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Quando a Parigi non era poi così disonorevole stare con gli occupanti nazi

Cultura, amore, politica. Non è mai troppo tardi per sfatare certi miti

7 Luglio 2020 alle 06:00

Quando a Parigi non era poi così disonorevole stare con gli occupanti nazi

Foto scattate nel 1944-1945 a Parigi e dappertutto in Francia, sono immagini tra le più atroci di un tempo atroce. Raccontano la via crucis di tante donne, ventimila è la cifra meno azzardata. Quando accusate di essersi concesse a militari tedeschi durante l’occupazione nazi vennero acciuffate da loro concittadini, rasate a zero mentre qualche energumeno sghignazzante le teneva ferme per le braccia, strattonate per strada alcune completamente nude mentre tutt’attorno uomini e donne le insultavano e le deridevano. Ne trovate a iosa di queste foto, ad esempio nei due tomi dedicati dallo scrittore Patrick Buisson alle “Années érotiques 1940-1945”. Il particolare più indecente ne è il ghigno radioso dei persecutori, la loro felicità d’essere in venti contro una, il loro orgoglio nel poter fare quello che vogliono di donne indifese. Mai una volta ho ascoltato la voce di una femminista che risarcisse tali orrori compiuti contro delle donne a causa del loro esser donne.

 

La loro colpa venne detta “collaborazione orizzontale”, l’essere andate a letto con il nemico giurato, con chi portava la divisa dell’esercito che aveva ucciso o fatto prigionieri i soldati francesi. Una dizione nella quale facevano mucchio realtà le più diverse – si trattava di donne che lo avevano fatto chi per amore, chi per denaro, chi per fragilità femminile –, e che tutte risalivano alla madre di ogni tragedia francese tra giugno 1940 e settembre 1944. Al fatto che le truppe francesi resistettero qualche giorno e non di più alla marea di acciaio scaraventata contro di loro dai nazi nel maggio 1940. Al fatto che i tedeschi erano entrati da padroni a Parigi e ci rimasero da padroni per quattro anni, il tempo in cui nella capitale per antonomasia del Novecento la fecero da dominatori il marchese De Sade e Hitler. Un’attrice francese che s’era fatta fotografare accanto a dei soldati tedeschi e che ne veniva rimproverata da suoi concittadini, replicò pungente: “E voi perché li avete fatti entrare?”. E a non dire che la cosa più spregevole di quei quattro anni di occupazione del suolo e delle anime francesi non è stata la “collaborazione orizzontale” di molte donne, bensì che la Kommandantur tedesca a Parigi avesse ricevuto cinque milioni di denunce da parte di francesi che accusavano i loro vicini di casa o i negozianti loro dirimpettai e rivali di essere degli ebrei o dei comunisti o degli omosessuali.

 

Quando i nazi entrarono a Parigi, il 14 giugno 1940, sedici parigini si tolsero la vita pur di non sopportare quell’onta, e tra loro un chirurgo celeberrimo ed ex campione di rugby oltre che discendente in linea retta da Mirabeau, il sessantacinquenne conte Thierry de Martel. Dopo che il figlio era morto nei combattimenti della Prima guerra mondiale, il conte aveva giurato a se stesso che mai più avrebbe rivolto la parola a un tedesco. I milioni e milioni e milioni di francesi che non si tolsero la vita eccome se in quei quattro anni rivolsero la parola ai tedeschi. A tutta prima i più gentili nei loro confronti furono i comunisti francesi, che erano stati messi sull’attenti dal patto Molotov-Ribbentrop. In Italia è pressoché sconosciuto l’imponente tomo di Angelo Tasca (uno dei fondatori del Pcd’I) pubblicato originariamente a Parigi nel 1948 e dov’è documentata al dettaglio la vergogna del loro atteggiamento pro boches fino al momento in cui i panzer si scaraventarono contro l’Urss del compagno Stalin: a quel punto i “resistenti” comunisti si misero ad ammazzare tedeschi che passavano per strada provocando rappresaglie nell’ordine di 50 francesi fucilati per un tedesco ucciso.

