Vita da Quisisana

Michele Masneri

Storia e destino del grande albergo caprese che fu sanatorio. Da Oscar Wilde a Totò, al magnate delle tv: e poi Fantozzi e la piscina senz’acqua

Insomma non si sa se davvero il Quisisana, leggendario hotel caprese, passerà di mano, ai francesi di Lvmh, come sostengono le voci dell’estate covidica. Le voci, appunto, si rincorrono da mesi, su una vendita alla divisione alberghiera del gruppone francese (quella che aprirà anche il colossale Bulgari Hotel a piazza Augusto imperatore a Roma), e parrebbe che tra i fratelli Morgano, attuali proprietari, ci siano divisioni. Curioso che tutto ciò avvenga nell’estate del Covid, appunto, una specie di ritorno alle origini. Mentre focolai attizzati da comitive di Roma nord vengono segnalate sull’isola, ci si ricorda che il Quisisana nacque proprio come sanatorio. George Sidney Smith Clark, dottore inglese o scozzese come ricorda la targa nel municipio in piazzetta (ma era di Liverpool) apri la sua “casa di cura” nel 1845, per curare un po’ anche sé stesso: arrivò infatti sull’isola ancora borbonica per consolarsi della vedovanza con una prima moglie: ma si innamora subito di una caprese. Sono gli anni della lotta alla tisi: Davos, prima di diventare luogo di complotti pluto-giudomassonici internazionali, è sede di un primario sanatorio poi finito nella “Montagna incantata”. Un dépliant del 1880 promuove il Quisisana che sta nella parte più soleggiata dell’isola, “adatta agli invalidi, e in particolare a chi soffre di reumatismi e malattie polmonari”. Il nome divenne subito celebre perché immortalato in un romanzo, “Quisisana” di Friedrich Spielhagen; – di qui la diffusione di pensioni e cliniche e alberghi omonimi in ogni parte del globo, del resto Capri ha sempre portato bene all’editoria, con la “Storia di San Michele” di Axel Munthe specializzato pure lui in rehab capresi) che da sempre vende milioni.

 

Era l’epoca in cui il Quisisana era soprattutto avamposto tedesco: Friedrich Alfred Krupp che scappa qui in cerca di “diversity” e fa la famosa strada e Capri comincia a somigliare un po’ alla Berlino di Isherwood: “la sera a cena al Quisisana si vedevano soltanto teste quadre, si sentiva parlare solo tedesco. Non servivano sulla terrazza, ma in sala da pranzo, decorata da piante verdi. L’orchestra suonava Wagner. Il menu era francese con la traduzione in tedesco”, scrive Roger Peyrefitte in “L’esule di Capri”, altro romanzo identitario. Al Quisisana Krupp occupava una serie di stanze al piano terra “a un prezzo fantasmagorico”, la 8, 9 e 10 normalmente destinate agli Hohenzollern. Per un po’ il portiere è il barone decaduto Edward von Rahden, ex ufficiale del kaiser, che arriva a Capri con le due figlie finite a fare le bambinaie (chissà che aveva combinato).

 

C’era poi questa rivalità, tra turisti tedeschi e inglesi, i primi visti come aristocratici bohémien, i secondi come arricchiti, secondo Riccardo Esposito, autore di “Biografia del Grand Hotel di Capri”, edizioni La Conchiglia. Così al Quisisana anche una “reading room” e tre messe domenicali in inglese, alle 8,30, 10,30 e 15. Dopo la morte di Clark la gestione passò a un caprese, Federico Serena detto “muschiglione”, per le capacità seduttive: illude la vedova Clark, si prende l’hotel e poi ne sposa una cameriera (francese); sarà anche sindaco di Capri. C’è poi naturalmente la stagione gay: oltre Krupp, il conte Fersen protagonista dell’Esule che sta al Quisisana prima di farsi fare la Villa Lisys (Liside, amico twink di Socrate, è già un manifesto, per la casa costruita con fumeria d’oppio nel seminterrato, tra maioliche decorate a svastiche pre nazi, in coabitazione con l’amato Nino Cesarini, garzone di edicolante conosciuto a Roma tipo “Conte Max”; poi finisce tutto malissimo, con overdose di coca e decesso del Fersen, nel 1923).

 

Anche Oscar Wilde nell’ottobre 1897 appena uscito dalla prigione di Reading raggiunge a Capri Alfred Douglas, che pure l’aveva fatto incarcerare. E poi il periodo russo: Gorkij e Ivan Bunin, poi Nobel nel 1933, che al Quisisana scrive nel ’15 “Il signore di San Francisco” (appena ristampato da Adelphi): doveva chiamarsi “La morte a Capri”, ma era appena uscita la morte a Venezia e quindi pareva brutto.

 

Intanto cambiano le proprietà e il Quisisana, prima un bastione in mezzo al nulla, si vede crescere Capri intorno, e cresce pure lui. Nel 1880 si ha “uno stabile a uso di albergo contenuto in un fabbricato con giardino adiacente; il fabbricato si compone di tre piani e 29 vani de’ quali 23 son addetti a stanza da letto: nelle stanze da letto vi sono 33 lettini di ferro a spalliera forniti ciascuno di una molla un materasso e due cuscini”. Ma già nel ’36, secondo la guida Baedeker, una doppia con bagno viene 100 lire.

 

Oggi invece sta sui seicento euro, e già fa strano trovare posto, ma è l’estate del Covid, e della mancanza degli americani. In generale, però, il cliente italico si limita a scendere giù da via Vittorio Emanuele cercando di non rotolare come la signorina Silvani, nella ripida discesa dalla piazzetta, tra gelaterie e l’Anema e core; e poi fa un po’ di struscio guardando “chi c’è”, chi prende l’aperitivo o l’amaro in quella specie di palchetto scenografico di quel teatro che è il Quisisana, che ti si apre improvviso davanti tra i vicoli.

 

Dopo la prima guerra l’hotel passa alla società Sia di un certo Vismara, che avrà diversi proprietari. Ma intanto arriva la stagione “top”: se nelle guerre l’hotel torna alla vocazione ospedaliera, dopo arrivano le grandi star del cinema. Nel 1949 Totò fa “l’imperatore di Capri” alloggiando qui. Passano tutti, Ingrid Bergman e Sofia Loren, Rossellini e Clark Gable. Negli anni Cinquanta arrivano per la prima volta anche gli arabi (mentre maragià e maharani da un bel po’ l’avevano scoperto). Nei Sessanta c’è la grande ristrutturazione di Pietro Porcinai, già paesaggista fiorentino, designer delle meglio piscine (e della Canzone del Mare): che dà corpo all’hotel come lo si vede oggi, e soprattutto alla celebre piscina di Fantozzi. Qui Villaggio occupava le camere 507 e 508, mi raccontò l’antico direttore Gianni Chervatin. Il film fu tutto girato in un giorno, con l’albergo chiuso per ristrutturazione, e il resto delle scene girate invece all’Hotel delle Nazioni, a Roma. Nel frattempo la proprietà era passata di mano, da finanzieri armeni al magnate delle tv Max Grundig, che fece subito rifare tutti gli impianti elettrici. Solo nel 1981 arriva nelle mani degli attuali proprietari, i Morgano, e adesso si vedrà cosa succede: è, comunque, un’ottima storia per l’estate.