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No, i paragoni tra Mussolini e Salvini non stanno proprio in piedi

Per capirlo basta leggere il libro di Pietrangelo Buttafuoco

24 Marzo 2020 alle 06:00

No, i paragoni tra Mussolini e Salvini non stanno proprio in piedi

(foto LaPresse)

Bravi quelli del Fatto a pubblicare con la loro sigla editoriale questo libro, il Salvini e/o Mussolini di Pietrangelo Buttafuoco, uno scrittore di cui i suoi detrattori dicono che è “fascista”, e non è che abbiano tutti i torti e per quanto quel termine sia oggi tra i più vacui e insussistenti, dato che viene quasi esclusivamente usato come un randello da battere sul cranio di chi ti è avverso.

 

Ne sta parlando uno che fra le tante medaglie che affigge al proprio petto ha quella di essere andato primissimo a scovare Buttafuoco in una stanzuccia del Secolo d’Italia di cui era un redattore e dedicargli poi una pagina sul Panorama che vendeva 600mila copie. Questo ben più che vent’anni fa. Se puoi tacciare di “fascismo” il Pietrangelo di oggi, figuriamoci quello di oltre vent’anni fa. Solo che io del suo eventuale “fascismo” di allora – come di quello di Stenio Solinas, di Paolo Isotta, di Giano Accame – me ne strafottevo altissimamente. Di tutti loro mi piaceva e mi interessava la personalità intellettuale, come ci fossero arrivati a quel che erano, il loro essere “altri” rispetto a una tonalità culturale che in Italia era divenuta banale e risaputa. Del giovane Buttafuoco mi piaceva il suo timbro intellettuale, la sua vena ironica, le risorse della sua scrittura e della sua intelligenza controcorrente, le sue “mosse del cavallo” nel costruire un racconto o il ritratto di un personaggio politico. E del resto l’omaggio più alto alla sua vena controcorrente lo fece nientemeno che Norberto Bobbio negli ultimissimi anni della sua vita, quando proprio a Pietrangelo volle rivelare una sua debolezza e una sua compromissione con Benito Mussolini sotto forma di una lettera da lui inviata al Duce per averne dei vantaggi nella sua carriera universitaria, e di cui Bobbio raccontò in un’intervista pubblicata dal Foglio nel novembre 1999. “E’ stato l’unico azionista che io abbia mai incontrato” scriverà più tardi Buttafuoco non senza impudenza. Gli aveva dato la sua intervista da rileggere, e Bobbio aveva fatto una sola correzione. Aveva tolto l’aggettivo “grande” dalla dizione “grande filosofo” con cui Buttafuoco lo definiva.

 

Ottima cosa che sia arrivato in libreria questo pamphlet agile, ricco di leccornie intellettuali, e che ci metti un paio d’ore a delibarlo. Lo so che è difficile scrivere breve, ma quand’è che i nostri amici che scrivono libri impareranno a scrivere il più breve possibile? Ecco, Pietrangelo nel mettere astutamente a confronto i due leader politici ha scritto breve breve, tutto sugo e annotazioni e fatti e di vita e di costume italiani. Con un duplice intento. Il primo, quello di mostrare che sbarazzarsi di Salvini come cercano di fare i suoi avversari politici, a forza di trattarlo quale pura feccia, a forza di qualificarlo “fascista” et similia, a forza di deriderlo in ogni sua mossa e postura, è un’azione peggio che stupida: è il segno di un’impotenza a comprendere i perché della sua riuscita politica nell’Italia del Terzo millennio. Il secondo, quello di mostrare a iosa quanto siano imparagonabili i fatti, i personaggi, i problemi dell’Italia odierna con i tempi dell’ascesa del fascismo e della sua vittoria, una vittoria che aveva ragioni complesse e tutt’altro che banali, e a non dire che il personaggio Mussolini era lui stesso un personaggio complesso, proteiforme. E quando dico Mussolini, non è che ce ne sia stato uno, immobile e sempre eguale a sé stesso. Tutto il contrario. Ce ne sono stati quattro o cinque. Il formidabile giornalista che capeggiava i socialisti di sinistra, il fondatore del fascismo, il longevo capo di governo di un’Italia che suscitava l’ammirazione di Winston Churchill e per dirne uno dei tanti, l’uomo che si accoda al razzismo hitleriano e che manda alcune centinaia di migliaia di soldati italiani nell’inferno russo pur di potersi sedere da vincitore al tavolo della pace, l’uomo defenestrato dal re d’Italia ma che viene “liberato” dai nazi i quali ne faranno il più eccellente dei loro prigionieri politici. Ovvio che Buttafuoco si infervora e ci tiene quando racconta questa seconda traiettoria molto più che non quando racconta il “Capitano” leghista. Si infervora e ci tiene quando scrive che Pietro Nenni, l’ex compagno di cella di Mussolini ai tempi della loro giovanile militanza socialista, scrive sì un articolo dal titolo “Giustizia è fatta” e lo mette in prima pagina dell’Avanti! quando apprende della morte di Mussolini e di quale morte, ma contemporaneamente gli sgorgano delle lacrime dagli occhi.