 

Certo che milioni e milioni di francesi, uomini e donne, durante i quattro anni d’occupazione rivolsero la parola ai tedeschi. A cominciare dal fatto che i tedeschi offrivano lavoro e reddito, e una dattilografa che lavorasse per loro guadagnava più di un esperto funzionario della Bibliothèque Nationale. E a non dire che nella Francia vinta mancavano all’appello un paio di milioni di uomini, tra morti in battaglia (centomila) e prigionieri, laddove per i viali parigini sfilavano alteri soldati tedeschi aureolati dalla vittoria, di cui una liceale scrisse sul suo diario che “erano fin troppo belli”. Le foto pubblicate nei due libri di Buisson, di fanciulle francesi in estasi davanti a militari tedeschi imperiosamente avvolti nella loro divisa, sono purtroppo eloquenti. E tanto più che tra i soldati e ufficiali tedeschi in carne e ossa ce ne erano molti che non corrispondevano all’immagine distillata dalla propaganda antitedesca. Il proprietario di una libreria antiquaria parigina viva e vitale già ai tempi dell’occupazione, mi raccontò che erano tanti gli ufficiali tedeschi che entravano da lui a cercare libri di letteratura francese di cui conoscevano perfettamente la lingua in cui erano stati scritti. Di uno di loro si innamorò perdutamente la diva che faceva da sensuosa regina del cinema francese dei secondi anni Trenta, Arletty. Nata nel 1898, aveva 43 anni il 25 marzo 1941 quando durante un concerto alla Salle du Conservatoire si ritrova accanto un pezzo d’uomo di dieci anni più giovane di lei, un ufficiale tedesco che indossa la divisa grigia della Luftwaffe, Hans Jürgen Soehring. Parla inglese, francese e spagnolo. Ha studiato diritto in una università francese. Ama profondamente la Francia. E’ iscritto al Partito nazista ma non ha nulla del fanatico. La sua vera passione è la letteratura, tanto che dopo la fine della guerra pubblicherà un volume di racconti niente affatto spregevoli. Arletty se ne innamora alla grande, e quell’amore lo manifesta spavaldamente com’è nel suo carattere: “Il mio cuore è francese ma il mio culo è internazionale”. Quando i tedeschi se ne vanno da Parigi, qualche “resistente” da due soldi si mette a sparare contro le finestre del suo appartamento parigino. La arrestano anche, ma non hanno assolutamente nulla da imputarle e dunque la mandano libera.

 

Buisson usa l’espressione “Ratto delle Sabine” a indicare le tante donne di grido che caddero nelle braccia di ufficiali tedeschi. Coco Chanel su tutte, la bellissima vedette cinematografica Mireille Balin, un’ancora debuttante Martine Carol, le due affascinanti sorelle Corinne e Martine Luchaire (figlie di un intellettuale “collabo” che verrà fucilato nel 1946) e altre ancora. Vercors, l’autore del romanzo clandestino Le Silence de la mer che funzionò da magnifico atto di “resistenza” morale agli occupanti, aveva intravisto il capitano Ernst Jünger e intuito il fascino che sulla società intellettuale parigina esercitava un intellettuale come lui. Sul quale modellò il personaggio di Werner von Ebrennac, il tedesco che viene assegnato ad abitare in un appartamento parigino dove vivono un uomo e sua nipote. I due francesi non gli rivolgeranno mai la parola e seppure lui sia un tedesco antinazi innamoratissimo della cultura francese, e questo sino al momento in cui lui parte per il terrificante fronte dell’est, quando la ragazza gli sussurra un “Adieu”. Vercors sapeva benissimo che nella realtà dei fatti in Francia le cose non erano andate affatto a quel modo. Anzi.

Giampiero Mughini

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