Il bianco e nero no

Michele Masneri

Milano e Tokyo, Seveso e l’India: la vita delle città vissuta e fotografata da Paolo Rosselli, figlio e nipote d’arte. Ma non chiedetegli della famiglia

"Ci andassero loro, a vivere nei borghi”. La liquida così, con ghigno milanese, la vituperata questione città-campagna, che ha dominato il dibattito architettonico-sociologico della fase 1. Nipote di Gio Ponti e figlio del designer Alberto Rosselli, fotografo-gentiluomo, milanese esploratore di architetture globali, Paolo Rosselli a fare l’architetto però non ci ha mai pensato. “Troppo burocratico”, dice. “Il designer men che meno”. “Ho subito capito che la fotografia sarebbe stata adatta a me, così immediata”. “Poi certo so distinguere una buona architettura da una cattiva, un buon design da uno cattivo”. E qual è una cattiva architettura? “Zaha Hadid a Milano. Libeskind a Milano. Porcherie kitsch. Peccato. Due architetti partiti così bene e finiti così male”. Le fanno schifo in generale tutti i grattacieli della nuova Milano? “No, quelli con un linguaggio coerente no. La torre di Isozaki è bellissima”, dice Rosselli, probabilmente il più importante fotografo d’architettura italiana, che vive tra i glicini di via Rovani, aristo-compound di milanesità orizzontale, le poche volte che sta in Italia e non in giro per il mondo a fotografare e studiare l’esistente con spirito da ribelle-gran borghese, da esploratore un po’ Chatwin molto milanese, ragazzino nonostante i 68 anni (alle rare cene ci va con una colossale moto).

 

Vita ritirata non tra i boschi ma tra i boschetti di gelsomino, tra i libri, gli studi, “della famiglia non parlo”, dice, un po' perché di Gio Ponti si è già straparlato nell’anno delle celebrazioni, un po' per riserbo (milanese, ancora). Preferisce far parlare gli altri, con un sito Internet che ha messo su, di interviste che fa a colleghi fotografi che lo colpiscono, “senza distinzione di età o fama”. Tra questi un solo architetto, Cristiano Toraldo di Francia, leggendario fondatore del Superstudio, “che faceva quei fotomontaggi così potenti e inquietanti”. Lui, non potendo fare fotomontaggi, si limita a boicottare la perfezione del monumento architettonico: la sua fotografia è diversissima infatti da quella di altri celebri fotografi che pure ha conosciuto bene, tra tutti Luigi Ghirri e Gabriele Basilico. “Il Luigi era un talento naturale, riusciva a fare delle fotografie dell’Emilia anche di soggetti particolarmente anonimi, tirava fuori la macchina e scattava. Ha avuto una fase d’oro e poi secondo me s’è un po’ appesantito quando ha cominciato a collaborare con Aldo Rossi. Guido Guidi sostiene che Ghirri è il primo fotografo postmoderno, cosa verissima secondo me”.

 

Rosselli, moderno, non nostalgico, entusiasta del colore e del digitale in una disciplina – la fotografia d’architettura – che talvolta mette insieme i passatismi e della fotografia e della architettura (ah, il bianco e nero rigoroso!), si scosta anche da Basilico, campione del barocco monumentale (uno dei suoi libri si chiama “Sandwich digitale”, Quodlibet). Basilico, scomparso da poco, “lavorava come i fotografi dell’epoca d’oro, banco ottico e prospettiva”. Rosselli invece ci mette il colore, come nella riscoperta delle sculture classiche, inopinatamente ritenute monocromatiche: va in cerca di dettagli e incongruenze, tra le Indie e la Brianza. Ha passato mesi a fotografare le architetture di Terragni, nel 2003, producendo un tomo già leggendario (“Atlante Terragni”, Skira). “Lo metto tra i più grandi architetti della modernità a livello internazionale: al pari di un Alvar Aalto. Bisogna vedere i dettagli, dentro, della casa del Fascio o ancora meglio dell’asilo Sant’Elia a Como. I materiali: cemento, seminato, vetro, vetrocemento, plastica. I soffitti sono un susseguirsi di vuoti, di pieni, a travi, senza”. I dettagli lo entusiasmano: come i colori: immortalata nel bianconero (rigoroso, appunto), in realtà la casa del Fascio “era piena di colori, che però nessuno fotografa mai. La classica foto d’architettura è in bianco e nero e da sotto, col risultato che poi quando si arriva pare tutto più piccolo e meno monumentale. “Io vado lì e fotografo a tappeto”, dice invece lui, “il cemento di un colore diverso per i bagni dei maschi e delle femmine, le scale a villa Bianca”. “Villa Bianca, altro capolavoro di Terragni, sta a Seveso, un paesotto a mezz’ora da Milano. Il mio assistente giapponese era sconvolto: le scale hanno un disegno ad angolo retto fuori e ad angolo smussato all’interno. Ma non ci va nessuno a vederla, quella casa”. La visita alla villa di Seveso come viatico pare l’equivalente della gita a Chiasso di Arbasino o del tram nella prescrizione di Zavattini ai giovani sceneggiatori: “Dai dettagli capisci l’amore dell’architetto, e per me bisogna fotografare i dettagli. Ma oggi i dettagli sono spariti, conta solo la grande scala, l’architetto oggi è quasi sempre qualcuno che cerca disperatamente di conquistare grandi incarichi, poi dopo deve correre per finirli in tempo. L’architetto che diventa urbanista, per risolvere i problemi delle città. Ma che risolvi. Per trasformare le città basterebbe mettere treni veloci, elettrici, che collegano tutto, come a Tokyo”; città che ama molto. Immagina una Lombardia così, percorsa da mezzi elettrici e silenziosi, “altrimenti non risolveremo mai il problema dell’inquinamento micidiale”.

