Salvini cerca la tregua istituzionale ma non rinuncia a essere un bullo

David Allegranti

Elogia Mario Draghi, annuncia responsabilità, ma poi scopre la sua vera natura: quella dello scorpione

Roma. Gli appelli all’unità nazionale – veri, verificati o posticci – si sprecano e assumono consistenza istituzionale. Persino il senatore Matteo Salvini a tratti annuncia serietà, responsabilità: ieri in Senato di fronte alle aperture del Pd era tutto un dire che l’Italia “sta brillando” e che “gli italiani stanno brillando”. A un certo punto del suo intervento, il capo della Lega si è pure sbilanciato e ha citato “il presidente Draghi” per ringraziarlo, in piena sintonia giorgettiana, “per le sue parole, perché è caduto il mito del ‘non si può fare debito’. Oggi il presidente Draghi ci ha detto che si può fare debito, non per l’assistenza, ma per rilanciare il reddito. Benvenuto, presidente Draghi; ci serve l’aiuto di tutti e ci serve anche il suo aiuto”.

 

Naturalmente, Salvini non lo ha ringraziato a caso e usa l’ex presidente della Bce per colpire ed educare Giuseppe Conte, di cui vorrebbe liberarsi: “Sono contento di questa intervista e sono contento di quello che potrà nascere da questa intervista”, ha detto Salvini riferendosi al pezzo uscito sul Financial Times. Non c’è nulla di male, si può continuare a far politica anche in situazioni d’emergenza. Solo che l’aria da responsabile di Salvini regge poco, perché il capo della Lega rivela costantemente la propria natura: quello dello scorpione della nota favola: “Mentre stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del suo folle gesto. ‘Perché sono uno scorpione…”, rispose. ‘E’ la mia natura’”. E la natura di Salvini è evidentemente quella dell’autosabotatore. Mentre annuncia spiriti unitari, si fa esplodere di una sequela di esternazioni complottiste, inadeguate o clamorosamente sbagliate.

 

Come il caso dell’ormai stranoto video del Tg Leonardo usato per sostenere la tesi che il coronavirus è “nato in un laboratorio cinese”, una bufala di proporzioni gigantografiche, ripresa anche dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. O i continui attacchi all’Esm, dal leader leghista ribattezzato “Fondo ammazza-stati”, ispirati dai Sussi e Biribissi della Lega, Claudio Borghi & Alberto Bagnai (a voi la scelta di chi sia Sussi e chi Biribissi). Anche quando si lancia in proposte economiche, arrivano guai (per noi). A “Carta Bianca”, Salvini ha sparato numeri a caso sul pil e il debito pubblico, dicendo che bisogna ripartire dai soldi degli italiani: “L’anno scorso il prodotto interno lordo degli italiani è stato pari a 1 miliardo e 800 milioni di euro, la spesa pubblica è stata pari a 800 milioni di euro. I soldi ci sono”.

 

In realtà, come spiegato su queste colonne nei giorni scorsi, il pil italiano non è “1 miliardo e 800 milioni di euro”, quello semmai è lo 0,1 per cento del pil: il pil è mille volte più grande e così anche la spesa pubblica. E il fatto che la spesa pubblica sia la metà del pil non vuol dire che “i soldi ci sono”. Non parliamo poi della questione carceri. Da giorni Salvini denuncia presunti “svuota carceri” mascherati dovuti al coronavirus, quando invece è stato il governo di cui la Lega (nord) faceva parte nel 2010 ad approvare una legge, la 199, denominata quella sì “svuota carceri”, fatta apposta per favorire la deflazione carceraria. Oggi però che la Lega è all’opposizione non vale evidentemente la pena cercare di evitare che le prigioni siano piene di contagiati dal virus. Hai visto mai che si salvi qualcuno fra i carcerati.

 

La natura salviniana è insomma quella dello scorpione. La presunta “serietà” viene sabotata da un tweet, un’intervista o una dichiarazione in cui il capo della Lega si lancia in un assalto sgangherato alle istituzioni europee. Ora, si dirà che c’è un Salvini privato e uno pubblico, e che il primo è quello che a Palazzo Madama ha la cravatta mentre il secondo si mette la felpa sui social. Ma in realtà non c’è un dottor Jekyll e un signor Hyde ma un unico senatore signor Matteo Salvini.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.