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Signorile e da terzo mondo culturale: la foto perfetta della società italiana

Italiche peculiarità. Sull'ultimo libro di Luca Ricolfi

4 Febbraio 2020 alle 06:00

Signorile e da terzo mondo culturale: la foto perfetta della società italiana

(foto LaPresse)

Di tutte le narrazioni possibili su quel che la società italiana è divenuta in questi ultimi quarant’anni, e particolarmente dopo le due recessioni del 2009 e del 2013, quella contenuta nell’ultimo libro di Luca Ricolfi (La società signorile di massa, La nave di Teseo, 2019) è tra le più suggestive. Un libro in cui non c’è una riga in sovrappiù com’è del resto abituale in tutti i lavori di Ricolfi, a cominciare dal suo libro bello e fortunato del 2005 in cui raccontava perché la sinistra italiana risultasse talmente “antipatica”. Un libro pessimista oppure ottimista sul nostro futuro, questo ultimo del sociologo torinese? Sì o no quel titolo è carico di disapprovazione di quel che siamo oggi noi italiani? Giudicate voi. 

 

Signori ma non troppo

La società di massa descritta da Luca Ricolfi è sì signorile, ma anche disperata. Viviamo oltre le nostre possibilità con l’angoscia di un’imminente bancarotta

 

Cominciamo dallo spiegare che cosa esattamente Ricolfi intende per “società signorile di massa”. Intende che la nostra è una società la cui massima parte (i due terzi o i tre quarti) vive in condizioni buone – o relativamente buone o comunque inimmaginabili ancora nel 1961, al tempo del secondo censimento della popolazione italiana – e seppure il numero di cittadini che non lavorano abbia superato il numero di cittadini che lavorano; che la nostra è una società in cui è divenuto di massa l’accesso a consumi opulenti anche da parte di cittadini che non lavorano; che la nostra è una società in cui il sovraprodotto ha cessato di crescere, in cui l’economia è entrata in un regime di stagnazione, l’unico paese europeo a crescita zero nell’ultimo decennio; che uno dei pilastri su cui si regge questa società è l’esistenza di una sorta di “infrastruttura paraschiavistica” ossia di una quota di forza lavoro sottopagata fatta prevalentemente di immigrati uomini e donne. Ebbene, una società siffatta ha la possibilità di reggere nel tempo o è destinata inesorabilmente al declino? Ricolfi non dà una risposta netta. Di sicuro l’orizzonte per i nostri figli e i nostri nipoti non è radioso.

 

I dati che conferiscono all’Italia del Terzo millennio l’identità di cui abbiamo detto sono schiaccianti. Quanto alla stagnazione della nostra economia basterebbe il fatto, unico di tutti i paesi europei, che in Italia da vent’anni la produttività del lavoro non cresce di un centesimo di punto e questo malgrado l’indubbio progresso tecnico e organizzativo apprestato dalle imprese italiane in quel lasso di tempo. Scrive Ricolfi: “Da almeno due decenni deve esserci stato qualcosa di diabolico, o terribilmente distruttivo, che annulla i benefici del progresso tecnico”. Che si tratti poi di un’economia “signorile”, ovvero in cui sono tanti a non trarre il loro regime di vita dal lavoro e bensì da rendite basterebbe su tutti il dato terrificante che indica la percentuale dei neet nella generazione italiana tra i venticinque e i ventinove anni, ossia il 30 per cento, record europeo. I neetnot in employment education or training – ossia quelli che non lavorano né cercano lavoro né sono impegnati in un qualche percorso di apprendimento professionale. In quello stesso comparto generazionale i neet sono il 18,7 per cento in Francia, il 13,7 per cento nel Regno Unito, l’11,2 per cento in Germania.