 

C’è niente da fare. Quanto a tragicità e a complessità dura come la roccia gli anni del fascismo sono incomparabili a quelli che stiamo vivendo oggi, gli anni della cosiddetta Terza Repubblica. Una cosa è far passare Salvini come una sorta di responsabile morale della morte del povero Stefano Cucchi, e questo perché in un paio di occasioni ha detto che Cucchi se l’era come cercata per il fatto di consumare insistentemente droga. Tutt’altra e più grave cosa, storicamente e moralmente, è la questione della “responsabilità” di Mussolini in ordine all’assassinio di Giacomo Matteotti. Fa venire i brividi l’immagine che usa Buttafuoco al riguardo. Mussolini che il 3 gennaio 1925 prende la parola a Montecitorio e si rivolge all’opposizione e la sfida: “La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di tradurli innanzi all’Alta corte di giustizia. Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che si voglia valere dell’articolo 47”. Nessuna voce, nessuna replica. La vittoria politica di Mussolini è totale. Purtroppo, e anche se uno come Luigi Pirandello che non era certo un misirizzi quella vittoria la reputava una benedizione per l’Italia del 1925.

 

Niente, da qualsiasi verso tu lo prenda il raffronto Salvini-Mussolini nel senso di trovare un’affinità tra i due non sta in piedi un solo attimo. I cruciali anni Venti e Trenta della prima metà del Novecento sono un universo, gli anni in cui ha debuttato il Terzo millennio sono tutt’altro universo. Deliziosi sono i raffronti che Buttafuoco inventa e si costruisce. Nel primo universo c’è Alessandro Pavolini che va di matto quanto a invaghimento di un’attrice come Doris Duranti tanto che la moglie di Pavolini si precipita dal Duce a supplicarlo di far tornare il marito da lei, e Mussolini si fa mandare un film dove recitata la Duranti, se lo guarda e conclude “Capisco Pavolini!”. Negli anni nostri c’è il Capitano leghista che si invaghisce di una ragazza del circo televisivo, Elisa Isoardi, e si fa un sacco di selfie con lei prima, durante e dopo la loro relazione. Negli anni del fascismo c’è che ci mettono appena un anno e mezzo a creare Cinecittà, ed era la prima volta che esistesse in Europa un tale apparato ancor oggi vitale ed efficiente. Negli anni nostri c’è voluta la tragedia del ponte Morandi perché almeno una volta un’importante opera pubblica venisse realizzata in tempo giusto.

 

E a proposito di “fascisti” che guardano indietro e “fascisti” che guardano avanti, molto bello è l’omaggio che Buttafuoco fa a Pinuccio Tatarella, l’artefice princeps della piena conversione democratica del Msi in Alleanza nazionale. Succede che alla fine di una giornata politica romana ai tempi del primo governo Berlusconi, Tatarella si trovi a passeggiare da solo a piazza Venezia. Giusto nel momento in cui è sotto il famoso balcone, una coppia di ragazzi in motoscooter gli si avvicina e gli chiede garbatamente se sa indicar loro di quell’enorme palazzone qual è il famoso balcone. Tatarella risponde: “Non lo so, mi spiace. Non sono di Roma”.

Giampiero Mughini

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