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La Storia non può assolvere l’Europa per i drammi della Seconda guerra mondiale

Vincitori e sconfitti, categorie assai fluide. Un libro

28 Luglio 2020 alle 06:00

La Storia non può assolvere l’Europa per i drammi della Seconda guerra mondiale

Processo di Norimberga (foto LaPresse)

Le volte che con Ernesto Galli della Loggia ci vediamo a cena, inevitabilmente passiamo la serata la serata a discorrere di libri dedicati alle tragedie politiche del Novecento di cui siamo entrambi ardenti consumatori. E dunque niente di più ovvio che fosse lui a indicarmi questo splendido Europa a processo dello storico ungherese István Deák, pubblicato in lingua inglese nel 2015 e tradotto in italiano dal Mulino nel 2019. Un libro eccezionale dov’è inesausta la passione per la complessità del reale e del vissuto europeo degli anni attorno alla Seconda guerra mondiale, anni perlustrati a puntino dall’autore nato nel 1926 a Budapest da una famiglia di origine ebraica convertita al cattolicesimo, uno che era stato testimone della violenza del nazismo tedesco e del fascismo ungherese e che all’arrivo dei sovietici in Ungheria s’era trasferito prima a Parigi e poi negli Stati Uniti dov’è divenuto professore (oggi emerito) presso il dipartimento di Storia della Columbia University. Chi meglio di lui a raccontare – sgombro com’è della benché minima pregiudiziale ideologica di partenza – l’intreccio rovente tra “collaborazionismo”, “resistenza” e “giustizia” negli anni in cui l’Europa fece da scena centrale dell’orrore del mondo?

 

Ne è scaturito un libro drammaticissimo, in cui riga dopo riga apprendi di massacri, torture, omicidi a mucchi, di uomini di tutte le fedi politiche che ne fanno di tutti i colori. Se l’Europa messa sotto processo ne esce assolta? No, no, niente affatto. Ovunque entrarono da padroni, i nazi vennero trattati con rispetto se non con ammirazione. Rarissimo che governi e amministratori di tutto l’immenso spazio europeo di cui i nazi erano divenuti sovrani nel 1940-1941 si tirassero indietro quanto al fornire loro i nomi e i domicili degli ebrei da annientare. A guerra finita, in Norvegia 90 mila cittadini – ossia il quattro per cento della popolazione – venne processato per aver fatto combutta con i nazi. A Parigi i poliziotti francesi che negli ultimi giorni di agosto del 1944 presero a sparare contro i tedeschi che si stavano ritirando erano probabilmente quelli stessi che il 16 e il 17 luglio del 1942 avevano afferrato con le loro mani i tredicimila ebrei (moltissimi i bambini) da consegnare ai nazi e dunque ai campi di sterminio. Usiamo le parole che Deák appone a conclusione del suo libro: “E’ vero che ci furono molti che rischiarono la loro vita per proteggere le vittime della persecuzione: aristocratici, intellettuali, suore, sacerdoti, poliziotti, e quella vasta categoria di individui che a vario titolo rifiutarono di adeguarsi ai codici della società ‘normale’. Nondimeno, i più autentici esemplari dell’europeo medio restano i poliziotti norvegesi che prontamente consegnarono i loro connazionali ebrei alla Gestapo, i burocrati olandesi che diligentemente stilarono precise ‘liste di ebrei’ a uso degli occupanti nazisti, e i medici e le ostetriche ungheresi che risposero senza esitazione all’invito delle autorità a presentarsi – ovviamente dietro promessa di un compenso straordinario – alle stazioni di partenza dei convogli di deportati per ispezionare le parti intime delle donne ebree alla ricerca di gioielli nascosti. Né dovremmo dimenticare le compagnie ferroviarie statali, che trasportarono gli ebrei e altre categorie di deportati verso i campi di concentramento e di sterminio dell’Europa dell’est applicando tariffe per gruppi turistici ai prigionieri ammucchiati dentro vagoni bestiame”.

 

E quanto alla “giustizia” nell’applicare pene e punizioni a chi aveva commesso crimini contro l’umanità, Deák è implacabile nel mettere sotto accusa il funzionamento del tribunale di Norimberga. La corte comincia col puntare il dito contro la Germania che il 1° settembre 1940 aveva aggredito senza alcuna provocazione la Polonia. Ebbene in quella stessa corte siede il rappresentante dell’Urss, ossia del paese che il 17 settembre 1940 aveva aggredito a sua volta i polacchi da est. Pazzesco. E a non dire che durante le udienze il procuratore sovietico Roman A. Rudenko fa di tutto per addossare ai nazi il crimine di Katin, lì dove furono massacrati oltre 20 mila tra soldati e ufficiali polacchi. Non ha uno straccio di prova a suo favore, anzi è lampante che quel massacro porta le impronte digitali degli sgherri staliniani. Bene, l’argomento viene lasciato cadere e il processo continua come se nulla fosse. Giustizia non è fatta.

 

C’è un primo e un secondo tempo nella storia della Seconda guerra mondiale. Il primo, dal maggio 1940 sino al momento in cui l’attacco nazi a Stalingrado del settembre 1942 sembra destinato al successo, è il tempo in cui lo strapotere politico e militare dei tedeschi marchia a sangue la gran parte dell’Europa centrale e orientale, e anche se alcuni studiosi giudicano che l’esito della Seconda guerra mondiale è deciso già nel dicembre 1941, quando entra in campo l’America e mentre i panzer non sfondano a Mosca: da quel momento la Germania sarà costretta alla guerra sui due fronti. In ogni caso la distruzione a Stalingrado della VI Armata tedesca di Friedrich Paulus segna una svolta delle operazioni militari di 180 gradi a dir poco, e sarà il secondo e terrificante tempo della guerra. Dei 50 milioni di morti di quell’ecatombe, ben 40 milioni appartengono al secondo tempo, e questo soprattutto a causa delle spaventose carneficine di militari e civili sul fronte dell’est. I tedeschi difendono disperatamente ogni metro del terreno precedentemente conquistato, i sovietici attaccano senza mettere nel conto alcun risparmio di vite umane. Contro un soldato tedesco morto, di soldati russi ne morivano tre e mezzo. Tanto più disperata è la difesa dei tedeschi, tanto più violenta è la marea d’urto dei sovietici. Gli stessi ufficiali tedeschi che stanno approntando l’agguato mortale ad Adolf Hitler, sui campi di battaglia si battono allo stremo. Purtroppo l’eroe della Seconda guerra mondiale che ha nome Claus von Stauffenberg aveva in tutto tre dita a disposizione quando il 20 luglio 1944 colloca l’ordigno che dovrebbe mandare a brandelli Hitler. La botta non riesce. La guerra continuerà per altri dieci mesi, durante i quali ogni occasione è buona per crepare. I bombardamenti sempre più feroci degli aerei angloamericani che mandano in fiamme intere città tedesche. I 400 mila ebrei ungheresi che nello spazio di pochi mesi del 1944 vengono avviati verso le camere a gas di Auschwitz-Birkenau. Tredici milioni di tedeschi espulsi via via da un’area estesa dall’Estonia fino alla Yugoslavia meridionale, due milioni dei quali morranno in un modo o in un altro. Diecimila francesi uccisi per le strade nei mesi successivi alla Liberazione perché accusati di avere “collaborato” con i tedeschi o perché particolarmente invisi ai partigiani comunisti. Il 6 aprile 1945, poco prima dell’arrivo dei sovietici, un gruppo di miliziani nazi che fa irruzione in una prigione austriaca e uccide 229 prigionieri politici di cui temevano che sarebbero stati protagonisti politici nel Dopoguerra. Viene ucciso anche il direttore del carcere e cinque guardie che avevano tentato di opporsi all’eccidio. Era il Novecento, bellezza.

 

P. S. Cari amici lettori, c’è un tempo e c’è un tempo per il riposo. Ci riparleremo a settembre.

Giampiero Mughini

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