Grand Hotel Augusto

Michele Masneri

Storia di una piazza, in attesa del nuovo grande albergo romano. Ricordando i ristoranti di Craxi e Andreotti. E Richard Meier, e Hitler

Non si sa se e quando arriverà il grande hotel di massimo lusso Bulgari a Roma a piazza Augusto Imperatore, ma si tratterà comunque dell’ultima rinascita di una zona da sempre misterica del centro di Roma. Tra molte polemiche e i marmi bianchi voluti dall’architetto Morpurgo, ebreo caro al Duce, i palazzi Inps sinistri e monumentali sono lì dal 1938, anno fatale del bimillenario della nascita imperiale (e della visita di Hitler), eventi che la piazza accolse e celebrò nel suo fascio full style; palazzoni di monumentale enormità, con mosaico di 70 metri quadri di Ferruccio Ferrazzi (e una fontana ancora in funzione con enorme angelo che svolazza felice con un fascio da combattimento in mano; e iscrizione cubitale che celebra il DVX; lì dal 1938, appunto; sopravvissuta a tutte le cancel culture e stagionali pulsioni antifa e anti-statuarie).

 

Nel ’38, dunque, visita di Hitler: ci sono foto con Mussolini in orbace e l’archeologo antifascista Bianchi Bandinelli che fa da guida (avendo avuto una mamma tedesca), pensando a un tirannicidio doppio che però non si farà. Mussolini era allora nel pieno trip augusteo, vivendo una immedesimazione farlocca con l’imperatore della omonima pax: già piccolo fan di Giulio Cesare, si abbandona ora al suo nuovo role model, dunque ecco già nel ’37 una grande mostra sul tema al palazzo delle Esposizioni. E poi fa demolire un intero quartiere e costruire questa specie di Eur in miniatura nel centro di Roma, nel pieno dell’ansa barocca del Tevere, accanto al mausoleo di Augusto, e all’Ara Pacis che viene spostata in una teca sempre di Morpurgo.

 

Ma poi, dopo il fascismo, piazza Augusto Imperatore vivrà tante altre vite e tante decadenze: rimane sempre un buco nero nel cuore di Roma, con quelle architetture così incongrue e i porticati nordici che portano male di vivere e homeless. La zona viene colonizzata dalla politica: vi hanno l’ufficio, mi racconta Filippo Ceccarelli, la corrente andreottiana della Dc, e Salvo Lima; e poi a un certo punto arriva pure Craxi, che deve traslocare da via del Corso per la ristrutturazione della sede (e ad “Avanzi” faranno satire feroci: “Antica segreteria del corso: l’appaltato al caffè, corrotto con cioccolato tangente; e che festa in famiglia con la Craxata!”). Craxi aveva ufficio su due piani, sopra lui e i fedelissimi, sotto una società finanziaria dal nome poco beneaugurante, Coprofin. Al piano terra, infine, il centro studi Mondoperaio (e lì disse la famosa frase: “Questi intellettuali hanno rotto le palle: cambiamoli”). Tutti, Dc e Psi, andavano poi a mangiare all’Augustea, uno dei classici del genere ristorante a partecipazione statale (oggi chiuso). Ma il genius loci rimane: in un altro ingresso, su via del Corso, ecco una “Aran”, agenzia per la rappresentanza nazionale delle pubbliche amministrazioni (il mondo delle partecipazioni statali sopravvive alle epoche e alle generazioni).

 

Tangentopoli portò il declino su quella piazza candida, subito barbonizzata. Poi, negli anni Duemila, ecco la rinascita, con la risistemazione urbanistica rutelliana e la definitiva consacrazione a compound del fritto. Nasce infatti “Gusto”, creatura di Roberto Liorni, archistar romana che ha inventato quello stile Hamptons-ponte Milvio di piastrelline bianche e pomoli neri; Gusto fu negozio di casalinghi e libreria (molto avanti, per l’epoca), e poi arrivò l’osteria di Gusto e tutti i derivati. Intanto sorgeva la nuova Ara Pacis con una nuova teca tutta bianca by Richard Meier a portare un po’ di California, e sotto quei portici ci si sentiva un po’ al Getty Center. Oggi la piazza è nuovamente deserta, tutti i negozi e i ristoranti chiusi per sempre in attesa dell’hotel salvifico. Ha chiuso anche Dentice, abbigliamento e accessori nautici, e poi un arredamento per ufficio; resiste invece Alfredo, quello delle celebri fettuccine, altro luogo misterico, sull’altro lato della piazza, e Sorbillo, appena arrivato con le sue pizze. Di là dalla strada, chiuso pure il Plaza, di proprietà della morosa del premier Conte, forse per Covid.

 

L’Ara Pacis rimane lì, tra gli sparuti turisti, come un villone di Malibu o Fregene un po’ scrostato e fuori luogo. E chissà se i nuovi albergatori manterranno i landmark superfasci, magari per un pubblico suprematista di nicchia; chissà se arriverà mai, il grand hotel: a Roma non si sa mai, e di questo progetto si parlava già cinque anni fa. Come di un altro, ai Parioli, a piazza Verdi, chissà che ne sarà. Tutti l’aspettano, il grand hotel di piazza Augusto Imperatore, come la nave Rex felliniana. Un barbone intanto dorme appoggiato alla fontana, sotto il fascio, col suo angelo.