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La tragica parabola del generale Vlasov, che su Stalin la pensava come Churchill

L'eroe dimenticato che aveva denunciato il terrore rosso

12 Maggio 2020 alle 06:00

La tragica parabola del generale Vlasov, che su Stalin la pensava come Churchill

Nell’Europa centrale dove palpitava il cuore morale e politico della Seconda guerra mondiale, da metà del 1941 a metà del 1944 gli eserciti sovietici rimasero soli a contrastare la strabordante potenza militare nazi, con l’eccezione dello sbarco angloamericano in Sicilia del luglio 1943. I russi vinsero la battaglia di Stalingrado e quella di Kursk da soli, e seppure enorme fosse l’equipaggiamento ricevuto in quegli anni da americani e inglesi. Uno dei personaggi del magnifico Europe Central, il romanzo nelle cui mille pagine l’americano William T. Vollmann conficca attori e scenari cruciali della Seconda guerra mondiale, è difatti un russo che ragiona così: “Riguardo al secondo fronte, quando i nostri Alleati finalmente lo aprirono, chi se ne curava più? E’ vero che morirono a migliaia sulle spiagge della Normandia, ma noi eravamo già morti a centinaia di migliaia”.

 

Forte di queste cifre (tra civili e militari i morti russi della Seconda guerra mondiale furono qualcosa di vicino a 20 milioni), Stalin presentò una tariffa politica altissima quando l’11 febbraio 1945 i capi delle tre potenze che stavano per vincere la guerra si riunirono a Yalta, in Crimea. Chiese nientemeno che volenti o nolenti tutti i russi o ex russi o esuli russi in fuga dallo stalinismo fossero restituiti all’Urss e dunque all’Arcipelago Gulag. Che gli fossero restituiti tutti i prigionieri di guerra russi caduti in mano tedesca, gente che lui reputava dei traditori per non essersi dati la morte anziché cadere vivi nelle mani del nemico. Non è sicuro che questa richiesta e la sua relativa accettazione da parte di Winston Churchill e di Franklin D. Roosevelt sia stata messa per iscritto, ma è certo che a questo accordo obbedirono successivamente tutti gli ufficiali americani e inglesi, molti di loro provando vergogna dinnanzi alle manifestazioni di uomini e donne disperati che non ne volevano sapere di tornare nel paradiso sovietico. Tra il 1945 e il 1946 vennero rimpatriati una quantità di russi pari alla popolazione della Norvegia, gente di cui la cricca criminale staliniana fece strame e come sa chi abbia almeno sfiorato le 1.300 portentose pagine dell’Arcipelago Gulag di Aleksandr Solgenitsin. Se non è un crimine di guerra questo. Come andassero le cose in concreto lo raccontò molti anni dopo a Nikolai Tolstoy (autore di un libro, The Victims of Yalta, mai tradotto in Italia), un capitano americano che aveva consegnato ai sovietici un convoglio pieno di russi : “Separarono quei poveretti secondo l’età e il sesso, requisirono quel poco che essi portavano con loro; noi ce ne andammo, ma non così in fretta da non vedere le scene che seguirono: fanciulle violate, vegliardi percossi e, poco dopo e nemmeno troppo lontano, il fragore delle raffiche”.

 