 

Per capire cos’è la buona architettura, basta guardare l’orologio: “Certi palazzi di oggi ci metto due giorni per fotografarli”. Terragni, mesi appunto. E non che sia un passatista: “gli architetti moderni sono molto più complessi di quelli antichi. Alvar Aalto è più complesso di Brunelleschi”, dice, dove la complicazione è buona e giusta. Le sue foto non sono – o sono esattamente – come ci si aspetterebbe dall’erede di una royal family architettonica: suo papà Alberto faceva parte dello studio Ponti Fornaroli Rosselli e fece il Pirellone insieme al maestro-suocero. Dunque l’erede non ha complessi. “I miei colleghi mi criticano sempre perché c’è qualche elemento esterno, spurio”. In una sua famosa foto del famoso negozio Prada di Tokyo opera di Herzog & de Meuron è riflessa una Porsche che fa manovra, “perché era dello stesso colore, e stava lì, e aveva senso mettercela, in contrasto con una città educata come Tokyo”. Come i grattacieli di Porta Nuova fotografati dai vetri di una macchina, con una bambolina sul cruscotto. O il Guggenheim di Bilbao riflesso in una vetrina di croccanti molto somiglianti alla augusta struttura di Gehry. C’è sempre un elemento giocoso che depotenzia e prende un po’ in giro la grandeur architettonica. “Fotografo quello che vedo coi miei occhi, conta la mia esperienza, non l’architettura astratta”.

 

L’anno scorso si è operato a un occhio, e mentre gli iniettavano sostanze nella pupilla ha avuto l’illuminazione, che quella irrorazione fosse una specie di coltivazione della vista, e della memoria. Lo sguardo fertilizzato si poggia non solo sull’obiettivo ma anche su saggi e romanzi che compulsa in grandi quantità nelle notti insonni; adesso è reduce da “Spillover” e dalla cotta per “Neuroscience et psychanalyse”, saggio in cui le neuroscienze incontrano Freud, scritto da uno che manco a farlo apposta si chiama Magistretti, parente del designer (nemesi della sua fuga dalla tradizione famigliare?). E poi gli amati romanzieri, non a caso Rosselli ha sempre guardato “agli scrittori: lo scrittore si cala completamente nella realtà, diversamente dal filosofo che si mette lì e giudica”. Sopra tutti Coetzee, che non a caso aveva cominciato proprio da fotografo, e poi Nabokov, e Naipaul “che però essendo indiano dà dell’India giudizi feroci”. Perché l’India è una sua grande passione, c’è stato decine di volte, la prima sulle orme delle divinità con Arturo Schwarz – “storico dell’arte, saggista, genio, grande individualista”, e in questo come Rosselli, che esce poco, non frequenta, mangia pochissimo, un po’ monacale; fa vita “semplice ma approfondita, diciamo”. A partire dal glicine di via Rovani, dove veniva a cena la Pivano, “in quanto vedova di Ettorino Sottsass, noi avevamo scelto lei e le volevamo bene, in questa cosa dei divorzi che bisogna scegliere da che parte stare. Però era sempre un lamento: aveva la nevrosi dei nevrotici interessanti” – ed è l’unico aneddoto familiare che si riesce a strappargli.

 

Simmetrico all’ordine degli affetti, l’India gli piace perché “è il caos totale”. Non certo per fricchettonismo (non si riesce a immaginare niente di più distante di Rosselli con le sue librerie Adelphi). Tappa obbligata, Chandigarh, la leggendaria città completamente disegnata da Le Corbusier – “un architetto che, incredibilmente, non veniva insegnato all’università ai miei tempi. Veniva ritenuto troppo funzionalista, troppo spoglio”. Ma prima, al Berchet, tra i leaderini studenteschi “patetici”, “c’era sempre qualcuno che si affacciava dalla Statale, distante pochi metri, e arrivava ad annunciare un’assemblea”, e “i professori sospiravano: un’altra giornata andata”. C’era Capanna, ma più che la politica, attività che lo repelle abbastanza – “basterebbe prendere gli altri paesi, e copiare” – Rosselli stava lì ad ascoltare “qualcuno di loro che aveva delle storie. Qualcuno era bravo, parlava della Cina, della Russia. Raccontava bene”. Storie di viaggi. Se tanti di loro “sono stati coinvolti nelle uccisioni assurde di quegli anni, anche quello che ha ammazzato Tobagi era a scuola con me”, lui parte, con la sua macchina fotografica. “Per anni, ogni volta che tornavo dai miei viaggi, dopo mesi all’estero, sull’aereo Alitalia prendevo i giornali italiani e si leggeva solo di questi orribili attentati”. La vera università, dice, è stata però uno stage, ma allora non si chiamava ancora così, da Ugo Mulas, tre mesi dal grande fotografo, “dove ho imparato tutto”.

 

Adesso col lockdown è rimasto a Milano, e scalpita. Ha fatto appena a tempo a tornare da Islamabad, la capitale del Pakistan dove progettava di andare da tanto. Una delle capitali utopiche, insieme a Chandigarh, Brasilia e Daqqa, le città di nuova fondazione, questa costruita però da suo nonno Ponti e suo padre Rosselli. “Sono finalmente riuscito ora, poco prima che scoppiasse la pandemia. Difficilissimo, tra tutte le continue guerre tra India e Pakistan: se ne inventano una all’anno”. Finalmente ce l’ha fatta. “Stavo rinunciando. Con tutto l’amore per il nonno e per il papà, viene prima salvarmi la pelle”.