagram che poi si rivelano insulsi bugigattoli, come un certo ristorante di Los Angeles che prepara però sandwich molto simmetrici e dunque apprezzati dall’algoritmo. O la diffusione di una cucina “nordeuropea”, simil-Redzepi, che però non sa di niente perché si copia solo il design ma non i sapori. Sarà che come dice il massimo antropologo culinario, Michael Pollan, si parla sempre più di cibo ma si cucina e si mangia sempre meno: dunque bisogna fotografare benissimo. Wells aveva ricordato anni fa, all’inizio dell’èra instagrammatica, del suo trauma avendo fotografato una trota al ristorante, con conseguente indignazione dei follower perché la foto era venuta male (si mangerà insomma magari così così, e pazienza se i giornali non hanno più soldi per pagare cene e recensioni dei critici, ma le foto devono essere perfette, perché il follower ha sempre ragione).

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