Quei “poveretti” erano attesi dalle celle della Lubjanka, condanne a dieci o vent’anni di gulag quando non i plotoni di esecuzione. Era come se i massimi dirigenti delle potenze occidentali avessero smarrito la più elementare nozione di quel che era davvero la vita e la società nell’Urss di Stalin. Figuriamoci se tra le vittime di Yalta poteva non esserci il generale russo Andrey Vlasov e i suoi commilitoni alla testa dell’Esercito di liberazione russo, l’organizzazione militare che Vlasov aveva accettato di comandare nel segno di un’alleanza con i tedeschi ma soprattutto a farne l’avamposto di una Russia democratica a guerra finita. Un’organizzazione che rimase largamente sulla carta, a cominciare dal fatto che Hitler non ne voleva sapere di “un generale russo” che agisse nelle retrovie del suo esercito: lui i russi li intendeva solo quali schiavi da annichilire. Ho ascoltato in un video su YouTube le parole pronunziate da Vlasov alla fine del 1944 in un teatro praghese colmo di divise nazi. Da rabbrividire che dica quelle cose e mentre lo stanno ascoltando i nazi che dettano legge. Dice del comunismo reale quel che ne pensano oggi tutte le persone dabbene, che era il regno della sopraffazione violenta e lo dice in nome dei valori della libertà e della democrazia. Esattamente quel che un Winston Churchill tornato ai suoi esordi politici di anticomunista di ferro dirà in un famoso discorso pronunziato a Fulton, nel Missouri, il 5 marzo del 1946. E cioè che nell’Europa dell’immediato Dopoguerra era caduta una cortina di ferro che dal Mar Baltico a Trieste separava le democrazie occidentali dalla barbarie del comunismo reale. Nell’unico libro specificamente dedicato in Italia alla figura e al destino di Vlasov, I dannati di Vlassov (Mursia, 1991), Adriano Bolzoni scrive che le parole del Churchill di Fulton avrebbe potuto pronunciarle tali e quali il generale Vlasov. Dubito che nel marzo 1946 Vlasov abbia mai saputo di quel discorso, recluso com’era in una cella staliniana. Gli restavano pochi mesi di vita. Lui e nove suoi commilitoni verranno impiccati il 1° agosto 1946.

 

Chi era davvero il generale Vlasov, forse la figura più tragica dell’immenso carnaio che è stata la Seconda guerra mondiale? Nato nel 1901, già diciottenne combatté nella guerra civile dalla parte dei rossi. Nel 1930 aveva aderito al Partito comunista. Era alto, severo, una fisionomia enigmatica. Tra metà 1941 e metà 1942 era stato uno dei migliori generali sovietici nel fronteggiare l’attacco nazi. Un contrattacco da lui guidato fu decisivo nel volgere a favore dei russi la battaglia di Mosca dell’inverno 1941-1942. Vollman, che dice di provare per lui “simpatia”, dedica lunghe e fascinosissime pagine all’eroe di quelle battaglie anti nazi. Fatto è che nel gennaio 1942 Stalin affida a lui il ruolo di punta dell’offensiva della Seconda armata Shock volta a spezzare l’anello di acciaio che cinge Leningrado. Vlasov sfonda le linee tedesche, solo che le forze sovietiche ai suoi fianchi non riescono ad accompagnarlo nell’offensiva e ben presto Vlasov e i suoi uomini vengono accerchiati. Una sua richiesta di ritirarsi viene rifiutata da Stalin e questo rifiuto dura sino al maggio 1942, quando i tedeschi stanno triturando quel che resta della Seconda armata Shock. Vlasov si rifugia nei boschi nascondendosi in una capanna dopo l’altra, finché il 12 luglio 1942 i nazi lo scovano.

 

Dopo dieci giorni di prigionia Vlasov prende la decisione inaudita, combattere a capo di soldati russi ma al fianco dei tedeschi. Ambizione personale, vendetta nei confronti di uno Stalin che riteneva responsabile del massacro dei suoi uomini, convinzione che la vittoria militare nazista fosse inevitabile e che la Russia del Dopoguerra doveva fare i conti con loro? Un po’ di tutto questo. E comunque per tutta la durata della guerra Vlasov e il suo mezzo milione di uomini non mossero un dito. Se non nel maggio 1945 quando i vlasoviani difesero con successo i praghesi insorti contro i nazi, tanto che oggi a Praga c’è un monumento in onore del generale. Il quale, nel maggio 1945, aveva chiesto agli americani di darsi prigioniero nelle loro mani e purché fosse un tribunale internazionale a giudicarlo. Quelli rifiutarono, e dunque Vlasov e i suoi caddero nelle mani dei russi. Alcuni anni fa un’associazione civile russa chiese una sorta di riabilitazione di Vlasov. La richiesta venne respinta.

Giampiero Mughini

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