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Non poteva che essere Parigi il cuore dell’Atlante ideologico sentimentale di Solinas

Le passioni totalizzanti di una vita in ottocento pagine

26 Maggio 2020 alle 06:00

Non poteva che essere Parigi il cuore dell’Atlante ideologico sentimentale di Solinas

Il quartiere di Montmartre, a Parigi, in uno scatto del 1949

Con le sue oltre 800 pagine che lo rendono arduo persino da maneggiare, questo Atlante ideologico sentimentale di Stenio Solinas (GOG editore) è una sfida mica da niente per il lettore. Da quanto Solinas lo ha inzeppato delle passioni totalizzanti di tutta una vita, a cominciare dal fascino irresistibile che su di lui esercita la Parigi degli anni che precedono e seguono la Seconda guerra mondiale.

 

Lui nato nel 1951 e dunque di dieci anni più giovane di me, ho conosciuto Solinas la bellezza di quarant’anni fa. Nei Settanta era stato uno dei giovani intellettuali più vicini a Pino Rauti, il fondatore e leader di “Ordine nuovo”, gente che nei miei vent’anni non era stata tra i miei preferiti. Solo che già quarant’anni fa avevo imparato il gusto delle sfumature, il fatto che ogni persona è un romanzo a sé quale che sia la sua matrice ideologica di partenza. Ci tenevo così tanto a capire che gente fossero Stenio e i suoi coetanei di formazione politico/ideologica detti di “nuova destra”, Marco Tarchi, Umberto Croppi, Giuseppe Del Ninno, Paolo Isotta, Maurizio Cabona. Cominciai a frequentare la ospitalissima casa romana di Stenio, dov’era la prima volta nella storia della repubblica che cenavamo amicalmente gli uni accanto agli altri gente di sinistra – Oliviero Beha uno di questi – e loro di destra. Nacque da quegli incontri e da quelle cene un libro bellissimo curato da Solinas e da Cabona nel 1984, C’eravamo tanto a(r)mati, che credo abbia avuto un ruolo importante nel seppellire la libidine psicotica dell’“antifascismo militante”, quella pulsione ossessa che se ne faceva un dovere morale dello scontro fisico a tutti i costi tra noi di sinistra e loro di destra. Più tardi Solinas sarebbe divenuto il capo delle pagine culturali del Giornale diretto da Vittorio Feltri. Quel mestiere di giornalista nel 2000 divenuto per lui meno decisivo che non i suoi numerosi libri, ogni volta saggi tesi a individuare e raccontare personaggi situati alle latitudini morali le più instabili e le più irrequiete del Novecento. Una cosa Stenio e io abbiamo visceralmente in comune, quella di non riuscire a traslocare dalle topografie intellettuali del Novecento, che per noi due costituiscono allo stesso tempo un paradiso e un inferno.

 

E dunque quel comparto di storia novecentesca di cui Parigi è stata la capitale ideale, dagli albori del secolo scorso sino agli anni Cinquanta, che fa da baricentro di questo Atlante ideologico sentimentale. La città dei surrealisti che riempiono di insulti Anatole France appena morto, di Louis Aragon che trasloca dal surrealismo al comunismo più settario, di André Malraux che una sera d’inverno – in piedi innanzi al Panthéon – pronuncia l’allocuzione in onore di Jean Moulin, il capo della Resistenza che sta per essere tumulato. La città di Robert Brasillach, l’intellettuale di destra che dopo l’arrivo degli americani a Parigi venne processato e condannato a morte trentacinquenne, il 6 febbraio 1944. Ovviamente Brasillach è uno dei (tantissimi) protagonisti della sezione “Francia” del libro di Solinas. Ai miei occhi quella condanna a morte (dopo un processo durato sei ore e una camera di consiglio durata venti minuti) è una soperchieria dei “vincitori” esercitata nel momento più caldo dello scontro ideologico da cui era stata nutrita la Seconda guerra mondiale. Brasillach ha pagato con la vita la sua “appartenenza” alla destra intellettuale, che negli anni Trenta era egemone nel Quartiere latino. Dove imperversava il quotidiano Action Française e il suo stile di colpire al cuore gli avversari di cui erano maestri Charles Maurras e Léon Daudet, quello che aveva cercato in tutti i modi di far avere il Goncourt al Louis-Ferdinand Céline del Voyage au bout de la nuit, uno dei più bei romanzi del secolo, e meno male che nel 1944 Céline se l’era svignata dalla Francia, altrimenti non avremmo avuto il memorabile romanziere della trilogia da lui scritta nel secondo Dopoguerra.

