cerca

Architettonico dandy

Nella torrida estate di dieci anni fa moriva Carlo Aymonino, progettista fra i più importanti della scuola romana

12 Luglio 2020 alle 06:00

Architettonico dandy

Nel 2020 che fa cifra tonda, tanti anniversari anche architettonici. Così nella torrida estate di dieci anni fa, governo Berlusconi IV, moriva Carlo Aymonino, progettista fra i più importanti della scuola romana che l’anno prossimo la Triennale di Milano omaggerà con una mostra appena annunciata. Biografia avventurosa, come spesso accade tra gli architetti, basta vedere quelle di Ponti, Zevi, Moretti. Era nato in piazza della Pilotta, a Roma, nel luglio del 1926 da padre militare piemontese assistente di campo del principe Umberto e da Bianca Busiri Vici, esponente della celebre dinastia architettonica romana. Aymonino trascorse l’infanzia tra un soggiorno napoletano al seguito del principe e le vacanze in Versilia dove col fratello si diverte a fare gli scherzi in spiaggia ai pargoli Agnelli in estati ancora non di distanziamenti. Da adolescente avrebbe voluto fare il pittore insieme col cugino Carlo Busiri Vici, bazzicando le gallerie e le mostre della Scuola romana di pittura e di Renato Guttuso, ma poi il pragmatismo famigliare piemontese lo indirizza verso la più concreta via professionale dell’architettura grazie anche a un cugino del padre: il disegnatore delle quinte razionaliste d’Italia, Marcello Piacentini.

 

Aymonino però si iscrive al Pci, con grande scandalo dell’illustre zio con cui rompe, ingrossando così le schiere dei molti aristocratici rossi, dall’archeologo Bianchi Bandinelli a Visconti. L’engagement lo porta a lavorare giovanissimo nel gruppone di Quaroni e Ridolfi per il quartiere popolare e periferico del Tiburtino che viene costruito facendo finta che sia un borgo di campagna, cosa che oggi lo fa rivalutare assai. Poi è tutta una sequela di impegni: nel partito, all’università, nello studio che apre insieme con il fratello Maurizio, nei concorsi di progettazione per le periferie specie quelle meridionali, sui giornali e sulle riviste culturali, nei convegni. Progetta e costruisce molto social housing, scuole, uffici pubblici e fatalmente qualche palazzina ovviamente a Roma. La carriera universitaria lo porta a Venezia dove si porta al seguito un giovane milanese di belle speranze che ha cinque anni meno di lui, Aldo Rossi: insieme e con altri danno vita a un gruppo di lavoro di soli comunisti che a pranzo si ritrova all’Antico Montin e la sera all’Harry’s Bar. Sempre insieme costruiscono a Milano il complesso del Gallaratese, gigantesco pezzo urbano totalmente autonomo dal resto della città, con anche un teatrino, che ancora oggi fa impressione. Negli anni Ottanta invece Aymonino torna a Roma per fare l’assessore al centro storico per le ultime giunte rosse, varando un inedito piano di censimento di tutti i beni immobili posseduti dal comune – prima di lui materia misteriosa – e studia i piani di pedonalizzazione con decenni di anticipo e molto meno ideologia di oggi.

 

Un po’ dandy e un po’ generone romano, Aymonino si riappassiona anche all’archeologia sognando di ricostruire il Colosso, la grande statua perduta che affiancava l’anfiteatro Flavio, senza riuscirci, e poi di risistemare la statua del Marc’Aurelio all’interno del Giardino romano sul Campidoglio che poi è il suo ultimo grande lavoro realizzato. Alto, sempre sorridente, amante della compagnia (sapeva alternare l’Harrys’s Bar alle peggiori trattorie che come Picasso a volte pagava con un disegno sulla tovaglia) fece anche una certa strage di cuori: tre mogli (Ludovica Ripa di Meana, Roberta Carlotto, Luciana Tissi) e molti flirt, anche eccellenti come la sua prima fidanzata Luciana Castellina. Quattro i figli: Aldo, architetto e professore anche lui; Livia, nella comunicazione; Silvia, costumista; Adriano, storico dell’arte a Londra. Se la sua mostra sarà a Milano, nello scambio di amorosi sensi che da qualche tempo si sta verificando sull’asse Triennale-Maxxi, Roma avrà presto quella del suo amico milanese Rossi, nel museo del Flaminio capitanato da Giovanna Melandri.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente sull’alta velocità tra Roma e Milano. Scrive schizofrenicamente di cultura, società e architettura. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si intitola "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax. Usciranno presto in volume i suoi reportage dalla Silicon Valley, dove è stato inviato per questo giornale.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi