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Aldo Garosci e quel viavai di intelligenze e idee fra Torino e Parigi

Vita, opere, amici di un campione del liberalsocialismo. Un libro

14 Luglio 2020 alle 06:00

Aldo Garosci e quel viavai di intelligenze e idee fra Torino e Parigi

(foto LaPresse)

Da quanto ci siamo abituati allo scempio che ne viene fatto nei talk-show televisivi, ti fa venire i brividi leggere a venti anni giusti dalla morte di Aldo Garosci qual era il suo modello ideale di una conversazione e di un confronto intellettuale. Tanto più vengono i brividi se pensi che quel modello lo stava proponendo un italiano che si autodefiniva “un idealista liberale” e che raccontava il sé stesso men che trentenne esule a Parigi negli anni immediatamente precedenti la Seconda guerra mondiale. Uno che giorno dopo giorno era impegnato in controversie serrate quanto ai “modelli di mondi più perfetti” innanzitutto con i comunisti, ma anche con i socialisti di tipo tradizionale o magari con i liberali à la Benedetto Croce. Garosci invitava alla pratica della discussione sottile senza mai schiantare frontalmente le convinzioni dell’argomentatore che hai dirimpetto, al quale devi invece mostrare tutte le deduzioni che da quel suo argomentare si possono trarre nei sensi più divergenti e talora opposti.

 

Questo gusto della “scherma dialettica”, Garosci (era nato in provincia di Torino nel 1907) lo aveva imparato e sperimentato dapprima nella sua giovinezza in una Torino ricca di fari intellettuali e poi nelle lunghe passeggiate al Quartiere Latino, nella Parigi dove era venuto a vivere nel 1932 sfuggendo di misura all’arresto della polizia fascista. Passeggiate dove gli erano accanto Carlo Levi, oppure i fratelli Carlo e Nello Rosselli, o Emilio Lussu, o Nicola Chiaromonte o magari lo stesso Benedetto Croce. Da Torino a Parigi la sua vita si svolgeva nel cuore di quel grumo di famiglie che hanno fatto la storia del “fuoruscitismo” antifascista, di chi aveva scansato il carcere o il confino con l’andare a Parigi in uno qualsiasi degli anni tra gli ultimi Venti e i Trenta, tutta gente che aveva gettato le basi morali e intellettuali del futuro Partito d’Azione. Anni di Torino anni di Parigi (Nuova Editrice Berti, 2019) è il titolo di questo gioiellino editoriale curatissimo da Mariolina Bertini e che ha in testa una bella prefazione dello storico torinese Giovanni De Luna. Il tutto scaturisce da una cartellina rosa che faceva parte del Fondo Garosci (morto nel 2000) conservato all’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea Giorgio Agosti. In quella cartellina erano custoditi i 67 fogli dattiloscritti che hanno dato vita al libro da cui siamo partiti, le pagine di Garosci sulla sua infanzia e sulla sua famiglia (pubblicate in coda al libro) e l’originale della scheda della prefettura di Torino datata 20 marzo 1936 dov’era detto di Garosci: “Attualmente trovasi a Parigi ove esplica attivissima propaganda per ‘Giustizia e Libertà’ di cui è uno degli esponenti più in vista […] Per la vivacità dell’intelligenza, la cultura e la tenacia del carattere deve essere considerato uno dei più accaniti e pericolosi sovversivi del Regime”.

 

Ho incontrato Garosci nella seconda metà degli anni Ottanta. Ero andato a intervistarlo nella sua casa romana poco distante da quella di Giulio Andreotti e dunque quando lui era ottantenne o poco più. Il ricordo che ne ho è di un uomo non in grandissima forma fisica, se non sbaglio teneva un plaid sulle ginocchia mentre conversavamo e non è che a Roma ci fosse il gelo. Già allora il suo nome era tabù tra i minchioni della mia generazione, quei figuri che nelle ore più cruente del Sessantotto torinese arrivarono a spintonare professori quali Franco Venturi e Norberto Bobbio. Negli ultimi Sessanta Garosci era stato nientemeno il direttore del quotidiano del Psdi – il partito guidato da Giuseppe Saragat –, uno più abietto di così dove lo andate cercando? Non credo difatti di avere mai sentito pronunciare il suo nome da uno dei miei coetanei. Laddove per me entrare a casa sua era come entrare in un tempio, dato che il suo Gli intellettuali e la guerra di Spagna (Einaudi, 1959) era stato uno dei libri par excellence della mia formazione intellettuale, uno di quei libri che è come se mi avessero tatuato. E credo averglielo detto appena me lo trovai di fronte, emozionato com’ero. Se è vero che il liberalsocialismo è l’unica ideologia del Novecento che merita rispetto, Garosci ne è stato uno dei campioni. “Un abitatore ideale del pantheon della nostra religione civile”, scrive De Luna.

 

A far da perno del racconto è il rapporto tra Garosci e Carlo Levi (nato nel 1902 e dunque di cinque anni maggiore di Garosci). Garosci ne scrive così: “Carlo, per molti aspetti, attingeva a un mondo di cui io avevo avuto solo immaginazioni e sospetti. Nomi di uomini politici – allora, nella disgrazia, già leggendari come quelli di Claudio Treves e di Turati – erano nei suoi discorsi immagini di persone di famiglia. Le forme di espressione, in mezzo alle quali l’adolescente difficilmente si districa […] erano in lui splendidamente moderne, padroneggiate con sicurezza; non erano mezzi presi di fuori e adattati ai casi personali, ma modi di essere”. Un rapporto tra i due che è fatto di idee, di parole e di una specialità ulteriore: Levi ritrae gli amici, ne fa il ritratto mentre stanno continuando a parlare e magari si muovono sulla poltrona o sulla sedia che è stata loro assegnata. Bellissimo è il ritratto a olio di “Garosci con il giaccone” di cui Anni di Torino anni di Parigi offre una toccante riproduzione. E’ come se i quadri di Levi costituissero una sorta di ulteriore storia a colori di un ambiente e dei suoi personaggi, la crema intellettuale del futuro azionismo italiano. A tal proposito mi viene in mente il ritratto che Levi aveva fatto al torinese Vittorio Foa (un gigante dell’azionismo di sinistra) e che stava nella camera da letto dei per me indimenticabili Vittorio e Lisa Foa, una delle primissime case che avevo preso a frequentare appena arrivato a Roma nel 1970. E anche se il nome di Vittorio, arrestato nel 1935 e che in una cella fascista rimase sino al 1943, non compare nel libro di Garosci.

 

All’origine di tutto questo viavai di intelligenze e di opzioni politiche c’era il nome di un ennesimo torinese, Piero Gobetti, uno che era un maestro di idee già a diciassette anni. Garosci racconta che il suo primo exploit politico fu commemorare nel 1929 sotto i portici di via Po l’anniversario della morte di Gobetti (il 15 febbraio 1926 il suo cuore aveva ceduto a Parigi, dove si era rifugiato per scansare ulteriori brutalità squadristiche). Torino quanto Parigi fa da fondale delle peregrinazioni dei nostri eroi, a riprova di quanto Torino sia centralissima nella storia politica e culturale del Novecento italiano. La Torino di Antonio Gramsci e Piero Gobetti, di Carlo Levi (“un torinese del sud”), della famiglia Agnelli, dell’imprenditore e collezionista Riccardo Gualino, del pittore Luigi Spazzapan, di Luigi Einaudi futuro presidente della Repubblica e di Giulio Einaudi futuro fondatore della casa editrice Einaudi. Vi pare poco?

Giampiero Mughini

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