 

Brasillach si era abbeverato a quello stile che nell’avversario politico vedeva un nemico da annientare, e di quello stile aveva continuato a servirsi quando i nazi erano padroni di Parigi. La motivazione della condanna, che lui fosse colpevole di “tradimento” per essersi fatto paladino di un’alleanza con i tedeschi, è risibile. Il governo di Charles Pétain che patrocinava quell’alleanza era un governo pienamente legittimo, lo aveva autorizzato il Parlamento più a sinistra della storia di Francia, quello eletto nel 1936 ai tempi della vittoria del Front Populaire. Il fatto è che la Francia reale del 1940 e anni seguenti era la Francia annichilita e prostrata dall’assalto delle Panzerdivisionen. E comunque furono tantissimi, da François Mauriac a Albert Camus, gli intellettuali che a Charles De Gaulle chiesero invano la grazia per Brasillach.

 

Non ricordo esattamente quando ho incontrato e letto per la prima volta Brasillach, di certo quando da studente che viveva a Parigi con una borsa di studio giravo incessantemente per le librerie del Quartier a pizzicare qualche libro. Non è uno scrittore tra i massimi in assoluto, ma è un autore e un personaggio “incontournable”, da cui non puoi prescindere se vuoi capire gli anni e le tragedie della sua generazione. Nella seconda metà degli anni Ottanta sono stato nella casa parigina, a un passo dall’École Normale, dove Brasillach aveva vissuto con sua sorella e con il cognato Maurice Bardèche sino al momento del suo arresto. Con l’ascensore arrivai al terzo piano, ma non sapevo a quale delle tre porte corrispondesse l’appartamento di Bardèche. In quel momento da una delle tre porte vidi uscire tre giovani che ce lo avevano scritto in fronte di essere dei giovani di destra. Chiesi loro se sapessero qual era l’appartamento di Bardèche. “Il n’est pas là”, risposero diffidenti. “Je suis un journaliste italien, j’ai un rendez-vous avec lui”, replicai. Mi indicarono la porta da cui erano appena usciti.

 

L’appartamento era tale e quale quello del 1944, solo che lo scrittoietto con ribaltina su cui Brasillach aveva battuto a macchina i suoi libri era stato spostato da una parete a un’altra. Con Bardèche ci rintanammo in una stanzetta più piccola. Mi disse più volte che lui e suo cognato non avevano saputo nulla dell’entità omicida della politica antisemita dei nazi. Mi regalò una copia del libro di Le Mensonge d’Ulysse, il libro del socialista Paul Rassinier che inaugura il filone del “negazionismo” francese, gli autori che negano l’esistenza delle camere a gas nell’avere massacrato gli ebrei. Un filone di cui ho poi letto praticamente tutto, e i pro e i contro. Tra gli autori che hanno dato addosso al “negazionismo”, lo storico Pierre Vidal-Naquet è il maggiore. Sono stato anche a casa sua, un’abitazione al Quartier distante poche centinaia di metri da quella di Bardèche. A un certo punto mi condusse verso una vetrinetta dov’erano custodite le prime edizioni di Molière, libri di cui suo padre, un sarto ebreo assassinato ad Auschwitz, era stato un ardente collezionista.

Giampiero Mughini

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