Casa Malaparte: “Furniture, installation view”, 2020 © Malaparte foto: Prudence Cuming Associates

Malaparte Design

Michele Masneri

Esposti per la prima volta i pezzi disegnati dallo scrittore di “La pelle” e riprodotti dal pronipote. Una mostra da Gagosian a Londra

Nell’estate del lockdown, costretti a casa o tra i plexiglas di lidi appiccicosi e domestici, si potrà magari sognare Capri e la sua casa più epocale, la villa Malaparte celebre per il “Disprezzo”. Il pronipote dello scrittore, il giovane Tommaso Rositani Suckert, ha infatti riprodotto in una piccolissima collezione gli arredi della villa che Malaparte aveva disegnato per sé con talento da Compasso d’oro. Gli arredi sono ora esposti da Gagosian a Londra, fino a settembre.

 

“Per adesso si tratta di tre soli oggetti, la console, il tavolo e la panca disegnati originariamente per il salone della casa”, dice Rositani al Foglio. “Saranno prodotti in dodici esemplari, perché naturalmente non vogliamo fare una cosa commerciale, ma restare in quell’ambito tra arte, architettura e design che corrisponde allo spirito della casa”. La villa caprese da sempre ospita architetti (da Achille Castiglioni, che si svegliò un giorno perché aveva trovato un geco nel letto, a Richard Rogers e Renzo Piano) in una specie di epicentro che incrocia arte e moda globale; conta anche il rapporto col gallerista Gagosian, che alla Casa Malaparte organizza ogni anno un eventone di massima esclusività, con artisti come Ed Rusche, Rudolf Stingel, in passato Cy Twombly. Per iniziare questa avventura, l’erede Malaparte ha abbandonato gli studi di Giurisprudenza, come vuole la morfologia della fiaba startuppara, che premia il “drop out”, e ha messo su una startup a New York, che si chiama giustamente Malaparte Design, con “i soci Nick e Harry Burch”, figli della stilista Tori. Del resto la casa da anni è al centro anche di un network stilistico ai massimi livelli, “l’anno scorso vi è stata girata la campagna film Louis Vuitton con Emma Stone e in passato Saint Laurent con Kate Moss”.

 

La startup è a New York, ma i mobili sono costruiti rigorosamente in Italia, “e non è stato facile”, spiega Rositani, “per esempio per la panca era necessaria una particolare lavorazione dei tronchi in un pezzo unico, che è stata possibile solo alla maestria degli artigiani del nord Italia”. Rositani è cresciuto tra Firenze e la casa di Capri, dove passava le sue estati nella “Favorita”, la camera a prua, con bagno di alabastro grigio e copriletto di pelle su un letto incassato in un severo armadio a ponte, tutto disegnato da Malaparte, che questa casa aveva concepito come opera totale e questa camera destinata alle ospiti femminili. Ma come si sarà abituato a Londra e New York, come arredi, dopo la magnificenza caprese, ci si chiede. “Eh, mi sono abituato”, dice. “E’ un’altra cosa”. Adesso ci ha preso gusto e sta facendo ricerche negli archivi dell’avo immaginifico per altri spunti. “Ho trovato una lettera di Malaparte che nel 1941 protesta con le maestranze perché i mobili non erano ancora arrivati”, e “mi chiedo come sia stato possibile portare le colonne del tavolo fin lassù, visto che peseranno trecento chili l’una”.

 

Malaparte, figlio di un tintore di stoffe sàssone trapiantato a Prato, non era solo un giornalista-scrittore con piglio internazionale, polemista e amatore di vedove di Stato: aveva anche un poliedrico talento visuale, che si espresse soprattutto nella casa di Capri, la “casa come me”, in cui aveva dato sfogo a tutto il suo estro. Casa del distanziamento: fuori, la citazione della scala della chiesa di Lipari, ricordo del confino; dentro, sedie e mobili e camini, un design totale, che adesso potranno entrare anche in bilocali con viste poco comparabili della casa sulla scogliera (oddio, bilocali forse no. Anzi, i mobili si presume che avranno prezzi da bilocali). Che spettacolo, comunque, la casa, quando si andò: scoscesa come su un vascello fantasma, al piano terra una sala da pranzo-stube montanara, a ricordare la sua metà tedesca, e la sua esperienza negli Alpini; e poi quattro camere per gli ospiti, due a destra e due a sinistra, come celle francescane, o cabine di marinai, col legno grezzo a listoni per terra, e le stampe di cavalli – in cornici disegnate da sé – regalate a Kurt Suckert dalla corona di Svezia (saranno poi i cavalli molto cinematografici del re Eugenio, sempre in “Kaputt”, il nostro “Preghiere esaudite”). E lì si dormì. Salendo uno scalone di legno, ecco poi al primo piano il salone enorme con le quattro finestre irregolari tutto-vetro, senza montanti, e basculanti, invenzione del padrone di casa; e un camino sempre by Malaparte ma che sembra Dalì, con vetro per “vedere il mare” in lontananza, come dice Jack Palance a Brigitte Bardot nel “Disprezzo”, e pavimento in pietra serena.

 

Poi la grande “Danza” di Pericle Fazzini, su una parete, e poi gli arredi oggi riprodotti: il grande tavolo di legno con colonne tortili tipo Borromini a San Pietro; una consolle mossa, da onda marina o cavallone, sempre di legno, ma su colonne d’arenaria; e una panca con le medesime colonne, che però nascondono all’interno un water e un bidet, e qui si è nel più puro ready made. Il Pensatoio, con gran scrivania tipo sagrestia o cabina di comando (manca solo il timone), e le piastrelle con la lira disegnate apposta da Savinio. Su tutto, un manifesto malapartiano di stile, contro la villa o villetta imperante, ancor oggi in voga tra geometri e committenti balneari. “Nessuna colonnina romanica, nessun arco, nessuna scaletta esterna, nessuna finestra ogivale, nessuno di quegli ibridi connubi tra stile moresco, romanico, gotico e secessionista”, scriveva programmaticamente. Ma invece: ecco, nella stube, un’abat-jour che parrebbe di bambù e invece è di filo di cuoio, con rivestimento molto moderno di shantung.

 

“Non solo la linea della casa, la sua architettura, ma i materiali con cui l’avrei costruita avrebbero dovuto essere intonati con quella natura selvaggia e delicata”, scriveva Malaparte in un articolo del 1940. “Non mattoni, non cemento, ma pietra, soltanto pietra, e di quella del luogo, di cui è fatto il monte”. E infatti sotto l’intonaco, c’è pietra, e non cemento come si crede. In mostra, a Londra, dice Rositani, ci sono “anche le ceramiche originali di Meissen che stavano nella Favorita, e che Godard aveva spostato nel soggiorno, come parte della scenografia”. L’ultimo dei Malaparte, che ha vissuto il lockdown a Londra, si appresta ora a tornare in Italia, e passerà l’estate lì nella villa, “anche a fare un po’ di manutenzione”, dice. Per essere l’estate del lockdown, poteva andare decisamente peggio.

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