 

Su questo punto l’analisi di Ricolfi è tanto affascinante quanto stringente. Tre giovani su dieci di quelli a metà strada tra i venti e i trent’anni possono permettersi in Italia di non lavorare e di non cercare lavoro perché godono di una situazione familiare che permette loro questa condizione di vita. In altre parole usufruiscono del lavoro fatto dalle due generazioni precedenti, la generazione di quelli che hanno fatto la guerra e la generazione successiva, una riserva di lavoro oggettivato fatta di pensioni decenti, una prima e talvolta una seconda casa di proprietà, depositi bancari, strumenti finanziari. E tanto più che questi giovani aspettano di ereditare, e tanto più che il patrimonio medio delle famiglie italiane è fra i più alti in Europa – data l’eccezionale capacità di risparmio delle due generazioni che ho detto –, e tanto più che in Italia sono pochi gli eredi su cui spalmare il patrimonio di ciascuna famiglia. L’Italia è divenuta un paese di anziani e di figli unici. L’Italia è al primo posto come peso degli anziani, all’ultimo come peso dei giovani, e al quarto come livello di patrimonializzazione. Il flusso successorio in Italia è stimabile attorno ai 250 miliardi di euro, un po’ meno del 14 per cento del pil. Fatto 100 il livello medio di eredità attesa negli altri tredici paesi europei, l’Italia si attesta a livello 175,8. Una manna per chi ha oggi attorno ai trent’anni. (Io schiattassi domani, il figlio trentenne o quarantenne che non ho potrebbe frequentare una discreta sequenza di mignotte con la sola vendita delle prime edizioni di Eugenio Montale che mi sono procurato nella mia vita rinunziando a qualche pasto e alle vacanze lunghe in estate.) Se non è questa “una società signorile di massa”.

 

Sinora abbiamo parlato di numeri, ma adesso viene il momento di raccontare l’anima dell’attuale società italiana. I grandi maestri del Novecento avevano pronosticato che sarebbe via via cessata la schiavitù dall’orario asfissiante del lavoro peculiare all’Ottocento, e dunque che la società tutta sarebbe cresciuta in fatto di sensibilità artistica e culturale. Ciascuno avrebbe avuto più tempo da dedicare a se stesso, per affinarsi e migliorare qualitativamente come individuo. È accaduto tutto questo in Italia? Nemmeno per idea. Che sia scemata la schiavitù dall’orario di lavoro che ancora mezzo secolo fa ti stringeva al collo non c’è dubbio, o almeno questo è avvenuto per vaste categorie di lavoratori, e non soltanto per i dipendenti della pubblica amministrazione. Ma quel recupero di ore di vita quotidiana da che cosa è stato riempito? Per quel che è dei giovani e giovanissimi dalle sei ore di media giornaliera in cui tengono acceso lo smartphone a bazzicare i social e i videogiochi, a postare imperdibili immagini di pietanze che si accingono a consumare o di crepuscoli fotografati nelle città in cui stanno oziando. O magari è stato riempito dal frequentare le presentazioni di libri, che è sempre meglio che doverli leggere, e a non dire del precipizio in cui sono caduti i giornali di carta - quelli che Hegel chiamava la “preghiera quotidiana” dell’uomo moderno –, due milioni di copie vendute al giorno contro i sei milioni di trent’anni fa.

 

Siamo agli ultimi posti di quasi tutti gli indicatori del livello di istruzione. Fra i paesi europei solo la Romania ha meno laureati di noi. E comunque, quanto a indice di lettura diffusa, stando a un’indagine del 2013 solo in sei dei 28 paesi dell’Unione europea la percentuale di coloro che negli ultimi 13 mesi della loro vita non hanno letto nemmeno un libro è inferiore a quella dell’Italia, e a mettere in fila i nomi di questi sei paesi che ci stanno dietro è come pronunciare una sentenza letale sul nostro paese: Bulgaria, Romania, Grecia, Malta, Cipro, Portogallo. Aggiungi, a completare il quadro, che la quantità di denaro spesa nel gioco di azzardo legale e illegale in Italia è una quota che non ha il pari in nessuna società avanzata. Per farvene un’idea, è una cifra superiore a quella che serve per mantenere la sanità pubblica. Se non è questa una società assieme signorile e da terzo mondo culturale.

Giampiero Mughini

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