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Parla il leader di FdI

Meloni ci dice come si può collaborare con il governo per curare davvero l'Italia

Salvatore Merlo

“Del Mes non mi fido. Occhio allo shopping di imprese. Serve una riscossa dell’Europa. E ora proteggiamo anche gli imprenditori”. Draghi? Lasciamolo stare”

Roma. Non intende partecipare a governi di unità nazionale perché “non è il momento di mettersi lì a discutere su chi deve fare il sottosegretario, sarebbe lunare”. E quando le si fa il nome di Mario Draghi dice che l’ex presidente della Bce viene sistematicamente tirato dentro ogni alambicco da piccoli alchimisti della politica, “ma è una persona molto seria e non credo sia disponibile”. Giorgia Meloni però conferma di esserci, dice che l’unità nazionale non sono le poltrone ma i fatti. L’unità è un clima, è la collaborazione vera. “Il ministro Gualtieri vi potrà confermare che gli abbiamo consegnato moltissime proposte già sotto forma di emendamento. Affinché siano immediatamente utilizzabili”. Dunque niente “gabinetto di guerra”, come dice Matteo Salvini, ma piuttosto: “Facciamo che il Parlamento sia il luogo del confronto continuo. E immaginiamo insieme gli strumenti per rilanciare lo sviluppo dopo questo disastro”. Poi il capo di Fratelli d’Italia allarga lo sguardo sugli effetti complessivi del coronavirus. “Tutti stiamo dicendo ‘niente sarà come prima’, che è una frase piuttosto generica, indeterminata, un’apparente banalità. Io vorrei dire che lo penso sul serio: nulla sarà come prima. L’epidemia ha scoperchiato la fragilità della globalizzazione, ha manifestato l’afasia dell’occidente e il sopravanzare della Cina. E in questi giorni in Italia si rivela anche un allarmante grado di conflittualità tra enti locali e stato centrale, che dovrebbe indurre a riflettere sull’assetto istituzionale della nostra Repubblica”.

 

E insomma, dice Giorgia Meloni, “qualcosa la dobbiamo imparare da questa tragedia. Segnalo, come dicevo prima, le tensioni e lo scontro latente che in questi giorni attraversano i rapporti tra i sindaci, le regioni e il governo centrale. Si capisce che qualcosa non funziona. Sindaci e presidenti di regione dimostrano una forza, una rappresentatività e una capacità di ascolto che il governo non ha. Per ragioni di prossimità, ovviamente, ma anche perché quelle dei sindaci sono figure che rispondono direttamente ai cittadini sin dal momento in cui sono elette con il sistema maggioritario uninominale. Mentre il governo nazionale risulta più distante. C’è certamente un problema specifico che riguarda questo governo, nato in laboratorio, ma c’è anche un problema di autorevolezza dello stato centrale dovuto alla forma democratica istituzionale. Che credo sia da modificare. Ad autonomie regionali forti serve infatti accompagnare un governo nazionale forte. Espressione diretta dei cittadini. Quindi per esempio con l’elezione diretta del capo del governo. Il virus sta mettendo sotto stress l’intero sistema, sanitario, economico, politico-istituzionale. In Italia e nel mondo. Il fatto che le linee di rifornimento industriale si siano interrotte, per esempio, cioè il fatto che alcune cose adesso non si possono più produrre in Italia perché, causa virus, non arrivano le componenti per fabbricarle, dimostra che è stato un errore storico aver rinunciato a distretti industriali integrati, a catene di rifornimento che fossero interamente dentro i confini nazionali o europei. Un errore della globalizzazione sregolata. Ecco, io penso che l’Italia debba tornare a ragionare di una propria politica industriale. E che debba avere la forza e la capacità propositiva di aprire una riflessione sui meccanismi del commercio mondiale. Il rischio è soccombere. Poi, allargando ulteriormente il quadro, c’è la questione cinese. Anche questa viene illuminata dal virus. La Cina vede un enorme spazio d’influenza geopolitica lasciato scoperto dalle assenze europee e americane. E ovviamente ci si infila. Sono arrivati in Italia, nel paese colpito dal virus che proprio dalla Cina proviene, portando anche intrugli di ‘medicina tradizionale’. Tutto questo tra gli strombazzamenti d’entusiasmo dei 5 stelle che sono la quinta colonna cinese nel sistema italiano. Quella della Cina non è solidarietà, è politica d’influenza. Portata avanti con un grande impegno. Lo trovo ovvio. Ma l’abbiamo capito? Ci sta bene? La cosa tragica, credo, è che i cinesi tentano di riempire un vuoto lasciato dal Patto atlantico e dall’Europa. Stiamo attenti. Perché il virus può anche modificare gli equilibri mondiali, se nessuno reagisce. Il virus può accelerare dei meccanismi che si erano già messi in moto”.

   

Però alla fine l’Europa un colpo l’ha battuto: lo scudo della Bce, la sospensione del Patto di stabilità, adesso si parla di Eurobond. E c’è anche il famoso Mes, il Fondo salva stati. “Guardi, l’ho detto in tutte le salse: del Mes non mi fido. Se qualcuno pensa di applicare all’Italia una ricetta ‘greca’ si sbaglia. Non so Conte che intenzioni abbia, ma non glielo permetteremo. Detto questo, io spero in una riscossa dell’Europa. Perché anche l’Europa non sarà più la stessa. Ci hanno decantato per anni le lodi del mercato unico e poi abbiamo avuto le illegittime richieste di certificazioni ‘virus free’ per i nostri prodotti. E tir incolonnati per ottanta chilometri perché i controlli gli impedivano di andare verso nord. Ci hanno raccontato la favola dell’Europa solidale, e invece nella prima fase dell’emergenza alcuni stati hanno pensato solo ai fatti loro. Bloccando addirittura le esportazioni di mascherine. Qualcuno, sono convinta, ha pure immaginato di approfittare del crollo in Borsa dovuto alle parole sconsiderate e volute della Lagarde, per fare shopping di imprese italiane. Eni ha perso il 50 per cento del suo valore in Borsa. Quindi l’Europa è stata assente, se non avversaria, in prima battuta. Poi il virus si è esteso, e quando è arrivato in Germania, allora Ursula von der Leyen ha detto che ‘siamo tutti italiani’. Ma l’Europa non funziona. Un esempio? Come organizzazione sovranazionale stabilisce la libera circolazione delle persone, ma non prevede nessun protocollo unico in caso di pandemia. Ancora oggi non abbiamo un unico protocollo europeo di individuazione dei contagiati e delle vittime. In Germania se un malato oncologico muore con il Covid non lo contano. Noi sì. Loro si sono protetti, hanno protetto la loro immagine in questo modo. Noi stiamo subendo un danno enorme per le nostre merci. Ma come dicevo prima, da questa immane tragedia del Covid qualcosa la si può imparare. Tutte le cose che non funzionano sono diventate inoccultabili, direi fosforescenti. E temo che in gran parte non siano nemmeno in agenda. Specie gli interventi sulla crescita in Italia”.

 

C’è il decreto “Cura Italia”, non basta? “Lo sa persino chi l’ha scritto, che non basta. Si stanno commettendo due grandi errori: uno di comunicazione e l’altro di visione. Se tu battezzi un decreto con il nome altisonante di “Cura Italia”, la gente si aspetta che sia la soluzione. E quando poi invece lo legge, e vede che è solo l’inizio, che sono misure parziali, c’è un contraccolpo di sfiducia. Perché non è una cura, è un cerotto. Ma tu questo alle imprese lo dovevi dire prima, spiegando chiaramente che poi arriveranno altri interventi per garantire la crescita. Ma come dicevo c’è anche una questione di visione. Noi in questo momento siamo di fronte al rischio di desertificazione del sistema produttivo. Quando invece ci sarebbe un’occasione storica da cogliere: liberare l’Italia produttiva dalle maglie opprimenti della burocrazia e dal ginepraio inestricabile del fisco. Togliamo il tetto al contante, gli Isa, eliminiamo l’inversione dell’onere della prova in campo tributario… rendiamo più facile fare impresa. Sono tutte cose a costo zero. Bisogna liberare lo spirito imprenditoriale italiano, finché è ancora vivo. E invece che hanno fatto nel decreto? Hanno prolungato di due anni i tempi di accertamento dell’Agenzia delle entrate. Insomma il messaggio è: ‘Caro imprenditore guarda che poi ti vengo a cercare e ti massacro’. Quindi, anziché parlare di governi Draghi, di chi deve fare il ministro, inviterei tutti a occuparsi del futuro dell’Italia. La ripresa avrà bisogno di anni. E una volta fuori dall’emergenza, io spero che a gestirla ci sia un governo forte frutto del consenso popolare. Ma lo ripeto: pensiamo alle cose da fare. Adesso. Non alle poltrone”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.